Certificato sacrificale per tutti i cittadini

Un ambito plurale e assai variegato: tempi, luoghi, situazioni. Dai riti domestici ai (sospetti) culti orientali, al Cristianesimo…

Carlo Franco | Alias | 15 maggio 2022

Pare che tempo fa qualche diocesi cattolica abbia deciso di invalidare un certo numero di battesimi, perché impartiti senza seguire una certa formula canonica. Stupisce che la notizia abbia stupito. Qualunque individuo del mondo antico avrebbe trovato il fatto del tutto naturale e spiegabile: nei riti sacri, solo un’esecuzione scrupolosa dei gesti e la pronuncia esatta delle parole previste garantisce l’efficacia (vale anche per i giuramenti!). Benché vari riti delle moderne chiese riguardino il valore «performativo» delle parole, molto della antiquorum sapientia pare davvero perduto. Di qui l’utilità di ripensare il mondo religioso del passato: nella consapevolezza che un ambito così «plurale», marcato da varietà grande di tempi, luoghi e situazioni, va affrontato con cauta attenzione. Serve anche liberarsi dai pre-giudizi che, stante il moderno «orizzonte monoteistico», interferiscono con la comprensione dei modi in cui l’interazione fra uomini e entità soprannaturali» fu pensata e realizzata dagli antichi.

Tale appunto è la prospettiva scelta da Federico Santangelo in La religione dei Romani. Il taglio è felicemente selettivo e la scrittura apprezzabilmente chiara. Il libro non contiene una trattazione sistematica (sarebbe poi possibile?), ma precise messe a fuoco, con una scelta di problemi studiati a partire da documenti significativi: e si parla così di religione e potere, pluralità di culti, importanza dei luoghi, e altri aspetti. Alla base, mette conto sottolinearlo, è l’idea che la religione dei Romani, dai primordi repubblicani all’impero, non vada trattata con sufficienza, per esempio come cinico instrumentum regni, ma presa sul serio. Certo, nel mondo romano «fare è credere», secondo l’idea di John Scheid, ma non tutto si esauriva in ritualismo, invariabilmente descritto dai moderni come «vuoto». Per capirne le forme, un’iscrizione, un’immagine o un oggetto, possono valere più di una pagina pensosa dal de natura deorum di Cicerone, teorica e sempre a rischio di sovrainterpretazione.

I testi letterari si interessavano per lo più agli «eventi esteriori della comunità politica», più che alle prassi degli individui (e degli schiavi), delle quali resta infatti traccia inadeguata. Celebri pagine di autori antichi trattano con saputo scetticismo pratiche assai diffuse, come l’aruspicina: leggendo questo libro s’impara a distinguere con nettezza la religiosità dei più dalle visioni degli intellettuali. Il che tanto più giova, alle prese con un’esperienza del sacro aperta a pluralità di culti, fondata su «una conoscenza costruita collettivamente e largamente distribuita», e non uniformata dall’autorità di una rivelazione. Sicché, pur nella centrale opposizione tra religio e superstitio (che viene qui definita come una devozione «mal indirizzata»), nella realtà i due ambiti non erano sempre distinti. Se fossero sopravvissute le Antichità divine di Varrone, forse si capirebbe meglio. La perdita di quest’opera eruditissima ha certo complicato le cose, e lasciato troppi aspetti nell’incertezza, sicché per molti punti si dipende ora da reperti poco più che casuali.

Per il culto dionisiaco (sottoposto a controllo in età repubblicana) si deve molto a una celebre iscrizione, che conserva la decisione del senato de Bacchanalibus nel 186 a.C., e integra il racconto di Tito Livio. E dunque, per riti, ex-voto, pratiche divinatorie, si vede che la descrizione puramente antiquaria non basta: si deve penetrare dentro forme differenti, e per noi remote, di un «impegno reciproco» stretto tra uomini e dèi. Era però un patto diseguale. Gli dèi erano del tutto svincolati «da considerazioni etiche», da favore o ostilità verso i devoti, perciò non imponevano «il rispetto di codici di condotta personale o collettiva». Inviavano segni, che gli umani avevano il dovere di cogliere e interpretare con attenzione: di qui il valore delle forme di divinazione, volte ora a prevedere il futuro, ora a superare una criticità da espiare, ora appunto a conoscere l’atteggiamento degli dèi. E anche qui, il peso di tali pratiche nei contesti pubblici e controllati era molto diverso rispetto all’ambito privato: ecco perché i moti repressivi (neppure gli imperatori gradivano la circolazione di profezie sudi sé), e lo statuto ambiguo di pratiche magiche, sospette perché ritenute capaci di scardinare l’«ordine» sociale costituito.

Altro tema è costituito dall’orizzonte «largo» del politeismo: il numero delle divinità ritenute efficaci poteva estendersi senza scosse. Ciò permise tra l’altro la diffusione dei cosiddetti culti orientali, così interessanti per i moderni: Iside, per esempio, o Mitra, o alla costola del giudaismo evoluta poi nel cristianesimo. Il successo di tali riti poté in parte dipendere dal loro essere «elettivi», cioè «praticati nell’ambito di gruppi a cui si aderisce su base (…) volontaria», quindi diversi dai culti tradizionali praticati in pubblico dagli appartenenti alla comunità civica. Gli sviluppi successivi presentano un’ulteriore difficoltà: quella di evitare la teleologia del passaggio lineare e «inevitabile» verso le forme note. Né solo perché nel cosiddetto monoteismo v’erano evidenti sopravvivenze dei culti non cristiani, ma anche perché la storia religiosa dell’età imperiale appare più come un «dialogo tra due alternative». Dialogo certo aspro, con note durezze, in tempi diversi, da entrambe le parti. La strada del cristianesimo fu al principio incerta, e marcata dalle dolorose fratture interne delle cosiddette eresie. Vi fu un furore di dibattito teologico durato per secoli, che oggi appare lontanissimo e poco comprensibile: basterebbe fare il test del filioque a molte persone pie per accorgersene.

