Gaetano Savatteri racconta “Le siciliane”

Una lunga tradizione letteraria e cinematografica ha rappresentato le donne siciliane come delle figure stilizzate: vestite di nero, segregate dalla gelosia, costrette dai familiari a castigare i propri istinti.

Ovviamente è un’immagine lontanissima dalla realtà, che si compone invece di tante storie del tutto estranee a questo archetipo.

Il quadro è ricchissimo: dalla santa patrona Rosalia a Franca Viola che fece cambiare leggi e costumi; dalla giornalista e scrittrice Giuliana Saladino alla ‘vecchia dell’aceto’ che nel ʼ700 preparava pozioni per avvelenare i mariti; dalla cantautrice Rosa Balistreri all’editrice Elvira Sellerio e alla prima miss Italia. Scopriremo in queste pagine che, se pure qualcosa di vero c’è nel personaggio di fantasia interpretato da Claudia Cardinale in I soliti ignoti («Carmelina, ricomponiti»), un secolo prima nella realtà c’erano le temibili combattenti socialiste di Piana degli Albanesi, donne che scendevano in piazza e non avevano alcuna intenzione di ricomporsi.

Se dobbiamo trovare un carattere comune nei secoli alle donne della più grande isola del Mediterraneo, questo va forse cercato nella volontà di reinventare il proprio destino.

Gaetano Savatteri racconta il suo nuovo libro, Le siciliane.

 

 

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Carlo Greppi racconta “Il buon tedesco”

Il capitano Jacobs è un buon soldato, rispettoso delle gerarchie, onesto. Improvvisamente nel 1944, assieme al suo attendente, decide di passare, armi in pugno, dalla parte dei partigiani. Sceglie di combattere contro i propri camerati. Perché lo fa?

Inseguendo la parabola di quest’uomo viene alla luce una grande storia dimenticata: furono centinaia i tedeschi e gli austriaci a percorrere lo stesso cammino. Un piccolo esercito senza patria e bandiera, una pagina unica nella storia d’Italia.

Carlo Greppi racconta il suo nuovo libro,  Il buon tedesco.

 

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Raoul Pupo racconta “Adriatico amarissimo”

Le terre dell’Adriatico orientale sono state uno dei laboratori della violenza politica del ʼ900: scontri di piazza, incendi, ribellioni militari come quella di D’Annunzio, squadrismo, conati rivoluzionari, stato di polizia, persecuzione delle minoranze, terrorismo, condanne del tribunale speciale fascista, pogrom antiebraici, lotta partigiana, guerra ai civili, stragi, deportazioni, fabbriche della morte come la Risiera di San Sabba, foibe, sradicamento di intere comunità nazionali.

Queste esplosioni di violenza sono state spesso studiate con un’ottica parziale, e quasi sempre all’interno di una storia nazionale ben definita – prevalentemente quella italiana o quella jugoslava (slovena e croata) –, scelta questa che non può che originare incomprensioni e deformazioni interpretative. Infatti, è solo applicando contemporaneamente punti di vista diversi che si può sperare di comprendere le dinamiche di un territorio plurale come quello dell’Adriatico orientale, che nel corso del ʼ900 oscillò fra diverse appartenenze statuali. Inoltre, le versioni offerte dalle singole storiografie nazionali non fanno che rafforzare le memorie già a suo tempo divise e rimaste tali generazione dopo generazione.

Nel suo nuovo libro, Adriatico amarissimo, Raoul Pupo, uno dei massimi esperti della storia di quei luoghi, ricostruisce una panoramica complessiva delle logiche della violenza che hanno avvelenato quelle terre – e non solo – nell’intero Novecento, per ricominciare a discuterne con cognizione di causa.

 

 

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pupo

 

#CasaLaterza: Maurizio Viroli dialoga con Enzo Bianchi

Nella storia d’Italia, i profeti hanno ispirato le lotte per l’emancipazione sociale e politica; esortato uomini e donne a non affidarsi al destino o al fato e ad assumersi la responsabilità della scelta morale; li hanno incoraggiati a liberarsi dalla servitù; hanno sofferto per le ingiustizie del loro tempo e dato un senso alla sofferenza con l’annuncio del riscatto. Con il tramonto della profezia sono tramontate anche le visioni e le speranze di emancipazione sociale.

