Ritorno dall’esilio

Gian Luca Favetto | il venerdì – la Repubblica | 3 settembre 2021

Che cos’è la poesia? È quella ricerca, quella traduzione del sentire in un’altra forma, che muove: smuove anche da fermi. È un suono, un senso che si fa pensiero; sono parole che generano immagini e mettono in movimento, un movimento interiore che poi diventa andare: verso le cose e le persone, dentro i sentimenti, a cavallo delle emozioni.

Se si vuole andare dalla A alla Z della poesia italiana, la cosa più semplice in questa fine estate è andare in Friuli, a Pordenone. Tra meno di due settimane. Fra il 15 e il 19 settembre. Prendersi un paio di giorni per abitare quella festa del libro con gli autori che è Pordenonelegge, giunta alla XXII edizione. Lì si potrà viaggiare da Dante Alighieri fino ad Andrea Zanzotto. Da un lato, ci si unisce alle celebrazioni del 700° anniversario del grande fiorentino; dall’altro, arrivano al culmine le manifestazioni dedicate al poeta veneto nel centenario della nascita, 10 ottobre 1921, un lungo omaggio cominciato a marzo nel suo paese natale, Pieve di Soligo, 11 mila abitanti in provincia di Treviso, nel cuore del territorio del Prosecco.

La sezione del Festival dedicata alla poesia va “Dai maestri al futuro”. E due grandi maestri, senza i quali non ci sarebbe futuro, sono proprio Dante e Zanzotto, di cui a ottobre ricorre anche il decimo anniversario della morte. Con la loro opera rimangono saldi nel presente della nostra poesia, della nostra letteratura. E vale la pena leggerli, rileggerli. Il padre Dante forse non ne ha bisogno, ma Andrea Zanzotto, «il più importante poeta italiano dopo Montale», come lo definiva il critico Gianfranco Contini, ha certo bisogno di essere scoperto o riscoperto. Uno che di sé dice: «Da un eterno esilio/ eternamente ritorno». Merita di non rimanere esiliato negli scaffali degli accademici.

Pordenonelegge gli rende omaggio attraverso un incontro e la presentazione di tre libri in uscita questo mese. Si comincia mercoledì 15 con Zanzotto 100, dedicato alla eredità del poeta. L’idea è di Andrea Cortellessa, che porta sul palco quattro poeti contemporanei (Stefano Dal Bianco, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Munaro) e li spinge a confrontarsi con il pensiero e la lezione formale di Zanzotto. Nei giorni seguenti, poi, vengono presentati la monografia Zanzotto. Il canto della terra edita da Laterza e scritta proprio da Cortellessa, nonché due volumi ricchi di inediti pubblicati da Mondadori: Andrea Zanzotto, Traduzioni Trapianti Imitazioni a cura di Giuseppe Sandrini, e Andrea Zanzotto, Erratici. Poesie disperse e altre poesie 1937-2011 a cura di Francesco Carbognin e Simona d’Orazio.

«Sin dalle prime edizioni Zanzotto è il nostro nume tutelare», dice Gianmario Villalta, poeta, scrittore, insegnante, dal 2002 direttore artistico di Pordenonelegge, co-curatore del Meridiano Mondadori dedicato all’autore di Pieve di Soligo. «Non si deve pensare che alla prima lettura dei suoi versi portiamo a casa tutto» avverte. «Per conoscerlo veramente, bisogna evitare di lasciarsi impressionare dalla sua perizia e peculiarità linguistica. Bisogna abbandonarsi alla sua grande libertà e cercare nei versi le semplici cose di cui parla, i fatti legati alla sua vita che uniscono le vite di tutti». Seguire il suo sguardo, tener dietro alla sua voce. È così che puoi rimanere sorpreso dal suono sottile di una chiocciola che mangia una foglia o vedere una pioggia che cancella l’orizzonte o sentire il rumore della neve che cade.

Per riassumerlo senza pretesa di classificarlo, si può dire che Zanzotto sia il poeta del paesaggio, della natura («Che grande fu/ poterti chiamare Natura/ ultima, ultime letture/ in chiave di natura, su ciò che fu detto natura/ e di cui sparì il nome»). Anche della reinvenzione della lingua, attraverso un trevigiano rustico, lingua della memoria che diventa strumento di visioni e interpretazione della realtà. «C’è in lui la dimensione dell’idillio con la natura» nota Villalta, «sempre disturbato però dalla violenza della guerra, dalle ingiustizie sociali e civili, da ciò che l’uomo produce. Si tratta di accogliere la reciproca donazione fra uomo e natura, di rifiutare quel rapporto di padronanza, sfruttamento e visione catastale che si è purtroppo generato. Su questo Zanzotto si confronta con Leopardi, Heidegger, Lucrezio, naturalmente con Dante». In fondo, è dall’incontro-scontro fra uomo e natura che si genera cultura.

A Dante, di cui è profondo conoscitore, è legata la sua intera opera, suddivisa in una dozzina di raccolte, da Dietro il paesaggio, primo significativo titolo uscito nel 1951, a La Beltà (1968), da Il Galateo in Bosco (1978) a Idioma (1986), da Sovrimpressioni (2001) a Conglomerati (2009). Nel settembre del 2011, poi, un mese prima che Zanzotto muoia, Mondadori pubblica l’Oscar con tutte le poesie. Sono 1200 pagine di scoperte, giochi verbali, approfondimenti, divertimenti, sperimentazioni, illuminazioni, lingua e dialetto, sogno e realtà, uomini e paesaggi, erudizione e quotidianità. Poesia colta e popolare. Difficile. Perché la comunicazione poetica, sosteneva Zanzotto, non è immediata. Passa attraverso impulsi sotterranei, fonici, ritmici. Il fatto nuovo della poesia, diceva, è frutto di attrito, resistenza, sforzo, fatica del sentire e della lingua, che è pur sempre «lode e collaudo del mondo».