Più interessanti appaiono di fatto le complicate mediazioni politiche che l’imporsi del cristianesimo comportò. L’impero doveva avere un perno religioso, e ne cambiò la forma. Quindi, dall’interventismo di Costantino si arrivò, dopo la fine del mondo antico, verso il potere temporale, e dagli sviluppi bizantini si arrivò al cesaropapismo, così presente oggi nel cristianesimo ortodosso. Insospettate e frequenti, in effetti, sono le sollecitazioni che questo utile libro pone per riscontri con il tempo presente: anche la questione dei libelli che un editto dell’imperatore Decio impose nel 239, in età ormai di diffusione del cristianesimo: un certificato che provasse «la corretta celebrazione di un sacrificio», ossia che ogni cittadino romano attestasse di aver «sempre celebrato sacrifici conformemente alla tradizione». Il tutto potrebbe richiamare recenti esperienze: si ignora però quale colore fosse associato a questi passaporti sacrificali.

Fabio Ciconte racconta “Chi possiede i frutti della terra”

Mangiamo poche specie vegetali e pochissime varietà, tutte uguali le une alle altre. Esteticamente perfette.

È un fatto naturale? Assolutamente no. È un fatto neutro e senza conseguenze? Assolutamente no. Il kiwi giallo o l’uva senza semi che hanno invaso i mercati sono gestiti da potenti club che oggi decidono chi e come può coltivare frutta sotto brevetto.

Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra, ha indagato sulle nuove forme di controllo del cibo e sui rischi per la biodiversità e gli ecosistemi in Chi possiede i frutti della terra.

 

 

 

 

Pianeta Terra Festival

www.pianetaterrafestival.it

 

 

Da giovedì 6 a domenica 9 ottobre si svolgerà la prima edizione di Pianeta Terra Festival, diretto da Stefano Mancuso, progettato e organizzato dagli Editori Laterza e promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Lo scenario sarà la splendida città di Lucca che ospiterà gli incontri in alcuni dei suoi edifici più suggestivi, come la Chiesa di San Francesco, Palazzo Ducale, l’Orto Botanico, solo per citarne alcuni. Nei 4 giorni del festival si indagherà sullo stato di salute del nostro Pianeta, la nostra casa comune, si indicheranno soluzioni, si immagineranno futuri durevoli e soprattutto si proverà a costruire una sensibilità e una coscienza nuove rispetto alle gravi questioni ambientali, le cui conseguenze riguardano il mondo intero. Ma sarà anche “una festa della vita, di ogni singola vita e dell’unico posto dell’universo che conosciamo in grado di ospitarla”: Stefano Mancuso riassume così lo spirito con cui è nato Pianeta Terra.

 

OLTRE 70 APPUNTAMENTI

Pianeta Terra sarà il luogo giusto per confrontarsi con studiosi d’eccezione, nazionali e internazionali, autorevoli per rigore scientifico e brillanti per efficacia comunicativa. Negli oltre 70 appuntamenti previsti durante i quattro giorni del festival si parlerà di ecosistemi, di biodiversità, di energia, di agricoltura e alimentazione, di sviluppo urbano, di risorse, di finanza green, ma anche di storia, antropologia, filosofia, arte, letteratura, musica, fotografia, cinema. Lucca sarà la cornice ideale per ascoltare storie straordinarie di donne e uomini impegnati nella difesa dell’ambiente, di chi ha dato un importante contributo scientifico, di chi è ancora alla ricerca di risposte e strategie, di chi sa che la conoscenza deve continuamente tradursi in sapere condiviso. La scienza è ormai da anni unanime nell’affermare che il riscaldamento globale è il problema più grande che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare. Dobbiamo introiettare questa conoscenza e superare la visione antropocentrica che finora ha contraddistinto le nostre scelte impedendoci di dare un peso reale ai dati mondiali di allerta. Pianeta Terra vuole dare il suo contributo alla formazione di un’opinione pubblica responsabile e informata attraverso il patrimonio di competenze trasversali che verranno offerte nei tanti incontri del festival. “È questo il tempo in cui è più che mai necessario leggere il mondo tutto con occhi nuovi – dice l’editore Giuseppe Laterza – operando una vera e propria rivoluzione per la sostenibilità: un banco di prova difficile, ma decisivo per il nostro futuro.”

 

IL PROGRAMMA

Durante le quattro giornate del festival interverranno personalità di altissimo profilo: scienziati, antropologi, filosofi, economisti, architetti, urbanisti, storici, scrittori, artisti, innovatori, attivisti, policy makers.