Maurizio Viroli, accademico, saggista e filosofo, autore di Tempi profetici, ne ha parlato con Enzo Bianchi, monaco e teologo, fondatore della comunità di Bose.

 

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Gli Alleati li chiamavano ‘Special Germans’

Il capitano Jacobs è un buon soldato, rispettoso delle gerarchie, onesto. Improvvisamente nel 1944, assieme al suo attendente, decide di passare, armi in pugno, dalla parte dei partigiani. Sceglie di combattere contro i propri camerati. Perché lo fa?

Inseguendo la parabola di quest’uomo viene alla luce una grande storia dimenticata: furono centinaia i tedeschi e gli austriaci a percorrere lo stesso cammino. Un piccolo esercito senza patria e bandiera, una pagina unica nella storia d’Italia.

Un estratto da Il buon tedesco, il nuovo libro di Carlo Greppi.

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“Per i traditori della Patria e per i disertori, che magari si sono anche vantati di aver combattuto al fianco dei partigiani e di aver ucciso dei soldati tedeschi, non c’è alcuno spazio tra di noi. Siffatti apprendisti senza onore non devono aspettarsi alcun rispetto nemmeno da quelli che sono stati fin’ora nostri avversari. Verranno isolati e trattati nel modo che si sono meritati […] Le nostre leggi militari hanno piena validità, oggi come ieri. Chi le trasgredisce deve portarne inesorabilmente le conseguenze”. Queste parole senza possibilità di fraintendimento sono vergate a giugno 1945 nel Deutsches Hauptquartier Bellaria, il quartier generale tedesco del campo di prigionia di Bellaria, dal comandante Karl von Graffen, che negli ultimi giorni di guerra era stato nominato comandante del LXXVI Panzerkorps sullo scacchiere italiano. Siamo alla fine di quella che molti definiscono la Guerra dei Trent’anni del Novecento, tre decenni e qualche mese dopo le parole con cui il Kaiser Guglielmo II, a Berlino, auspicava – intimava – che davanti a lui ci fossero “soltanto tedeschi”. E sette anni dopo il boato con cui una folla di 250.000 persone nell’Heldenplatz di Vienna invocava l’annessione tedesca dell’Austria, prima di certificarla con oltre il 99 per cento dei voti in un plebiscito che nel 1938 aveva saldato le due nazioni in un solo destino, in quella che sarà un’unica “comunità di popolo armata in guerra”. Così non è stato, almeno in parte: davanti al comandante del LXXVI Panzerkorps non ci sono solamente soldati che hanno inseguito quel sogno di dominio nazionale.

Alle spalle delle spietate minacce di von Graffen, sul suolo italiano e su tutto il globo terracqueo, quel “cumulo di rovine e di fallimenti” previsto dalla baronessa von Suttner quarant’anni prima. Eppure – c’è sempre un “eppure” – queste parole lasciano trasparire qualcosa di immenso. E cioè che von Graffen minaccia inesorabili conseguenze per chi, tedesco, con spudorata doppiezza o vestito di sincera convinzione, ha “combattuto al fianco dei partigiani”. E più in generale per chi si è macchiato del più infamante dei gesti che si possano immaginare, in tempo di guerra: la resa ai nemici, la diserzione, il tradimentoSpecial Germans, li chiamano gli Alleati. Tedeschi e austriaci speciali, con traiettorie imprevedibili, come molto più spesso erano stati imprevedibili i percorsi di tutte le nazionalità da loro arruolate più o meno a forza: soprattutto cecoslovacchi, polacchi e sovietici di varie provenienze.

In quello stesso campo di prigionia – il lager 12 – erano infatti presenti diversi soldati della Wehrmacht che durante il conflitto avevano disertato, e si erano uniti alla Resistenza italiana. Alcuni dei loro nomi li sappiamo: il sottufficiale Karl Berger, il caporalmaggiore Oskar Blümel, il caporalmaggiore Erich Stey, il caporale austriaco Franz Maier. Dubito che abbiano conosciuto Rudolf, eppure qualcosa li univa. Innanzitutto il fatto che, a differenza di Quidde e della baronessa von Suttner, a loro nessuno avrebbe neanche mai pensato di dare un premio Nobel. Anzi. Il futuro avrebbe riservato, a quegli uomini, quasi solo sguardi e parole taglienti come quelli del comandante von Graffen – quasi solo disprezzo, e al massimo poche briciole di compassione. “Lui ha combattuto con loro”, avrebbero detto i concittadini, i parenti, gli amici: “Ha rivolto le armi contro di noi”.