Uno degli ultimi componimenti si intitola Parola, silenzio. Comincia così: «Siccome un bel tacer non fu mai scritto/ un bello scritto non fu mai tacere./ In ogni caso si forma un conflitto/ al quale non si può soprassedere». Dopo una seconda quartina, che parla del pro e del contro e gioca con ossimori e manfrine, l’ultimo verso è un beato sorriso: «Sì parola, sì silenzio: infine assenzio». Che fa il paio con un’altra accorata invocazione tutta zanzottiana: «Mondo, sii, e buono;/ esisti buonamente». Più che una preghiera, una necessità.

 

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Giuseppe Mendicino racconta “Mario Rigoni Stern”

“Il gioco di luci e ombre sulle pareti della sua camera ricoperte di brina, riflesso dei bagliori che la stufa di cotto emanava dalle prese d’aria, è uno dei primi ricordi di Mario. Le fiamme si riverberavano sul muro umido di galaverna, che allora, nelle notti più fredde, si cristallizzava anche all’interno delle case. Le pareti della stanza scintillavano come un cielo stellato e lo scoppiettio della legna gli faceva compagnia nelle lunghe sere invernali. Fuori fioccava la neve e, dalla piazzetta sotto casa, salivano a tratti canti natalizi. Accanto a quella stufa, prima di cena, la zia del nonno, Marietta, raccontava ai suoi pronipoti leggende di draghi e di fate, di orsi e di cervi, mescolando alcune parole in cimbro, dal suono evocativo, che aggiungevano magia a quelle fiabe.

[…] D’inverno il freddo è intenso e a volte, nella Piana di Marcesina o in certe doline, la temperatura è tra le più basse d’Italia. L’altipiano è privo di rilievi svettanti e di ghiacciai: la montagna più alta, Cima XII, raggiunge i 2.336 metri; la più nota, perché teatro di una sanguinosa battaglia durante la Grande Guerra, l’Ortigara, i 2.106 metri. Sono cime che disegnano curve morbide contro il cielo, si salgono, non si scalano. È un ambiente montano del tutto particolare, per l’estensione di boschi, alpeggi e pascoli, per la luce radente e i colori, per gli orizzonti lontani sulle Dolomiti di Brenta, sulle Alpi del Cevedale, sul Lagorai, sulle Pale di San Martino, e anche sulla laguna di Venezia nei giorni di cielo terso. «Così ampio, con questi boschi e queste colline sopra la pianura veneta, così a picco e così isolato, eppure così aperto e così largo, questo paesaggio ce lo portiamo dentro: non aspro come una montagna, ma dolce e malinconico, denso».

Mario nasce il 1° novembre del 1921 ad Asiago, un paese ancora profondamente ferito dalla guerra, situato a mille metri di altitudine nel cuore dell’Altipiano dei Sette Comuni.”

Mario Rigoni Stern è stato uno dei più grandi scrittori del 900 italiano, ma anche molto di più. Il sergente che guida i suoi uomini attraverso le steppe russe fino alle baite di casa. L’eterno esploratore dello splendido altipiano di Asiago, dove le meraviglie della natura convivono con le tracce dell’opera distruttrice dell’uomo in guerra. Il grande narratore che ha saputo restituire dignità letteraria alla vita degli umili e dei dimenticati dalla storia. Questo è stato Mario Rigoni Stern.

Mario Rigoni Stern. Un ritratto, il nuovo libro dello scrittore Giuseppe Mendicino, ce lo racconta ‘in parte intera’ a un secolo dalla sua nascita.

 

 

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“Sì ai brevetti liberi ma anche più dosi per i Paesi poveri”

Francesco Manacorda | la Repubblica | 7 maggio 2021

Esther Duflo insegna al Massachussets Institute of Tecnology, a Boston. A soli 47 anni, nel 2019, è diventata il più giovane premio Nobel per l’Economia nella storia per i suoi studi sperimentali sulla povertà. L’assenza di solidarietà dell’Occidente verso i Paesi poveri di fronte alla pandemia — dice l’economista di cui in questi giorni uscirà per Laterza Lottare contro la povertà — la lascia esterrefatta: «Non so come facciano i leader mondiali a guardarsi ancora allo specchio».

Professoressa, Biden che chiede la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini va nella giusta direzione?

«Sì, mi pare una buona cosa. Non sappiamo ancora se porterà alla sospensione di quei diritti, ma di sicuro aumenta la pressione sulle società farmaceutiche e le spinge a trattare e a condividere i loro brevetti. Segnala il primo vero, grande passo fatto dagli Stati Uniti e dall’Europa. È vero, per ora sono solo parole, ma sono parole con un peso».

Solo parole, dice lei. E nei fatti l’Occidente come si è comportato verso il mondo più povero?

«Ogni Paese si è richiuso in se stesso, fatta salva la collaborazione all’interno dell’Unione europea. Ciascuno ha prima chiuso le frontiere e poi ha evitato di aiutare i Paesi più poveri. Il risultato è che i Paesi ricchi hanno stanziato circa il 20% del loro Pil per aiutare le economie nazionali, quelli poveri solo il 2%. Si può pensare che all’inizio della pandemia ciascun Paese fosse atterrito e si può forse capire il loro restare immobili. Ma poi, con l’arrivo dei vaccini, è successa la catastrofe».

Cioè?