Voci dal mondo. Tra i protagonisti di respiro internazionale: Raj Patel, economista, attivista e studioso di politiche alimentari, affronterà una delle grandi domande del nostro secolo: in vista di una crescita della popolazione mondiale che raggiungerà i 10 miliardi, come potremo nutrire tutti in modo sostenibile?; il Premio Nobel per l’Economia Esther Duflo dialogherà con il Ministro Enrico Giovannini sul legame tra crisi climatica e povertà; l’antropologo Eduardo Kohn discuterà di come ricominciare da una nuova ecologia del sé; due biologi di fama internazionale, Merlin Sheldrake e Menno Schilthuizen, a partire dalle loro ricerche, racconteranno rispettivamente il più misterioso dei 5 regni del vivente – l’ordine nascosto dei funghi – , e il modo in cui gli  animali e le piante si adattano a un’urbanizzazione sempre più estesa.

Voci dal pianeta Terra. Ci saranno anche alcuni dei massimi esperti di questioni climatiche e ambientali, tra i quali: Riccardo Valentini, studioso di Ecologia forestale e membro dell’IPCC, nel 2007 insignito del Premio Nobel per la Pace insieme ad altri scienziati del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici; Carlo Carraro, economista ambientale, già Presidente della European Association of Environmental and Resource Economists; Valeria Termini, profonda conoscitrice di politica energetica europea e internazionale; Barbara Mazzolai, responsabile del Centro di Micro-Biorobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia; Roberto Danovaro, biologo marino e Presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn; Emanuela Evangelista, biologa e attivista ambientale che vive in un piccolo villaggio nel cuore dell’Amazzonia; Francesca Bria, tra i massimi esperti di innovazione tecnologica. Si discuterà poi di cibo e sovranità alimentare con Stefano Liberti e Carlo Petrini; di emergenza alimentare con Maurizio Martina e Fabio Ciconte; dello scioglimento dei ghiacciai con Elisa Palazzi e Federico Taddia; di moda rigenerativa con Brunello Cucinelli e Federico Marchetti.

 

Dialoghi sulla natura. A Pianeta Terra Festival i dialoghi sono costruiti come veri e propri innesti tra interlocutori di discipline diverse. Tra i tanti confronti: Vito Mancuso e Gustavo Zagrebelsky sulla necessità di affrontare concretamente il tema dei «diritti delle generazioni future»; Paolo Cognetti e Stefano Mancuso, in un incontro intitolato Alberi Maestri su cosa possiamo imparare dalle piante; Hervé Barmasse e Giovanni Soldini, per guardare da vicino lo stato delle montagne e dei mari; Edoardo Camurri e Pietro Del Soldà porteranno a Lucca il format di Rai Radio 3 “Tutta l’umanità ne parla”; Massimo Cirri e Andrea Segrè si chiederanno se è ancora possibile vivere a spreco zero; Melania Mazzucco, insieme a Gregorio Botta, rifletterà su come la natura ha nutrito e ispirato le più straordinarie opere d’arte nel corso dei secoli.

 

Gli assoli. Il programma sarà arricchito da lezioni, monologhi, racconti, performance. Tra i tanti interventi: Vittorio Lingiardi rifletterà sui paesaggi della psiche; Luciano Canfora sulla fine delle utopie; Emanuele Coccia sul legame che tutti i viventi hanno tra di loro e con la terra; Piergiorgio Odifreddi sul De rerum natura di Lucrezio; Mario Cucinella su come costruire edifici e città sostenibili; Barbara Mazzolai sulle nuove tecnologie che le piante possono ispirare; Roberto Battiston sul perché questo è il secolo delle catastrofi annunciate; Michele Serra sull’innalzamento dei mari, la gestione delle acque, lo stravolgimento climatico e l’inquinamento; Tommaso Parrinello su come le osservazioni dallo spazio ci aiutano a studiare i meccanismi che regolano la biosfera; Adrian Fartade terrà un monologo pieno di umorismo sull’Armageddon che incombe; Alba Donati si soffermerà sul perché spesso è proprio la geografia a ispirarci l’inizio di una nuova vita. Alessandro Vanoli racconterà la storia del mare dal Paleolitico al Plasticene, Amedeo Feniello spiegherà come l’uomo ha saputo affrontare catastrofi e cataclismi nella storia; Moreno Di Marco chiarirà come la perdita di biodiversità mette in pericolo non solo le altre specie ma anche la nostra.

 

Si parlerà anche di economia circolare, insieme, tra gli altri, a Fabio Iraldo e Fabia Romagnoli, Marco Frey e Luca Ruini, Samir de Chadarevian e Rossano Ercolini; di finanza green con Francesco Profumo e Ferruccio de Bortoli; di transizione energetica in numerosi incontri, come quello con Marco Raugi e Nives Della Valle; di geopolitica dell’energia con Simone Tagliapietra e Valeria Termini,  di transizione giusta con Giorgio Airaudo e Simone D’Alessandro;  di relazione tra capitalismo e ambiente con Elena Granaglia e Alessio Terzi; di risorse strategiche come l’acqua con Giulio Boccaletti e Raul Caruso.

 

La Scuola IMT Alti Studi Lucca, la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna, l’Università di Pisa cureranno alcune importanti lecture.