 

Quando ti uccidono più volte, forse non sarai mai morto per davvero. Se hai dimostrato di saper essere un uomo protagonista del tuo tempo ma guidato da valori universali, che trascendono quel tempo stesso, il tuo nome resterà scolpito da qualche parte – nella memoria dei luoghi, in una lapide dimenticata, tra documenti accartocciati, nei sussurrii della gente del posto. Si dirà “lui aveva combattuto con i nostri. Lui, che era tedesco”. Si tramanderà un racconto, che così manterrà viva la tua storia, finché qualcuno non la spolvererà per raccontarla battagliando con l’oblio. Questo è quanto accaduto a chi, vestendo la divisa delle forze armate tedesche, ha saputo dire di no, seguendo non gli ordini liberticidi e criminali della “patria” ma la propria coscienza, pur sapendo che avrebbe potuto morire non una ma due volte. Se da un lato avrebbe potuto essere ucciso in battaglia, combattendo contro i suoi ex commilitoni e i loro alleati fascisti, dall’altro il suo nome – questo invece era pressoché certo – sarebbe stato a lungo cancellato dalla memoria pubblica del suo paese. Sarebbe stato complicato, anche se si fosse persa la guerra, celebrare i disertori, queste anime rinnegate che avevano scelto il lato giusto della storia, intralciando la cavalcata del Reich millenario per inseguire, al contrario, un altro ideale.

Già nella riedizione della prima grande narrazione della guerra partigiana di Roberto Battaglia, uscita postuma, sono inserite ex novo alcune pagine dedicate al tema su cui lo storico scrive in maniera pionieristica negli anni Sessanta. E tra gli stranieri che si unirono alla Resistenza ricorda anche i disertori dell’esercito tedesco (nati nel Reich o altrove), che appaiono “nelle file del movimento partigiano in quasi tutte le regioni del Nord”. Stiamo parlando di un nucleo numericamente non trascurabile anche secondo gli storici tedeschi che avrebbero proseguito questo filone di ricerca, arrivando a suggerire l’ipotesi che fossero centinaia. Come avrebbe sottolineato Claudio Pavone molto tempo dopo, si sarebbe addirittura tentato di costituire reparti composti integralmente da disertori della Wehrmacht, e le stime più aggiornate confermano le sensazioni dei primi storici della Resistenza: questi uomini capaci di scarti improvvisi e senza possibilità di ripensamento erano certamente svariate centinaia, questo è il dato dal quale devo e dobbiamo partire. E lo stesso vale per diversi altri teatri di guerra, come la Francia, la Jugoslavia e la Grecia (dove furono oltre mille), anche se in questi casi come in quello dell’Europa orientale è difficile raggiungere delle stime certe: va detto che le biografie a nostra conoscenza hanno raggiunto ormai da tempo, allargando lo sguardo al continente, un ordine complessivo quantificabile in diverse migliaia.

Per la sola 10a armata di stanza in Italia i dati disponibili parlano di 3.582 casi di diserzione e allontanamento non autorizzato, circa la metà dei quali di nazionalità tedesca o austriaca, e una parte considerevole di loro si unì al partigianato italiano – era uno stillicidio continuo, come rilevava la giustizia militare tedesca nel corso del conflitto. Schegge, in confronto a storie epiche confrontabili, come quella dei molti ex soldati italiani che si unirono alla Resistenza francese o greca, o come quella della Divisione partigiana Garibaldi, in Montenegro, dove 20.000 italiani prima appartenenti all’esercito fascista combatterono fianco a fianco ai partigiani locali, e tra i 6.500 e gli 8.500 di loro morirono per la libertà degli ex nemici. Ma schegge commoventi, che si fanno ossessionanti e irrompono brutalmente, con costanza, nei pensieri di chi studia questi anni. Schegge che, a un certo punto, non lasciano più scampo, e pretendono di essere indagate.