«È stata creata subito Covax, grazie a organizzazioni internazionali e a individui come Bill Gates, per dare i vaccini ai Paesi poveri. Ma poi a Covax sono state consegnate meno di 50 milioni di dosi invece dei due miliardi di dosi almeno che erano necessarie».

Qualcuno le direbbe che è normale che in una pandemia ciascun Paese pensi a se stesso…

«Mostrando una miopia senza precedenti. Lo sforzo economico per aiutare i Paesi poveri sarebbe stato irrisorio: per far arrivare in quei Paesi 2 miliardi di dosi di vaccini ci vorrebbero 29 miliardi di dollari. Diciamo pure che ci vogliano 4 miliardi di dosi, con una spesa di poco superiore ai 50 miliardi. Ci rendiamo conto di quanto poco siano rispetto alle migliaia di miliardi che i soli Stati Uniti stanno mettendo nel loro piano di ripresa?».

Mancanza di solidarietà, dunque.

«Ma anche scarsissima lungimiranza. Quel che sta accadendo in India è una catastrofe umanitaria, non un problema dell’India o dell’Asia, ma del mondo. Quei 300 mila casi al giorno significano varianti diverse e più difficili da combattere, che sono già presenti in Europa. E chi ci assicura che ora non accadrà lo stesso in Africa?».

Come si spiega quanto sta succedendo nelle dinamiche tra Paesi ricchi e poveri?

«Non me lo spiego. Tutte le belle parole che si potevano dire sono state dette. “Siamo tutti nella stessa barca”. “Aiutare i Paesi più poveri è un imperativo morale”. L’hanno detto Biden, Merkel, Macron. E poi non hanno fatto nulla. E incredibile la distanza tra le parole e i fatti, un fallimento morale senza precedenti. I governi e le opinioni pubbliche dei Paesi più ricchi sono evidentemente così concentrati sul loro ombelico da non capire la portata globale della crisi».

Che eredità ci lascia la pandemia?

«Almeno due conseguenze. La prima è un’attitudine differente sul ruolo che possono avere i governi nell’affrontare emergenze. Si è capito che di fronte a episodi come questo c’è bisogno di governi forti per imporre lockdown e aiutare i cittadini. La seconda conseguenza, ancora da verificare, è una presa di coscienza generale dei rischi climatici. La pandemia è una catastrofe ambientale annunciata dalla scienza, ma a cui nessuno aveva prestato attenzione. Succede lo stesso per la crisi climatica, che adesso potrebbe essere più concreta ai nostri occhi. Ma anche in questo caso il comportamento dei Paesi ricchi sarà stato dannoso».

Perché?

«Abbiamo dimostrato che i governi possono essere forti e solidali, ma che la solidarietà si ferma ai confini nazionali e perché per combattere i cambiamenti climatici con accordi internazionali avremo bisogno anche dei Paesi più poveri. Dopo che ci hanno visto dire una cosa e fare l’esatto contrario non penso che si fideranno molto dei nostri impegni».

 

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L’Italia e i cervelli in fuga: G. Pastorella racconta “Exit only”

«Sono stufa del fatto che l’opinione pubblica e i politici considerino noi cervelli in fuga o privilegiati traditori o disgraziati vittime delle circostanze. Vorrei che questo libro facesse breccia nell’immaginario comune contribuendo a costruire una nuova narrazione

La storia della generazione perduta di talenti è davvero come la raccontano? L’Italia è colpita dal fenomeno dei cervelli in fuga quanto gli altri grandi paesi europei ma con alcune evidenze preoccupanti che rendono la situazione più drammatica, come l’accelerazione dell’emigrazione qualificata negli ultimi dieci anni e la scarsità di laureati prodotti dal nostro sistema educativo. Gli effetti negativi della fuga di cervelli sono particolarmente evidenti quando, come nel caso dell’Italia, tende a essere una fuga unidirezionale.

Anziché dare la colpa ai cosiddetti ‘cervelli in fuga’ bisogna comprendere e sanare le condizioni che ne causano la fuga e, soprattutto, che rendono l’Italia una meta non attrattiva per i talenti di altre nazionalità.

Exit only, di Giulia Pastorella, si propone di sfatare alcuni miti, indagare il fenomeno da una prospettiva internazionale più ampia e dare voce a chi è partito, grazie alle testimonianze raccolte dall’autrice.

 

Questo libro è prezioso, necessario, urgente. È ora che dell’emigrazione qualificata, dall’Italia verso il resto del mondo, si discuta in modo serio e senza stereotipi.
Dalla Prefazione di Federico Rampini

 

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L’egoismo non è razionale: critica dell’ideologia di mercato

Secondo l’ideologia liberista il mercato lasciato a se stesso crea le migliori opportunità e il maggior benessere per tutti. È un’illusione di cui questo libro critica le premesse economiche ed esplora le conseguenze etiche, sociali e politiche. Qui un estratto dal nuovo libro di Andrea Boitani, L’illusione liberista.

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Caro Professore,

abbiamo letto il suo articolo sul Sole 24 Ore dedicato ai guasti dell’egoismo razionale dell’8 dicembre 2017 e ne siamo rimasti incuriositi e interessati. Uso il plurale perché le scrivo a nome di un gruppo di lettura e discussione, che si occupa di cultura economica e finanziaria. Ci piacerebbe molto se lei potesse venire un pomeriggio da noi per sviluppare quello che sul Sole ha accennato e rispondere alle nostre domande.