 

Suoni dal pianeta Terra. Non mancheranno concerti e spettacoli: Stefano Mancuso, direttore del Festival, e il violoncellista Mario Brunello, fra i migliori interpreti di Bach, si troveranno insieme sul palco per raccontare da diverse prospettive la Ciaccona di Bach; il Maestro Gian Paolo Mazzoli eseguirà la Sinfonia n. 2 di Ezio Bosso, ispirata alla “foresta dei violini” della Val di Fiemme, dove crescono i cosiddetti abeti di risonanza e dove liutai di tutto il mondo, a partire dallo stesso Stradivari, sono sempre andati a selezionare i legni per i propri strumenti; e ancora due esperienze immersive con Earthphonia Sapiens Live di Max Casacci con Mario Tozzi, uno show di suoni, ritmi, parole e immagini della natura e dei suoi ecosistemi e con Vox Balaenae di George Crumb, una composizione iconica − eseguita nel blu più profondo − nella quale ci si ispira alla voce delle balene.

All’interno dell’Orto Botanico, è previsto un fitto calendario di laboratori per bambini e ragazzi, organizzato dall’associazione Talea APS e dall’Orto Botanico di Lucca in collaborazione con A.Di.P.A, Immagina ODV, Terra Di Tutti, Plastic Free.

Green Tree Award. Pianeta Terra Festival, in collaborazione con Lucca Film Festival e Green Cross Italia, lancia la prima edizione del Green Tree Award, premio rivolto al film europeo più attento e sensibile alle tematiche ambientali. Verranno selezionati cinque film e una giuria premierà, in occasione del Festival, il film vincitore.

 

IL TERRITORIO

“Siamo all’inizio di una nuova avventura – commenta Marcello Bertocchini, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – alla quale ci affacciamo con entusiasmo. Non si tratta soltanto di sostenere la nascita di un festival di respiro internazionale, ma di dar vita a occasioni di confronto su tematiche già al centro degli interventi della Fondazione e che coinvolgono direttamente anche il nostro territorio, soprattutto considerando le peculiarità del suo tessuto industriale e produttivo. Lucca potrà così diventare un centro di riferimento per l’innovazione a favore della “rivoluzione per la sostenibilità”.

Una manifestazione che arriva a Lucca grazie alla Fondazione ed è costruita con la straordinaria partecipazione corale delle molte realtà culturali, istituzionali e imprenditoriali del territorio: l’Associazione Musicale Lucchese, l’Associazione Talea, la Biblioteca Civica Agorà, il Centro di Ricerca Rifiuti Zero, la Fondazione Giuseppe Pera, Green Cross Italia, Lucca Biennale Cartasia, Lucca Comics & Games, Lucca Film Festival, Lucense, l’Orto Botanico di Lucca, Photolux Festival e Virtuoso & Belcanto.

Il progetto ha inoltre ottenuto il patrocinio di importanti enti locali e non solo. Quello della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, della Regione Toscana, della Provincia di Lucca, della Camera di Commercio Toscana Nord-Ovest, della Scuola IMT Alti Studi Lucca, della Scuola Superiore Sant’Anna, dell’Università di Pisa, dell’ACRI – Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio, dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Lucca e Massa Carrara, della Coldiretti Lucca e di Rai per la Sostenibilità ESG.

 

Pianeta Terra Festival è un progetto ideato e organizzato dagli Editori Laterza, con la direzione scientifica di Stefano Mancuso. È promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, con la partnership istituzionale della Città di Lucca e grazie al sostegno di Banco BPM, partner della manifestazione; Sofidel, main sponsor; Confindustria Toscana Nord, Ecopol, EOS IM, Green Utility, Lucca Promos, The Lands of Giacomo Puccini, tutti sponsor del Festival; e Gruppo RetiAmbiente e Toscotec, supporter del progetto. Media partner dell’iniziativa sono Rai Radio 1 e Rai Radio 3.

Gli incontri di Pianeta Terra Festival sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti. Il programma completo e tutte le informazioni pratiche sono disponibili e costantemente aggiornati sul sito pianetaterrafestival.it e sui canali social Facebook, Instagram e Twitter.

 

 

 

Il divo Lombroso

Il saggio di Livio Sansone svela la popolarità che ebbero le sue teorie in tutto il continente americano. E non solo nella parte latina 

Maurizio Crosetti | Robinson | 14 maggio 2022

Lombroso la star. Lombroso, inquietante richiamo. L’inaccettabile Lombroso tra fascino e orrore. L’aggettivo “lombrosiano”. Lombroso l’ombroso, ma anche il magnetico. Impossibile immaginare una figura più contraddittoria e divisiva, eppure Cesare Lombroso continua a essere citatissimo (più che letto, ma è così da sempre), nonostante le sue teorie non abbiano alcuna credibilità né riscontro scientifico, dalle idee sull’atavismo e sul marchio fisiognomico dell’uomo (e della donna) criminale, per tacere della fossetta occipitale. E se il Museo Lombroso di Torino resta un luogo magnifico e sinistro per il visitatore, uno spaccato di storia umana e non solo di criminologia e antropologia, ecco che un interessante saggio scritto da Livio Sansone per Laterza, La Galassia Lombroso, ci svela la portata di Cesare Lombroso nella cultura sudamericana e la sua elaborazione nel tempo.