Un giovane studioso cui va il merito di essere stato il primo a provare a operare una ricognizione sistematica su questi disertori nella penisola, Francesco Corniani, ha osservato che in termini assoluti si tratta di un numero limitato, “se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia” – uno su mille, a spanne. Eppure l’esistenza di questa nutrita minoranza dimenticata, sulla quale non ha svolto “nessuna ricerca mirata” neanche la Commissione storica italo-tedesca (2009-2012), è un dato dal portato storico, civile, etico e simbolico strabiliante. Rivoluzionario. “Dopotutto, chi controlla i valori del mondo?”, chiede un commilitone di Walter Proska, il riluttante disertore del romanzo di impianto autobiografico di Siegfried Lenz, Der Überläufer, scritto nell’immediato dopoguerra ma uscito solo nel 2016: “Tu e tu soltanto”, si risponde.

L’aspetto più entusiasmante della storia, in fin dei conti, si cela nelle traiettorie biografiche dei suoi protagonisti, come l’archetipico Walter Proska, o come Rudolf. E, in questo caso più che in molti altri, si possono – si devono – ricostruire. Sapendo che saranno innumerevoli i vuoti, gli inciampi, le informazioni che vorremmo e che non potremo avere. Fin dalla riedizione del 1964 della Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia il simbolo anche problematico, tra gli addetti ai lavori, di queste vite utopiche di veri e propri “partigiani dell’umanità” che scelsero il loro versante della lotta senza adagiarsi sui confini imposti alla nascita, è Rudolf, quell’uomo nato a Brema nella “crisi di luglio” del 1914. Ma chi era veramente? È possibile scoprirlo? E quali domande pone a noi oggi la sua parabola umana?

Per quelle inaspettate coincidenze che l’indagine del passato spesso ci fornisce, quell’uomo portava un nome, Rudolf, che molti anni dopo avrebbe raccontato una storia non accomunata solamente dall’omonimia. Una storia di un altro Rudolf, una storia diversa.

Ma – per gli interrogativi che scatena – non poi così tanto.

 

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Fare storia in prima linea

Antico moderno odierno | con Giusto Traina, per la pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza
Insieme ai nostri ospiti, un viaggio nel tempo e nello spazio per parlare di analogie, differenze e anacronismi

Fare storia in prima linea

Incontro con Carlo Greppi

Dal caso editoriale della collana Fact Checking ai suoi tanti libri – fra cui l’ultimo, ‘Il buon tedesco’ – ci siamo chiesti che cosa significa fare storia in prima linea, anche a costo di fronteggiare folle inferocite, reali e virtuali.

“Inventario del possibile”: dal 5 al 7 novembre a Modena e in diretta streaming

LATERZA AGORÀ

“INVENTARIO DEL POSSIBILE”

5-6-7 NOVEMBRE 2021 / MODENA
Teatro Storchi / BPER Banca Forum Monzani

in diretta streaming sulle pagine Facebook @ertfondazione @editorilaterza @cittadimodena
e sui canali Youtube Emilia Romagna Teatro e Editori Laterza

 

Dal 5 al 7 novembre 2021 al Teatro Storchi e al BPER Banca Forum Monzani di Modena si terrà la seconda edizione di “Laterza Agorà”, un festival del pensiero ideato dagli Editori Laterza, prodotto da ERT / Teatro Nazionale e Comune di Modena, con il supporto di BPER Banca e Enel, main sponsor dell’iniziativa, e con il contributo della Fondazione di Modena. Media partner: Rai News24 e Rai Radio1.

Come entreremo nel futuro dopo la pandemia? La crisi attuale ha rimesso in questione gli equilibri del pianeta, aggravando tutte le disuguaglianze tra paesi e all’interno di ogni nazione.
Il mondo oggi è diviso tra capitalismi autoritari e liberali, tra paesi ricchi e poveri, tra nazioni attraversate da guerre e nazioni legate da accordi di cooperazione.
Cogliere le opportunità della crisi dipende da noi e dalla nostra preparazione ad affrontare le novità che ci aspettano a livello sociale, economico e politico.
Il tema di questa seconda edizione di LATERZA AGORÀ è Inventario del possibile nel duplice senso di ciò che potrebbe accadere indipendentemente dalla nostra volontà e di ciò che vorremmo che accadesse.