Le anticipo che non tutti sono d’accordo che l’egoismo razionale presenti dei seri problemi etici per l’economia e le altre scienze sociali. Alcuni di noi si dicono convinti che si tratti di una ipotesi pienamente fondata e che, anzi, aiuti a capire i comportamenti umani in generale e soprattutto quelli dei politici, che a tanti sembrano molto più interessati ai propri vantaggi privati che al bene comune. Certo, pochi dei nostri associati sono disposti a seguire gli economisti quando cercano di spiegare coi loro strumenti i comportamenti criminali o il matrimonio. Ma anche tra chi non è disposto mi sembra che l’opinione più diffusa sia che queste escursioni degli economisti in altri campi della conoscenza siano tutto sommato innocue provocazioni. Quindi, se accetterà il nostro invito (come mi auguro), deve aspettarsi un dibattito aperto e assai vivace.

Molto cordialmente,
Glauco Mentore

La prospettiva di discutere in piena libertà mi fece accettare subito l’invito del gruppo di Glauco Mentore. Cominciai a lavorare per irrobustire i miei argomenti, cercando più fili da aggiungere e annodare all’esile trama imbastita per il quotidiano. Dopo tre o quattro mesi mi presentai all’incontro (all’epoca gli incontri erano ancora “in presenza”) con un testo un po’ più ampio di quello apparso sul Sole 24 Ore. La discussione che venne fuori fu davvero interessante (almeno per me) e presi parecchi appunti. Grazie ai quali rielaborai quel canovaccio per pubblicarlo poi nella rivista Vita e Pensiero (2019) col titolo “Egoismo ed empatia nelle scienze sociali”. Su molti temi c’erano ancora esili ponti di corde sospesi sul vuoto. In questo capitolo voglio consolidare qualche passaggio e andare un po’ più in profondità. Spero che lo sforzo di astrazione che la lettura di queste pagine richiede qua e là sia compensato dalla soddisfazione di arrivare al nucleo più profondo e problematico dell’ideologia di mercato.

Bene chiarire subito cosa intendo per “egoismo razionale” e quale sia il mio punto di vista in proposito. Un comportamento egoista è motivato esclusivamente dall’interesse personale, sia che quell’interesse sia misurato in termini di profitto ricavato da un’attività produttiva, di rendimento derivante da un certo impiego finanziario, di soddisfazione (o utilità) per il consumo di un insieme di beni e servizi, ecc.

Il comportamento è poi razionale se il nostro soggetto egoista, tra le tante alternative possibili di consumo, produzione o impiego finanziario, sceglie sempre quella che rende massimo il suo tornaconto, ignorando le conseguenze delle sue scelte per il resto del mondo, salvo che le sue azioni non mettano in moto reazioni che possano in qualche modo danneggiarlo (o favorirlo). L’egoismo razionale è la materia di cui è fatto l’uomo economico, quel “mammifero sgradevole” che popola i modelli degli economisti e che questi usano per spiegare fatti e fenomeni dell’economia, e poi anche fatti e fenomeni sociali un tempo ritenuti molto al di fuori del campo di studi dell’economia.

In questo capitolo cerco di convincere i lettori della bontà di cinque idee che mi stanno a cuore:

1) l’egoismo razionale non è una visione del comportamento umano riconducibile al padre fondatore dell’economia, Adam Smith, come molti economisti hanno voluto far credere per darsi un pedigree rispettabile;

2) l’esistenza e il buon funzionamento del mercato non si basano tanto sull’egoismo quanto sulla fiducia, che a sua volta è figlia dell’empatia e della natura di “animale sociale” dell’essere umano;

3) ci sono moltissimi e seri dubbi che anche nelle scelte economiche più elementari gli umani di carne e ossa agiscano come uomini economici, e, quindi, ipotizzare che lo facciano condurrebbe le imprese e gli investitori a previsioni e a decisioni sbagliate (con conseguenti perdite di soldi), per non parlare degli errori di previsione in cui cadrebbero (e in cui sono veramente caduti) gli economisti;

4) l’imperialismo degli economisti, fondato sull’esportazione dell’uomo economico in altre scienze sociali e nella politica, ha fatto danni, conducendo sia a gravi errori di interpretazione e previsione, sia a un significativo degrado dello “spirito pubblico” nell’attività politica;

5) la congiunzione dell’egoismo razionale con la trasformazione di tutte o quasi le cose buone della vita in merci che si possono vendere e comprare rischia di guastarle, di stravolgerne e corroderne il senso e il valore.

Meglio, molto meglio, se il mercato rimanesse il principale luogo (certamente non l’unico) in cui si organizzano e coordinano le molteplici attività di produzione e allocazione dei beni e servizi materiali. Un luogo in cui non operano egoisti uomini economici ma esseri umani, mossi da motivazioni complesse, che hanno radici tanto nell’interesse personale, quanto nell’empatia, nella lealtà, nel desiderio (e forse bisogno) di cooperazione. Per fortuna alcuni economisti – con l’aiuto di psicologi sperimentali, di sociologi e di filosofi morali – si sono incamminati su questa strada con risultati promettenti. A presidiare il fortino dell’egoismo razionale e dell’ideologia di mercato sono però ancora in tanti.

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Francesca Nava vince il Premio Estense 2021

Francesca Nava è la vincitrice della 57esima edizione del Premio Estense. Il verdetto è arrivato alla terza votazione, con 27 preferenze, e ha messo d’accordo la giuria tecnica presieduta da Guido Gentili e quella popolare, riunite al Teatro Comunale di Ferrara.

Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale è un libro che mette in crisi le ricostruzioni ufficiali di autorità sanitarie e decisori politici. Ma anche il racconto di uomini e donne che non ci sono più a causa del Covid e di scelte non fatte o fatte troppo in ritardo.