Anche se Lombroso non mise mai piede in Brasile o in Argentina, nei primi anni del Novecento i suoi più stretti collaboratori ci andarono eccome, cominciando dalla figlia Gina e dal genero Guglielmo Ferrero. Vennero accolti come stelle della cultura, e quasi dello spettacolo. Firmavano autografi tenevano conferenze a pagamento, erano portati in giro per l’America Latina per mesi, a spese degli Stati ospitanti, avevano a disposizione treni interi e «orchestre da trenta professori». Quando la figlia di Lombroso scendeva dal piroscafo, l’attendevano giornalisti e fotografi. Gli impresari teatrali riempivano le platee. E dopo le esibizioni, perché di questo si trattava (l’oratore Enrico Ferri curava la voce come un tenore, capricci compresi), erano cene “alla francese” con i migliori cibi e grandi vini.

Ma come? Tutto questo per la figlia e il genero di colui che sosteneva che briganti si nasce? Per colui che scrisse che con i piedi piatti, o da mancini, è più facile darsi al crimine? Le cose sono assai più complesse, e Livio Sansone lo spiega con storica puntualità. La clamorosa, trionfale ricezione di Lombroso in Sudamerica va infatti collocata nel dibattito ottocentesco su razza e diversità umana, sull’opportunità delle colonie e della fine della schiavitù. Argomenti come atavismo, degenerazione, ipnosi, fisiognomica ma anche alcolismo, cretinismo, genio e follia, per non parlare dello spiritismo che permeò gli ultimi anni e gli studi conclusivi del professore veronese (di nascita, ma per tutto il resto torinese), ebbero una presa incredibile su pensatori e popolazioni d’oltre oceano. Tra la fine del “lungo Ottocento” e il primo decennio del secolo nuovo, Cesare Lombroso era l’intellettuale italiano più famoso al mondo, influenzando giganti come Tolstoj, Zola e Conrad. Il suo ritratto a olio accanto a quello di Garibaldi non poteva mancare sul palco dove la figlia, il genero e gli altri collaboratori discettavano di argomenti tra loro diversissimi, con notevole foga oratoria e, non raramente, con altrettanta approssimazione. Ma quegli spettacoli piacevano da impazzire e crearono una moda, anche se non fu soltanto suggestione teatrale: Argentina e Brasile si ispirarono alle teorie lombrosiane per realizzare carceri e manicomi, nonché per riscrivere il codice penale. La questione di fondo restava quella delle classi pericolose, e dell’arginarle dopo averle classificate. Come se le persone, anche le più turpi, fossero farfalle o piante.

Tra nazionalismi e modernità, la Galassia Lombroso si allargò presto in Francia, Germania e Olanda, ricevendo però notevole freddezza, prima di ottenere interessato ascolto in Spagna e Portogallo, e quel grandioso successo in America Latina. Anche il presidente Roosevelt volle conoscere Gina Lombroso e il marito Guglielmo, invitandoli alla Casa Bianca. I lombrosiani riempivano pagine di giornali e riviste con articoli assai ben pagati, e il “maestro” finì con l’influenzare le politiche sociali di numerosi Stati. Il fascino effimero ma potente del positivismo fece il resto, e comunque non sarebbe giusto liquidare Cesare Lombroso limitandosi agli aspetti più folcloristici e intollerabili del suo pensiero: si tratta pur sempre dell’inventore dell’antropologia criminale. Sul suo esempio sono sorti, in mezzo mondo, musei del crimine e della polizia, imitando il “collezionatore nato” (così lo definiva la figlia Gina) di oggetti carcerari, crani, ossa, calchi del viso di delinquenti giustiziati e brandelli di pelle tatuata. Possiamo voltare lo sguardo ma Cesare Lombroso resta, e ancora ci parla. Al netto del fascino macabro, meglio non confondere l’errore e l’orrore.

Nuovo cinema classico (da Hawks a Godard)

Dodici pellicole di un biennio fondamentale (1959-1960). Parte da qui Alberto Crespi per raccontare mille storie di dodici grandi. Buñuel, Hitchcock, Mordicela Disney, Fellini, Wilder… Lo spettacolo sta per cominciare, spegnete i cellulari…

Paolo Mereghetti | la Lettura | 22 maggio 2022

Alla fine vorresti che non finisse mai, che questo viaggio tra film e registi, storie e aneddoti, dive e comprimari proseguisse ancora, aggiungendo piacere al piacere, quello per un cinema che, nonostante gli anni grami che sembra vivere adesso, contagiato anche lui da qualche forma di Covid-19, continua a rinascere dalle sue ceneri ogni volta che una storia prende forma sullo schermo. Perché quando chiudi le 400 pagine di Short Cuts (Laterza) ti porti dietro l’impressione, davvero rinfrancante, che le storie di cinema che ti hanno accompagnato fin lì ne nascondano molte altre, quasi innescassero una reazione a catena. Merito della ricchezza inesauribile della storia del cinema, certo, ma merito soprattutto di Alberto Crespi, che ha abbandonato il suo abituale ruolo di critico cinematografico (lo è stato per «l’Unità», prendendo il posto che fu di Ugo Casiraghi, e lo è tutt’ora, dai microfoni di HoIlywood Party su RadioTre) per prendere quello, qui davvero azzeccato, di cantastorie. Come lui stesso si autodefinisce.