Tre giornate intense di analisi, dibattiti e progetti. L’apertura sarà dedicata ai “protagonisti” del possibile cambiamento: i giovani e le donne, sabato 6 novembre si discuterà invece dei “luoghi” essenziali del cambiamento: il lavoro e la rete, per concludere domenica con gli “strumenti” per cambiare: la conoscenza da un lato e la partecipazione dall’altro.

I dialoghi − come nella precedente edizione − avranno una forte componente interattiva, perché non esistono in questa fase certezze assolute. Metteremo a confronto idee anche molto diverse e proposte articolate su più piani. Interverranno relatori di diverse generazioni, convinti che molto del nostro futuro dipenderà dalla capacità delle nuove leve di gestire la nuova fase, a partire dall’ambizioso progetto del Next Generation EU.

Tra gli ospiti: Linda Laura Sabbadini, Simona Sala, Michele Crisostomo, Innocenzo Cipolletta, Jennifer Guerra, Davide Vellani, Maurizio Ferraris, Chiara Volpato, Andrea Vianello, Giorgio Zanchini, Sara Bentivegna, Giulia Pastorella, Massimo Florio, Simona Colarizi, Colin Crouch. Il festival si concluderà con un’intervista a Enrico Giovannini, Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili.

Il programma

 

Venerdì 5 novembre // Teatro Storchi
I PROTAGONISTI DEL POSSIBILE

Ore 17.00 |  INAUGURAZIONE
Giuliano Barbolini, Andrea Bortolamasi, Giuseppe Laterza

Ore 17.30 | Le donne: parità o differenza?
Jennifer Guerra, Linda Laura Sabbadini, Simona Sala, Chiara Volpato

Ore 18.30 | I giovani: rivoluzione o omologazione?
Michele Crisostomo (in collegamento video), Margherita Cristiani, Giulia Pastorella, Ilaria Potenza, Alessandro Rosina

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Sabato 6 novembre // Teatro Storchi
I LUOGHI DEL POSSIBILE

Ore 17.30 | Il lavoro e l’impresa: tutti verdi e digitali?
Savino Balzano, Innocenzo Cipolletta, Chiara Mio, Davide Vellani

Ore 18.30 | La rete ci rende liberi?
Sara Bentivegna, Maurizio Ferraris, Gino Roncaglia, Andrea Vianello, Giorgio Zanchini

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Domenica 7 novembre // BPER Banca Forum Monzani
GLI STRUMENTI DEL POSSIBILE

Ore 17.00 | La conoscenza ci unisce o ci divide?
Andrea Bortolamasi, Barbara Bruschi, Massimo Florio, Giovanni Solimine

Ore 18.00 | La partecipazione: oltre i partiti?
Diletta Bellotti, Oliviero Bergamini, Stefano Bonaccini, Simona Colarizi, Storica, Colin Crouch

Ore 19.30 | CONCLUSIONE
Intervista a Enrico Giovannini (in collegamento video)

Moderano gli incontri Andrea Gerli e Chiara Paduano di Rai News24
Regia video Riccardo Frati

Tutti gli incontri saranno arricchiti da letture e interventi teatrali a cura degli attori: Simone Francia, Michele Lisi, Maria Vittoria Scarlattei.

 

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Informazioni

> Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito ma prevedono la prenotazione obbligatoria scrivendo o contattando la biglietteria del Teatro Storchi (e-mail biglietteria@emiliaromagnateatro.com | telefono 059.2136021).

Orari di apertura al pubblico: martedì e sabato dalle 10.00 alle 14.00 e dalle 16.30 alle 19.00; mercoledì, giovedì e venerdì dalle 10.00 alle 14.00. I giorni dell’evento la biglietteria sarà aperta da un’ora prima e domenica 7 novembre sarà in funzione al Forum Monzani dalle 16.00 alle 17.30.