“Sono felice ed emozionata per questa vittoria che mi onora moltissimo. Ho scelto di raccontare quattro storie emblematiche di morti da Covid nella bergamasca. Tutte fondamentali per mettere a fuoco quelle che considero le reali criticità del sistema. Sono quelle di Claudio, Marisa, Manuel e Giuseppe: persone dai 40 agli 80 anni. Il racconto del loro calvario e di quello vissuto dai loro famigliari mi ha lacerato a tal punto da non farmi dormire la notte. Una di queste riguarda una parte della mia famiglia: è la storia di Manuel, 47 anni, padre di tre figli, infettatosi sul lavoro a inizio marzo. Morto nel giorno della Festa del Papà. L’ho scritta piangendo di rabbia”.

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Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Cina, carbone, clima. «All’Onu Xi Jinping ha fatto un discorso particolarmente importante per quanto riguarda l’ambiente. “Lo sviluppo è la chiave per il benessere delle persone”, ha osservato Xi. Poi ha annunciato che la Cina non costruirà più centrali a carbone all’estero. Secondo Christine Shearer, direttrice del programma carbone di Global energy monitor (Gem), un centro studi statunitense, la mossa di Pechino potrebbe interessare 44 centrali a carbone destinate al finanziamento statale cinese, per un totale di 50 miliardi di dollari. “Ciò ha il potenziale per ridurre le future emissioni di anidride carbonica di 200 milioni di tonnellate all’anno.” Vedremo che accadrà con quelle in Cina.

“In termini di cambiamento climatico, la Cina è un’area sensibile e di impatto significativo del cambiamento climatico globale, e il tasso di aumento della temperatura è significativamente superiore al livello medio globale nello stesso periodo. Dal 1961 al 2020, inoltre, gli eventi di precipitazioni estreme in Cina sono in aumento”. Negli ultimi tempi in Cina, complici gli impegni presi da Pechino, sono aumentati gli articoli sul cambiamento climatico. I virgolettati riportati arrivano da un numero di Shenghuo Zhoukan ( Life Weekly) dedicato al tema, con un focus sulle regioni occidentali e sull’altopiano tibetano (Qinghai-Tibet).»

È quanto riporta Simone Pieranni dal suo profilo Instagram, con la rassegna giornaliera China&Coffee. Di clima e di molto altro si parla nel suo nuovo libro, La Cina nuova , che accompagna alla scoperta della Cina più contemporanea, indagandone i valori, guardando alle più recenti tendenze culturali, ma soprattutto smontando pezzo a pezzo quel volto apparentemente contraddittorio che si mostra allo sguardo del laowai, dello straniero.

«Contemplare e ragionare sulla Cina non è semplice: pur avendoci vissuto a lungo e occupandomene ogni giorno, non posso affermare di conoscere questo paese che si presenta ogni volta sfuggente, mutato, in divenire. Ma come sosteneva Simon Leys, “chi scrive di Cina scrive di se stesso”: analizzare le discordanze e i discanti cinesi, confrontarsi con essi, in fondo, è un modo come un altro per interrogarci sul nostro modo di stare al mondo, di percepire l’altro, il lontano, il misterioso e di valutare con onestà i nostri pregiudizi.»

→ Pieranni, La Cina nuova
→ Pieranni, Red mirror

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Lavoro. Come ricostruisce il Post, «il giudice del lavoro del tribunale di Firenze ha bloccato il licenziamento degli oltre quattrocento dipendenti dello stabilimento della Gkn Driveline di Campi Bisenzio, vicino a Firenze […]. I licenziamenti erano stati decisi lo scorso 9 luglio dal fondo Melrose, che aveva avvisato i 422 dipendenti dell’azienda tramite email della chiusura dello stabilimento, senza preavviso, senza l’apertura di un tavolo istituzionale e senza il ricorso agli ammortizzatori sociali. Da quel momento era iniziata la protesta dei lavoratori, che si erano riuniti in presidio permanente di fronte ai cancelli della fabbrica.

Il ricorso era stato presentato dalla Fiom-Cgil proprio a causa della mancata concessione del giusto preavviso ai lavoratori e alle rappresentanze sindacali, e il 20 settembre il tribunale di Firenze lo ha accolto. Nel verdetto, emesso dalla giudice Anita Maria Brigida Davia, si legge che nel modo in cui sono stati comunicati i licenziamenti “è configurabile un’evidente violazione dei diritti del sindacato, messo davanti al fatto compiuto e privato della facoltà di intervenire sull’iter”.»

→ Prunetti, Nel girone dei bestemmiatori
→ Fana, Non è lavoro, è sfruttamento
→ Giugni, Idee per il lavoro

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Smart working. Al Festival dell’Innovazione organizzato dal Foglio, il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta ha annunciato l’arrivo di un contratto sul lavoro agile, che prevedrà tra l’altro una suddivisione del tempo in tre fasce: operatività, contattabilità e inoperabilità. Non si ferma intanto il dibattito sul tema dello smart working: su Domani un’interessante raccolta di tesi.

→ Balzano, Contro lo smart working

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Trattativa Stato-mafia. AGI: «La Corte d’assise d’appello di Palermo, dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker del Pagliarelli, ha assolto il senatore Marcello Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto”, e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perché il fatto non costituisce reato”. […] La trattativa, ma intesa come dialogo per fare cessare la stagione delle bombe e degli attentati, senza alcuna concessione da parte dello Stato, non fu reato.»