L’idea è semplice e curiosa insieme: prendere un biennio fondamentale della storia del cinema — il 1959-1960 — e attraverso dodici film ripercorrere uno dei momenti nodali della cinematografia, il passaggio dal cinema «classico» al cinema «moderno». Ma non come farebbe un diligente studioso della materia, magari aspirante accademico, che finirebbe per perdersi tra teorie e interpretazioni, tra sfoggio di cultura e dimostrazioni (magari presunte) di genialità. No, Crespi vuole solo raccontare. Raccontare le tante cose che ha scoperto e imparato in tanti anni di amore per il cinema, fatto di amicizie e di interviste, di ricerche e di letture, e naturalmente di visioni. Come ha imparato a fare dai registi “classici” che inchiodavano lo spettatore con le loro storie, ma anche con la libertà dei registi «moderni», capaci di mandare a quel paese le regole e inventare un nuovo modo di raccontare. Tra Hawks e Godard, si potrebbe dire, prendendo spunto dal primo e dall’ultimo dei dodici film che compongono l’ossatura del libro.

Il cinema in 12 storie, dice il sottotitolo del libro, tutte contenute in quei due anni, il 1959 e il 1960 del secolo scorso. Ma che storie signora mia, verrebbe da aggiungere. Si comincia con Un dollaro d’onore di Howard Hawks e si prosegue con La dolce vita di Fellini, L’appartamento di Billy Wilder, La grande guerra di Monicelli, Nazarìn di Buñuel, Il mondo di Apu di Satyajit Ray, I magnifici sette di John Sturges, Psyco di Alfred Hitchcock, La bella addormentata nel bosco di Walt Disney, Historias de la revolución di Tomás Gutiérrez Alea, Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz e si finisce con Fino all’ultimo respiro di Jean-Lue Godard.

Dodici capolavori, dodici film che hanno segnato la storia del cinema, ma Crespi non si ferma ad esaltarne le qualità, lo dà (giustamente) per scontato. Quello che gli interessa è metterne in evidenza una caratteristica, una specificità o anche solo un dettaglio laterale, per esempio la reazione di Buñuel che alla notizia del premio e del successo avuto da Nazarìn a Cannes si lamentava perché «se i miei film cominciano a fare soldi, sarà la fine del mio prestigio come regista. È terribile». E da lì trovare lo spunto per parlare d’altro, per raccontare di un altro film o di un altro regista, per incastrare un’altra storia, lontanissima magari a rigor di logica, ma che in quel momento s’incastra perfettamente. E così da Buñuel si passa alla «nuova Greta Garbo» sovietica Lauis Septiko e poi al maliano Souleymane Cissé, all’hong-konghese Tsui Hark (intervistato alle otto di mattina di un giorno di Pasqua) per arrivare agli «800 eroi» di Shanghai. E di ognuno il «cantastorie» Crespi racconta un aneddoto, illustra una scelta di stile, sottolinea un’assonanza o una differenza con chi viene prima o dopo. Finendo per fare dei dodici film selezionati altrettanti ami con cui pescare mille altre storie.

E che storie! La lezione di Billy Wilder sul Lubitsch touch vale l’imbarazzo di Stravinskij quando scopre la sua sagra della primavera «riadattata» da Disney (e Stokowski) in Fantasia; come De Sica evitò di diventare un regista della Repubblica di Salò sta sullo stesso piano dell’invenzione del gatto in Il lungo addio; il ritratto di Ruan Lingyu (la più grande diva del cinema cinese degli anni Trenta) fa il paio con quello di Dino Risi e la sua erre arrotata; l’elogio dei film muti di Lois Weber (la prima regista di Hollywood) appassiona come il racconto del film mai fatto da Luigi Magni in Etiopia. E si potrebbe non fermarsi più, tanti sono i nomi e i fatti che stanno dentro Short Cuts. Abbiamo detto prima che per questo libro l’autore mette da parte la sua preparazione da critico, ma della sua assidua frequentazione cinematografica una cosa ha conservato, e lo dimostra quando parla di Howard Hawks e del suo Dollaro d’onore: per spiegare la semplicità ma anche la fluidità di quel modo di raccontare (dopo avere illustrato scena per scena i primi 3 minuti e 8 secondi di quel capolavoro western, dove non si pronuncia una parola ma si capisce benissimo che film sarà e che personaggi incontreremo) Crespi spiega come Hawks legava le scene una dietro l’altra: «Taglia sempre sul movimento e il pubblico non se ne accorgerà». Ecco, anche per questo libro Crespi ha tagliato sempre le sue storie «sul movimento». Non lascia mai che diventino troppo lunghe: taglia anche lui in movimento e passa alla prossima storia. E così non ne hai mai abbastanza, anche dopo averlo letto tutto.

Vanessa Roghi racconta “Il passero coraggioso”

Generazioni di lettori di tutte le età si sono innamorate della storia di Cipì, il passero coraggioso inventato negli anni Cinquanta da Mario Lodi e i suoi bambini. Pochi però ne conoscono la storia. Nel centenario della nascita di Mario Lodi, ripartiamo da Cipì – con Vanessa Roghi e Il passero coraggioso – per ricostruire la grande avventura della didattica democratica, una pratica che ha cambiato il nostro Paese.

 

 

Il libro:

Il giovane Enrico, il capo e la lotta

Il capo del circolo del Pci ha 22 anni e finisce in cella per 100 giorni per aver partecipato a una tumultuosa protesta contro la penuria di generi alimentari e contro il prefetto fascista

Vindice Lecis | Il Fatto Quotidiano |  15 maggio 2022

Alla domanda “Sappiamo che lei è un tifoso juventino”, Berlinguer secco rispondeva: “No, io tifo la Torres!”. Pur apprezzando moltissimo anche il Cagliari il segretario comunista, anche durante le sue trasferte politiche all’estero, non mancava mai di far telefonare alla sede romana dell’Unità: “Chiedi che cosa ha fatto la Torres” ha ricordato il responsabile Esteri del Pci dell’epoca, Antonio Rubbi.