Tutti gli eventi saranno trasmessi in diretta streaming sulle pagine Facebook degli organizzatori @ertfondazione @editorilaterza @cittadimodena e sui canali Youtube Emilia Romagna Teatro e Editori Laterza.

 

Un nuovo appuntamento per “Mystery train”

Un nuovo appuntamento (anzi due!) per una lezione di storia in musica e un viaggio nell’immaginario americano, insieme ad Alessandro Portelli, Gabriele Amalfitano, Margherita Laterza e Matteo Portelli.

Questa volta il nostro Mystery train fa tappa a Roma, al Teatro Vascello, sabato 23 ottobre alle 21.00 e domenica 24 alle 17.00.

Per prenotazioni e informazioni:

promozioneteatrovascello@gmail.com | 06 5881021 – 06 5898031 | www.teatrovascello.it

 

Cos’ha significato il treno per un paese come l’America? La modernità è penetrata in un mondo rurale attraverso i binari, cambiando per sempre il paesaggio naturale come quello antropologico. Da oggettivazione del moderno e dell’accelerazione che lo contraddistingueva, la ferrovia è oggi diventata rottame, residuo, reperto di un mondo scomparso. Mystery Train. Un viaggio nell’immaginario americano ripercorre il rapporto dell’America con il treno, tra racconti, poesie e canzoni.

Un’attrice, Margherita Laterza, due musicisti, Matteo Portelli e Gabriele Amalfitano, e un americanista, Alessandro Portelli, mettono in scena questa originale e particolarissima Lezione di Storia, convocando, tra gli altri, Hawthorne e Dickinson, Woody Guthrie e Bruce Springsteen, Elvis Presley e Johnny Cash.

Qui un trailer:

 

Lo spettacolo, prodotto dagli Editori Laterza in collaborazione con il Circolo Gianni Bosio, è ora un podcast in quattro puntate.

Ascoltalo qui:

1. Un suono aspro oltre ogni asprezza. La ferrovia come irruzione della modernità nel paesaggio bucolico dell’America di metà Ottocento (da Hawthorne a Dickinson, da Shenandoah a Mystery Train).

2. Il prezzo del progresso. La ferrovia come simbolo della rivoluzione industriale e della crescita economica, i treni merci, i vagabondi sugli assali (da Elizabeth Cotten agli Industrial Workers of the World).

3. Note di libertà e lontananza. La ferrovia come luogo di duro lavoro e di protesta, dalle rivolte del ‘77 a Chicago, alla leggenda di John Henry, minatore nero che sfidò la scavatrice fino alla morte (da Carson Robison a Utah Phillips).

4. Il treno non ferma più qui. La fine della ferrovia in America, l’arrivo dei pullman e delle automobili, le grandi compagnie autostradali smantellano le miglia di binari costruiti, il viaggio diventa individuale e ai treni si guarda con nostalgia (da Woody Guthrie, a Johnny Cash fino a Stolen Car di Bruce Springsteen).

La mitologia dei muratori

Intorno alla Massoneria aleggia da sempre un’aura di mistero e di sospetto. Ma chi sono i massoni? Membri di una confraternita dedita alla filantropia e all’etica o una società segreta complice dei peggiori misfatti? I massoni hanno veramente architettato, tra l’altro, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione russa e le trame oscure della nostra storia repubblicana? Ne I liberi muratori, John Dickie ricostruisce con una prosa avvincente il lato oscuro della modernità.

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G sta per…

I simboli principali usati dai massoni nei loro rituali – i grembiuli e le colonne, le squadre e le cazzuole – derivano dalla professione del muratore. I massoni credono che queste cose, oltre ad avere un significato morale, raccontino la storia di una confraternita che affonda le sue origini nella vita degli artigiani medievali. La storia presentata in innumerevoli guide alla Massoneria è che sarebbe nata dalle corporazioni dei muratori medievali. Il termine craft, usato spesso come sinonimo di Massoneria in inglese, significa appunto «corporazione», «gilda». I massoni trovano affascinante l’idea di essere i diretti discendenti dei muratori medievali, perché li collega ai costruttori delle grandi cattedrali, come quella di Salisbury, di Lincoln e di York: è una cosa che fa molto Merry England. Quando però si è trattato di dimostrare concretamente in che modo le corporazioni medievali si fossero evolute nelle logge massoniche, gli storici massoni si sono trovati di fronte a difficoltà insormontabili, perché la realtà è che i muratori medievali non erano particolarmente bravi a costituire corporazioni. Nell’Inghilterra del XIV e XV secolo quasi ogni mestiere rispettabile, in ogni città, aveva una sua gilda: i macellai avevano una gilda, i fornai avevano una gilda, i candelai avevano una gilda. Qualunque mestiere dei tempi andati, anche il più singolare, aveva una sua corporazione consolidata: ciabattini e maniscalchi, bottai e conciatori… Ogni mestiere, insomma, tranne i muratori.