→ Fiandaca-Lupo,  La mafia non ha vinto

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Pre-Cop 26. In preparazione a Milano la Pre-Cop 26. Come si riporta su Wired.it, «dal 28 settembre al 2 ottobre i big della lotta al cambiamento climatico si troveranno a Milano per una cinque giorni di lavori preparatori alla Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Cop26), che andrà in scena a Glasgow a inizio novembre e sarà organizzata in collaborazione tra Italia e Regno Unito. […] Accanto a decine di ministri dell’Ambiente, parteciperanno all’evento anche quattrocento giovani provenienti dai cinque continenti che daranno vita a Youth4Climate: Driving Ambition, panel che simulerà i lavori di una conferenza internazionale e cercherà di raccogliere spunti innovativi e freschi dalle nuove generazioni». Questo venerdì 24 settembre, intanto, i ragazzi e le ragazze di Fridays for Future sono scesi nelle piazze per un nuovo Sciopero Globale del Clima.

→ Levantesi, I bugiardi del clima
→ Wynes, SOS. Cosa puoi fare tu contro il riscaldamento globale
→ Morton, Noi esseri ecologici
→ Collier, Il sacco del pianeta

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La fine dell’eternità: Asimov e il futuro. Sul manifesto un’anticipazione del saggio di Alessandro Portelli su La fine dell’eternità , di Asimov, tratto dal libro a più voci Il futuro. Storia di un’idea .

«In The End of Eternity (1955), Isaac Asimov racconta che a un certo punto gli esseri umani conquistano il controllo del tempo. Grazie a questo, gli “Eterni” – una casta maschile di tecnocrati semimonastici che si riproduce per cooptazione – si assumono la responsabilità di intervenire con calcolati “Cambiamenti di realtà” per garantire “la felicità di tutti gli esseri umani”. Tutto salta grazie a una storia d’amore: Andrew Harlan, un tecnico addetto ai Cambiamenti, si innamora di Noÿs Lambert, che crede appartenente al Tempo ordinario e si rivela invece proveniente da un futuro ulteriore e un’umanità più evoluta. Lei gli rivela che il controllo che l’Eternità esercita sul tempo, riscrivendo a piacimento passato e futuro, impedisce il libero sviluppo del genere umano e la conquista dello spazio e lo induce ad approfittare di una circostanza eccezionale e degli strumenti di cui dispone per far saltare il sistema: “E mentre Noÿs si abbandonava al suo abbraccio, venne la fine, la fine definitiva dell’Eternità – E l’inizio dell’Infinito”.»

→ Autori vari, Il futuro. Storia di un’idea

“La Cina nuova” secondo Simone Pieranni

Attraversiamo metropoli futuristiche e hutong, locali fumosi e campi di ginseng, antichi principi confuciani e intelligenza artificiale, neomarxismo e ipercapitalismo. Incontriamo l’ambiguo funzionario del Partito comunista, l’operosa dottoressa di Wuhan, l’eterea vlogger della Cina rurale, l’astro della letteratura fantascientifica, la giovanissima attivista per l’ambiente.

Addentriamoci nella Cina nuova, quella che scopriamo appena smettiamo di leggerne soltanto la superficie, insieme a Simone Pieranni: qui un estratto dal suo nuovo libro, La Cina nuova.

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La memoria è un concetto piuttosto mobile per i cinesi e da sempre «truccato» da chi è deputato a scrivere la storia. Questo accade tanto più oggi, periodo nel quale il Partito comunista – oltre a rinnovare in modo continuo il panorama urbano del paese – guarda al passato per trovare la propria legittimazione, grazie a un racconto «epico» proposto dalla leadership del Pcc. Pensiamo solo alla Nuova Via della Seta: quando il presidente Xi Jinping ha presentato nel 2013 il suo progetto «One Belt One Road», ha descritto l’antica strada carovaniera come qualcosa di essenzialmente cinese. In realtà il termine fu creato da un occidentale (il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen) e per lungo tempo la lingua parlata lungo le rotte commerciali fu il persiano. La storia, dunque, oggi più che mai serve al Partito comunista per marcare una linea di continuità, in alcuni casi con chiari accenti di natura etnica, tra presente e passato. E come sempre accade in questi casi, il Pcc non ammette discussioni, anche per quanto riguarda la storia recente. Nel 2018 Xi Jinping ha fatto approvare una legge dall’Assemblea nazionale (quanto di più simile esiste in Cina ai parlamenti occidentali, benché abbia solo la funzione di ratificare quanto deciso dal Consiglio di Stato, l’organo esecutivo, a sua volta controllato in toto dal Partito comunista) che impone a «tutta la società» di onorare gli eroi rivoluzionari e i martiri approvati dal Partito, rendendo la diffamazione un potenziale reato punibile dalla legge. Chun Han Wong, commentatore di fatti cinesi sul «Wall Street Journal», a questo proposito scrisse che «rafforzare il controllo sulla storia cinese è una priorità per il presidente Xi Jinping, che ha rivendicato la legittimità del governo comunista affermando che lui e il suo Partito al governo stanno guidando il ritorno della Cina alla grandezza del passato». Per questo eroi e martiri hanno un posto di rilievo nelle campagne di propaganda che spesso risalgono alle radici rivoluzionarie del Partito. «I funzionari hanno affermato che è necessaria una legislazione forte per promuovere il patriottismo e reprimere il nichilismo storico, termine ufficiale per lo scetticismo sui contributi del Partito al progresso della Cina». Insieme alla legge è arrivata la censura di libri, articoli, saggi. Questi ritocchi storici, in realtà, non sono l’unico modo che il Partito ha di controllare il passato; in alcuni casi la memoria è travisata o completamente annullata.