La Torres è la squadra di calcio di Sassari. Ma Berlinguer restò legato sempre alla sua città natale, incubatrice decisiva della formazione della sua personalità e nella politica. In un’intervista alla Nuova Sardegna del 15 gennaio 1984 al direttore Alberto Statera, a proposito dei moti del pane del gennaio 1944, Berlinguer spiegava che si trattò “di una forte e tumultuosa protesta della parte più povera della città, provocata soprattutto dalla penuria dei generi alimentari di prima necessità ma anche dalla permanenza in molti posti di comando di gerarchi fascisti, nonostante da mesi fosse caduto il regime e la Sardegna fosse stata liberata”. Aggiungeva che “la massa principale era di donne e giovani dei quartieri popolari, che allora erano il centro di Sassari”. A questo proposito ricordava “bene anche la montatura imbastita da molti capi della polizia, che inventando di sana pianta reati gravissimi mai commessi cercarono di scompaginare la forte organizzazione giovanile comunista che si era formata nei mesi precedenti nella nostra città”.

Il sindacalista Nino Manca, in un libro curato da Tore Patatu (edito nel 1993 dalla Libreria Dessì) tratteggiò in modo vivace la poverissima Sassari e quanto accadde nei “moti del pane” all’indomani della caduta del fascismo in una città stretta tra fame e inquietudine. Eravamo, scrive Manca, una “massa di persone in età giovanile, assolutamente inesperta nell’organizzare manifestazioni o dimostrazioni di qualsiasi natura, e ancora più incapace di organizzare e gestire manifestazioni così dure e così aggressive come furono quelle di allora”.

Enrico Berlinguer era il capo del circolo giovanile comunista in via San Sisto, descritto da Giuseppe Fiori nella sua Vita di Berlinguer (Laterza, 1989) come “un budello fradicio con odore di cavoli e lardo aspina sul Corso”. In quella sede la sera del 12 gennaio una ventina di ragazzi dei rioni popolari ascoltano il segretario del circolo. Berlinguer è uno studente di 22 anni, prossimo alla laurea in legge, figlio di Mario, uno dei leader del Partito d’azione e nipote di Enrico, che fu esponente di una famiglia di piccola nobiltà agraria e avvocato repubblicano garibaldino, deputato dell’Unione amendoliana e fondatore della Nuova Sardegna.

Quei giovani comunisti – tra cui Nino Manca, Nino Pinna, Pietro Carta, Giuseppe Cossu, Paolo Achenza e molti altri – discutono della manifestazione dell’indomani 13 gennaio. E si dividono i compiti, compreso quello di mostrare- e sarebbe stata la prima volta dopo il fascismo – un grande drappo rosso confezionato da un certo Ricci abitante in via Alghero. La notte diluvia, ma l’indomani molte centinaia di manifestanti percorrono in corteo la città. Chiedono la distribuzione di pane, pasta e olio. Sassari è stremata, povera, affamata Nel descrivere lo spettacolo di miseria di molte zone, Nino Manca racconta che in vicolo Sant’Elena, la famiglia di Pietro Francesco Conti, ogni notte doveva tirare su con una carrucola il tavolo da pranzo che rimaneva così sospeso per aria durante tutta la notte, muto spettatore della miseria imperante. In quell’unico vano di 25 metri quadrati vi abitavano in dodici: nonna nonno, padre e madre, cinque figlie femmine e tre maschi.

Torniamo al corteo che arriva in piazza d’Italia che invoca tra le urla la rimozione del prefetto considerato fascista. La polizia carica e i manifestanti si dirigono allora verso la sede della Commissione Alleata. Berlinguer li guida. Il corteo si scioglie tra le tensioni.

La sera, durante una riunione urgente nel circolo in via San Sisto 4, i dirigenti del Pci degli “adulti” appena rinato – diretto da uomini che avevano fatto carcere e confino come Andrea Lentini che nel 1920 era stato sindaco di Gonnesa – critica duramente l’avventurismo dei giovani compagni che partecipando a queste manifestazioni, ammoniscono, fanno il gioco dei fascisti, nascosti e sempre presenti.

Ma il giorno dopo le manifestazioni riprendono. Gli scontri più duri, questa volta con l’impegno dell’esercito con cani armati leggeri, mitraglie, fucili, moschetti che occupano tutta l’area del centro da piazza Castello a piazza Municipio fino a porta Sant’Antonio. Il corteo con il drappo rosso con falce e martello, arriva invia Mercato e in via Rosello, segue un’irruzione al mercato del pesce dove il direttore dottor Marras venne colpito con un cestello. “Il poco che trovano – ricostruisce Peppino Fiori – semola, pasta, zucchero e carbone è immediatamente distribuito”. Un primo scontro avviene al corso Vittorio Emanuele con i primi feriti e alcuni arresti. Due giovani sono liberati da tal Mario Usai, che se li fa consegnare senza colpo ferire dai militari, fuggiti a gambe levate.