Il motivo è che non c’era abbastanza lavoro. La maggior parte degli edifici, nell’Inghilterra medievale, non era costruita in pietra, ma con un ignobile miscuglio di ramoscelli, paglia, argilla e sterco. La domanda dei servizi che avevano da offrire i muratori non era neanche lontanamente paragonabile a quella dei falegnami e dei fabbricanti di tetti di paglia. Il risultato è che nella maggior parte delle città non c’erano abbastanza muratori neanche per organizzare una partita a dadi come si deve, figuriamoci una gilda. Quando erano organizzati in una gilda, di solito era in comune con altri lavoratori dell’edilizia, in particolare i carpentieri.

I muratori conducevano una vita girovaga, trascinati di qua e di là dal loro lavoro: si riunivano solo in quei luoghi e momenti rari in cui c’era un ponte di pietra o una casa in pietra da costruire. In molti casi, la linea di demarcazione fra un muratore e un normale manovale non era così netta. Quando bisognava costruire qualcosa di grosso – un castello, un’abbazia, una cattedrale – i muratori venivano reclutati in gran numero anche in posti lontani. Spesso e volentieri non potevano rifiutarsi, perché venivano assunti d’imperio (empressment, era chiamato). Erano ai comandi di un mastro muratore (master mason), assunto dal re o dal vescovo. Anche questa élite di mastri muratori girava di città in città, ma individualmente avevano un grande potere, cosa che rendeva impossibile, per una gilda convenzionale, rappresentare sia loro che la massa della forza lavoro.

Il fatto incontrovertibile è che fra i tanti artigiani del Medioevo inglese, l’ipotesi che i muratori potessero aver creato una corporazione capace di sopravvivere nei secoli e trasformarsi in una confraternita come la Massoneria è la meno probabile in assoluto. Per generazioni, gli storici massoni hanno tentato senza successo di dimostrare l’esistenza di un collegamento fra quelli che chiamano muratori operativi, uomini con scalpelli e piombini, muscoli e calli, e gli odierni liberi muratori speculativi, uomini i cui strumenti hanno un significato filosofico, più che un uso pratico.

Se non sono le corporazioni medievali l’anello di congiunzione fra muratori operativi e liberi muratori speculativi, qual è? Qualche minuscolo passo avanti possiamo farlo andando a guardare non la realtà della vita lavorativa dei muratori medievali, ma il loro folclore, di cui la Massoneria successivamente ha integrato alcuni elementi.

La vita collettiva di tutti i mestieri medievali era ricca di normative, rituali e miti. C’erano riti di passaggio a cui bisognava sottoporsi. C’erano giuramenti solenni e spaventosi, finalizzati a proteggere i segreti del mestiere e rafforzare la solidarietà. C’erano leggi e parole d’ordine da memorizzare, che avevano lo scopo, fra le altre cose, di stanare gli impostori che si presentavano ai cancelli della città cercando lavoro. C’erano banchetti celebrativi nei giorni di festa. C’erano anche favole: i calzolai, che fabbricavano calzature di lusso, credevano che le ossa di Sant’Ugo, il loro santo patrono, dopo il suo martirio fossero state trasformate in utensili per la fabbricazione delle scarpe.