Durante una cena a Shanghai, nel marzo del 2006, mi ritrovai seduto accanto a una ragazza cinese nata nel 1984. A un certo punto, mentre parlavamo, le dissi che l’indomani sarei andato a Pechino. Le dissi anche che era la prima volta che avrei visitato la capitale cinese. Mi rispose che lei non c’era mai stata e mi chiese se potevo mandarle delle foto. Le dissi di sì. Poi lei mi chiese: «Qual è il primo posto dove andrai?». Io le risposi in un lampo, «Tiananmen», cosa che poi effettivamente si avverò. «Tiananmen è famosa anche in Occidente?», mi chiese. «Non lo sapevo», aggiunse. Le dissi che, sì, era molto famosa anche in Italia, per il ritratto di Mao, per la Città proibita e per quanto accaduto nel 1989. «Nel 1989?», domandò. Avevo sentito dire, benché fossi in Cina da poco, che molti cinesi delle nuove generazioni ignoravano totalmente quanto accaduto nel 1989 in Cina, ma non pensavo di ritrovarmi così presto di fronte a questa realtà. Balbettai una risposta: «Proteste, scontri…». Il suo volto, con gli occhi alla ricerca di risposte comprensibili, mi raccontò che non ne sapeva niente.

A questo proposito, Louisa Lim ha scritto un libro dal titolo The People’s Republic of Amnesia in cui descrive un esperimento che ha fatto per misurare la profondità dell’oblio. La giornalista ha portato l’iconica foto del «tankman» – il giovane che blocca una colonna di carri armati a Pechino nel 1989 – in quattro campus della capitale. La netta maggioranza degli studenti, tra i più istruiti del paese, non l’ha riconosciuta, alcuni hanno provato a indovinare «È in Kosovo?», «La Corea del Sud?»; su 100 studenti, solo 15 hanno identificato la foto scattata il 5 giugno 1989.

Walter Benjamin sosteneva che la storia sia «l’inventario del vincitore» e mai come in Cina questo è vero. Il 1989 è stato eliminato dalla storia cinese proprio nel momento in cui i cinesi erano posti più che mai di fronte a scelte su come interpretare il proprio passato e legarlo all’ingresso nella modernità occidentale, tentando di preservare le proprie «caratteristiche».

A questo proposito, secondo la critica letteraria e cinematografica, femminista e marxista Dai Jinhua – una intellettuale capace di muoversi tra film, letteratura e produzione culturale popolare e di massa, quanto di più simile a Mark Fisher esista in Cina –, uno dei momenti di maggior rilettura della storia da parte dei cinesi sarebbe avvenuta proprio negli anni Ottanta, quelli fondamentali per l’ingresso cinese nelle dinamiche del capitalismo globale: «Alla base della cosiddetta revisione della storia negli anni Ottanta e della concettualizzazione di una Cina del ventesimo secolo, c’erano gli sforzi per stabilire la continuità da un lato e la trascendenza dall’altro, come se potessimo eliminare, per mezzo di nuove interpretazioni ed ellissi, le interruzioni interne della storia cinese del ventesimo secolo. La riscrittura della storia mette in luce fatti e verità che erano stati gettati nell’oblio. Getta nuove sfumature e ombre. Oggi possiamo vedere più facilmente, con il senno di poi, che la storia non è un rullino che può essere montato liberamente».

 

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#CasaLaterza: Alessandro Volpi dialoga con Gianni Cuperlo

L’Italia è il paese del debito pubblico: da sempre alto e difficile da gestire, ha costantemente condizionato la nostra storia.

Ma come abbiamo potuto crescere nonostante questo peso? Quali sono le conseguenze che ha prodotto sulla politica e sulla società?

Il 5 luglio 2021 ne abbiamo discusso in diretta su Facebook e YouTube a partire dal libro Storia del debito pubblico in Italia, con uno degli autori, lo storico e politico Alessandro Volpi, in dialogo con l’onorevole Gianni Cuperlo.

 

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«Città-arcipelago come borghi immersi nel verde»

L’architetto e urbanista, progettista del Bosco Verticale, riflette su come sta cambiando il modo di vivere gli spazi pubblici e privati. Con una partenza a sorpresa: l’esempio di Roma. Comincia così un percorso di conversazioni sulle metropoli

Micol Sarfatti | Sette – Corriere della Sera | 28 maggio 2021

Non sappiamo se davvero la pandemia ci renderà migliori, sappiamo però che ha modificato i profili delle nostre città, accelerandone il cambiamento. Dalla mobilità, al verde, fino agli spazi condivisi. Abbiamo chiesto a Stefano Boeri, architetto e urbanista, di ragionare con 7 su questa rivoluzione urbana, incontrando diversi interlocutori.

Iniziamo il viaggio nelle città che salgono con le sue riflessioni, alcune affrontate nel saggio Urbania, appena uscito per Laterza.

Architetto, come sono cambiate le città durante il lockdown?

«Nei primi mesi di confinamento abbiamo visto accadere vere e proprie trasfigurazioni nel calco fisico delle aree urbane. Gli spazi pubblici erano drammaticamente vuoti, quelli privati pullulavano di vita. Mentre specie di animali non domestiche popolavano angoli di città, i grandi contenitori di folle e flussi, elementi portanti della storia urbana europea, si erano svuotati di quella densità di corpi che li aveva originati. Ci sono state ripercussioni anche sulla mobilità: il pendolarismo è diminuito grazie ad un’alfabetizzazione digitale portentosa. Con la pandemia abbiamo capito che tutte le attività intellettuali, che vanno dalia ricerca alla gestione della burocrazia, non hanno bisogno di un ufficio per essere svolte. Questo ha modificato i tempi e le modalità di spostamento sul territorio. Abbiamo ripensato i rapporti tra i tre perimetri temporali della vita: lavoro, residenza e tempo libero. In un calco rimasto intatto abbiamo sperimentato esperienze nuove e a volte inusuali. Anche se molti di questi processi, come il lavoro da remoto, erano già in atto».