Durante un’incursione al panificio della ditta Arru-Fadda in via Capo d’oro vengono sottratti cinque quintali di pane. L’assalto si ripete al mulino Farbo-Naseddu e al magazzino Fara. Un concentramento si forma in piazza Santa Caterina dove ci sono gli uffici annonari, spostandosi in piazza Municipale presidiata dall’esercito. I manifestanti ricorda Nino Manca “superando la barriera delle mitragliatrici la occupano, trovandosi a contatto fisico con i soldati che si trovano mescolati con la folla dei dimostranti senza che nulla di grave accada”.

Per i giovani comunisti sarà un duro risveglio il giorno dopo. Criticati dal partito, sconfessati dalla Concentrazione antifascista, sono oggetto anche di una repressione poliziesca. In galera finiscono molti di loro tra i 43 arrestati. Tra questi appunto Enrico Berlinguer portato in manette la mattina del 17 gennaio 1944 nella caserma dedicata al suo antenato Gerolamo Berlinguer che nel 1835 aveva sbaragliato la banda del fuorilegge Battista Canu.

“Comunista convinto, studioso delle teorie leniniste, dopo la caduta del fascio fu uno dei promotore fondatore del Partito comunista a Sassari – scrive in un rapporto il questore Dino Fabris, già funzionario della famigerata e occhiuta Ovra. Nominato segretario della sezione giovanile, si assunse il compito di spiegare le nuove idealità alla massa impartendo periodiche lezioni di comunismo un certo numero di gregari… Fanatico dell’idea, credette giunto il momento di applicare alla pratica le teorie più spinte del partito”.

Berlinguer e i suoi compagni restano in carcere a San Sebastiano cento lunghi giorni. Ne usciranno domenica 23 aprile 1944. Due mesi dopo Berlinguer è già a Salerno col padre Mario dove conosce Palmiro Togliatti, appena rientrato dal lungo esilio e dalla esperienza alla guida del Comintern.

In tanti anni continentali Berlinguer però non smise mai di coltivare i suoi rapporti con la Sardegna e con Sassari. Ritornò più volte per partecipare a iniziative politiche – l’inaugurazione della federazione di via Mazzini nel 1973 e diversi comizi in piazza, l’ultimo nel 1982 – e occasioni private. Come per assistere alla Faradda (la secolare festa dei candelieri) de114 agosto, trascorrere le sue vacanze a Stintino o passeggiare quasi intimidito dalla gente che lo saluta tra piazza d’Italia, via Giorgio Asproni e viale Dante dove in una casa presa in affitto era nato alle 3 del 25 maggio 1922. Così vicina alla chiesa di San Giuseppe che il 30 giugno dell’anno prima aveva visto il padre Mario sposare Mariuccia Loriga, figlia di Giuseppina Satta-Branca. E dove venne battezzato il 9 luglio con il nome di Enrico, come il nonno repubblicano.

 

Cinquant’anni dopo Peteano

‘Il presidente dell’ufficio istruzione mi disse: “Come primo fascicolo prendi questo. Guarda: roba vecchia di dieci anni, la puoi chiudere subito”. Io in realtà ero ancora formalmente uditore e sbirciai la copertina del mio primo fascicolo come aspirante giudice istruttore. C’era scritto “Peteano”.’

Felice Casson, Venezia, aprile 2021; intervista a cura di Ugo Dinello.

Ugo Dinello, La via delle armi

 

 

Una pietra massiccia alta grosso modo un metro, circondata da basse aiuole, riporta questa scritta: «Qui addì 31 maggio 1972 alle ore 23.15 mano omicida in vile attentato spegneva tre giovani vite». Poi i nomi: «brigadiere Antonio Ferraro – carabiniere Donato Poveromo – carabiniere Franco Dongiovanni». E infine: «La cittadinanza di Sagrado ad imperituro ricordo – ottobre 1972». […] Riparti con una strana sensazione: perché davvero non ti capaciti di come qualcuno possa avere pensato e realizzato una strage qui, non in una banca o in una piazza di una città, o su un treno, bensì alla periferia di tutto, di notte in una stradina sterrata nascosta dalla vegetazione, lungo una provinciale che corre tra un fiume e una ferrovia, nell’estremo nord-est d’Italia a una dozzina di chilometri dal confine oggi sloveno e allora jugoslavo. E sarà anche per tutto questo che il sangue di quei tre giovani carabinieri è sempre passato in secondo piano rispetto a quello di tante altre vittime degli anni di piombo. Ma anche perché, di tutte le stragi del terrorismo neofascista, questa è l’unica per la quale esiste un reo confesso: Vincenzo Vinciguerra. […] Sono trascorsi cinquant’anni da quando tutto iniziò, un’ora dopo il termine della finale di Coppa dei Campioni a Rotterdam in cui l’Inter di Invernizzi si arrese all’Ajax e alla doppietta di Johan Cruijff. E sarà pure ormai storia del secolo scorso, ma ancora oggi a ripercorrerla non ci si crede.

Paolo Morando, L’ergastolano

 

 

#CasaLaterza: Mimmo Franzinelli dialoga con Carlo Greppi

In tanti sostengono che il fascismo abbia una data di morte precisa e definitiva. Ma è davvero così?
E allora come spieghiamo le molte continuità tra il regime e la Repubblica? Le bombe, i pellegrinaggi a Predappio e le continue violenze?

Ne abbiamo parlato per Casa Laterza con gli storici Carlo Greppi e Mimmo Franzinelli, autore del libro Il fascismo è finito il 25 aprile del 1945.