I muratori, in tutta la Gran Bretagna, compensavano la debolezza della loro organizzazione corporativa con una riserva particolarmente ricca di regole, simboli e miti. Conosciuto con il nome di «Antichi doveri» (Old Charges), questo folclore dell’arte muratoria veniva memorizzato e trasmesso di bocca in bocca. Essendo la memoria umana fallace, il contenuto variava notevolmente, con frammenti aggiunti e rimossi, alterati e dimenticati. Di tanto in tanto, una versione degli Antichi doveri veniva trascritta. Il primo testo a essere sopravvissuto a questo processo aleatorio è in versi, per rendere un po’ più facile memorizzare le sue 826 righe: i massoni di tutto il mondo lo conoscono con il nome di Poema Regius. Non si sa con certezza quando e dove sia stato scritto: probabilmente nello Shropshire (una contea tra Birmingham e il Galles) e forse nel 1430.

Le regole enumerate dagli Antichi doveri sono tutte cose standard per gli artigiani medievali. Si va da raccomandazioni generiche sul galateo (non imprecare in chiesa, non soffiarsi il naso con la tovaglia) a regole specificamente finalizzate a regolamentare la vita lavorativa dei muratori, come il dovere per un mastro muratore di pagare equamente i suoi uomini e salvaguardare la qualità del lavoro. Ma il vero tratto distintivo di questi Antichi doveri, che ci mette sulle tracce di quella che sarebbe diventata la Massoneria, è la mitologia dei muratori, la storia di un’arte nata agli albori dei tempi e trasmessa attraverso le epoche da grandi muratori.

Le dramatis personae della storia sono pescate da una lotteria di fonti: sapienti della Grecia antica fianco a fianco con vecchi saggi della Genesi e del Libro dei re. In questo ricco consesso ci sono alcune personalità che contano più di altre, perché successivamente sarebbero state incorporate alle leggende della Massoneria. Una di queste è Ermete Trismegisto, un sapiente che dopo il Diluvio Universale riscoprì le regole geometriche dell’arte muratoria, che i muratori antidiluviani si erano premurati di incidere su due colonne di pietra. Euclide, il matematico greco, è il prossimo grande muratore dell’elenco, perché fu lui a insegnare agli antichi egizi tutte le nozioni sulla lavorazione della pietra, da cui le piramidi. Poi viene Salomone, che impiegò quarantamila muratori per costruire il suo Tempio, summa dell’arte e delle conoscenze edili. Il suo capomastro era di Tiro; in versioni successive degli Antichi doveri venne chiamato Hiram Abiff, lo stesso Hiram Abiff che si è poi guadagnato un ruolo da protagonista nel rituale del terzo grado massonico.

C’è grandiosità nella mitologia dei muratori: un gruppo eterogeneo di artigiani che si attribuisce un lignaggio antico e potente come quello di una dinastia reale. Erano molto pretenziosi anche sul piano intellettuale. Gli Antichi doveri associano l’arte muratoria con la scienza geometrica: per questo Euclide, il matematico della Grecia antica conosciuto come il «padre della geometria», rivestiva un ruolo importante. I muratori ritenevano che l’arte muratoria e la geometria fossero la stessa cosa: e la geometria era una scienza molto prestigiosa. Insieme alla grammatica e alla logica, alla retorica e all’aritmetica, alla musica e all’astronomia, era un elemento centrale dei programmi di insegnamento delle università medievali. Gli Antichi doveri sostenevano addirittura che la geometria/arte muratoria era la più prestigiosa di tutte le discipline del sapere umano. Ancora oggi i massoni venerano la geometria come metafora dell’ordine fondamentale dell’universo. La lettera G maiuscola, che figura spesso insieme alla squadra e al compasso nelle insegne massoniche, sta sia per geometria che per God, Dio.

Con tutto questo, siamo ancora ben lontani dallo stabilire un legame storico reale fra gli Antichi doveri e la Massoneria. (Più in là di così gli storici massoni non sono riusciti ad andare nei loro sforzi per collegare i tagliapietre dell’Inghilterra medievale con i liberi muratori odierni.)

Dopo secoli di mistificazioni (di cui i principali responsabili sono i massoni del XVIII secolo, come vedremo), un resoconto convincente sulle origini della Massoneria è venuto fuori solo in tempi recenti: la svolta decisiva arrivò con uno studio pubblicato nel 1988. Oggi abbiamo capito che le radici della Massoneria non sono medievali, ma risalgono al periodo in cui il mondo medievale andò in pezzi e nacque la modernità.

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