In questa lenta ripresa sembra esserci una nuova definizione del rapporto tra “dentro e fuori” negli spazi di socialità.

«Sì, dapprima abbiamo assistito a una ritrazione della vita negli spazi domestici, poi dalla scorsa estate e ancora oggi, a una estroversione nelle strade. Per la prima volta abbiamo avuto la dimostrazione di quello che diceva l’architetto Louis Kahn: “Le strade sono le stanze delle comunità”. La vita è tornata a fluire nei dehors, nelle vie pedonalizzate, dove una volta c’erano parcheggi e traffico. Questa è una trasformazione spettacolare, purtroppo non ancora abbastanza potente, perché si scontra con resistenze e inerzie».

Dopo la pandemia i centri urbani saranno ancora il cuore pulsante delle nostre attività?

«La specie umana ha eletto nei secoli la città come habitat privilegiato, ma non è stato così per una parte importante della nostra storia. Oggi, dopo questa drammatica esperienza, dovremmo essere pronti a rimettere in discussione questa scelta. Il processo di delocalizzazione è in una fase iniziale, ma già visibile. Famiglie, singoli individui, addirittura aziende hanno scelto di spostare il baricentro della vita e del lavoro fuori dalle città, in borghi storici, o in località di mare o montagna, usando i grandi centri urbani come luogo di confronto per un tempo limitato della settimana. Ma così le metropoli rischiano di non essere più il luogo eletto della produzione intellettuale individuale, ma di confronto e scambio del lavoro fatto altrove. Ora hanno davanti una grande sfida».

Da dove possono ripartire?

«Innanzitutto, devono rivedere completamente il rapporto con la natura, un elemento su cui dobbiamo ricalibrare il nostro futuro, senza più considerarlo esterno a noi, ai nostri corpi e ai nostri spazi di vita. Dobbiamo immaginare quello che io chiamo città arcipelago: quartieri e spazi abitativi autosufficienti nei servizi al cittadino, immersi in un mare di natura verde, in una biodiversità non addomesticata. Allo stesso tempo i borghi storici oggi abbandonati dovrebbero tornare a essere piccole città. Solo rigenerando le città e i borghi potremo evitare che la spinta al decentramento (il mercato immobiliare segnala già un aumento di valore di tutto quello che sta fuori dalle città) generi quell’agglomerato urbano diffuso di edifici senza logica e senza progettazione che ha compromesso negli Anni 80 intere parti del paesaggio italiano ed europeo. L’Italia ospita una rete incredibile di borghi storici, oltre 5000, dobbiamo riabilitarli e creare un rapporto con il territorio più sano e utile. Anche per favorire un riequilibrio demografico che non può essere imposto perché la vita è più forte degli incentivi e delle leggi. In questo modo, tra l’altro, si tornerebbe a prendersi cura dei boschi, che contrariamente a quanto si possa pensare, necessitano della presenza e del lavoro umani. Abbiamo bisogno di più alberi nelle città e più umani nelle foreste».

Come possiamo unire nuovi spazi di vita e socialità alla sostenibilità?

«Dobbiamo fare rapidamente alcuni passi, anche parziali. In questo senso il lavoro iniziato dal ministro Cingolani è interessante. Uno dei punti chiave è la mobilità: il passaggio all’elettrico, pur non risolutivo, è oggi urgente. I danni dell’inquinamento si legano alla pandemia, il virus ha trovato terreno fertile anche grazie a un indebolimento polmonare generale causato dalla pessima qualità dell’aria nelle nostre città. Bisogna lavorare sul riscaldamento, ancora basato su combustibili fossili, e sull’agricoltura periurbana. Poi c’è la grande sfida dell’idrogeno, un gas importante per il funzionamento delle rinnovabili. Quando parlo di arcipelago urbano sono convinto che l’utopia della terza rivoluzione industriale di Jeremy Rifkin oggi si possa realizzare. Possiamo pensare a un sistema diffuso di energia rinnovabile, non più top down, ma bottom up. Grazie alle batterie ad idrogeno, le case diventeranno piccole centrali di energie pulita. Nelle metropoli arcipelago i quartieri saranno energicamente autosufficienti e potranno alimentare i consumi delle infrastrutture. Ci sono poi altri capitoli cruciali che riguardano una distribuzione più equa della ricchezza, la forestazione urbana e la realizzazione di grandi corridoi della biodiversità, come il progetto Parco Italia, che estende la forestazione a 14 città italiane collegate tra loro. In poche parole: dobbiamo allargare l’idea di naturalità, non esternalizzarla».

La sfida di oggi è quella di unire, di connettere?

«Esattamente, la connettività è uno dei grandi obiettivi del nostro tempo. Dobbiamo lavorare per ricollegare i sistemi naturali che con i nostri habitat solo minerali abbiamo interrotto».

C’è una città da prendere come esempio? «Tante: Londra ha fatto bene sulla mobilità, Barcellona sui quartieri, Parigi sui tetti verdi, Milano con il progetto di piantumazione Forestami. In Italia oggi dovremmo guardare a Roma, una metropoli molto complicata, ma che ha in sé il mondo intero. È una grande sfida, nazionale ed europea, ma davvero potrebbe diventare la prima metropoli arcipelago. Dobbiamo però capire, in generale, non solo per Roma, che il futuro delle metropoli si costruisce agendo da subito, su tutto, dall’alimentazione alla mobilità, e tutti insieme: istituzioni, nazionali e locali, aziende private e cittadini. Solo così potremo affrontare davvero i grandi cambiamenti del nostro tempo, dalle migrazioni al clima».

 

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