Dieci ricette per difendersi da grossolani falsi storici

David Bidussa | il Sole24Ore – Domenica | 8 novembre 2020

C’è una diffusa domanda di storia. Il problema è nell’offerta: saper individuare tra le molte versioni che ci vengono proposte, quella meno segnata dal falso. È un tema non marginale, tanto da costituire oggi un settore della produzione delle case editrici che hanno assunto la storia come un campo disciplinare connotativo della propria identità. Così, per esempio, l’editore Viella manda in libreria una collana – significativamente il titolo è «L’antidoto» – diretta dallo storico Fulvio Cammarano, che propone ogni volta l’analisi dei falsi propri di un tema al centro della discussione pubblica (il titolo di apertura – Il cielo sereno e l’ombra della Shoah – dello storico Michele Sarfatti ha per tema i falsi o le distorsioni intorno all’antisemitismo del fascismo italiano). Con un intento simile e con uno sguardo volto a segnalare i molti percorsi del falso in storia, invita a riflettere il medievista Tommaso di Carpegna Falconieri con il suo Nel labirinto del passato. Il volume analizza il falso in dieci passaggi: raccontarla grossa; il montaggio del racconto; la cassetta dello storico; l’ambiente in cui calare un racconto; lo spostamento di luogo delle storie; una cronologia inventata; le rimozioni; la storia con i se; la nostalgia.

L’indagine parte da un assunto che Falconieri indica sin dalle prime pagine: «i fatti accadono in un modo e in uno soltanto. Sono le interpretazioni che mutano” [p.6]. Saper distinguere il vero dal falso non serve solo a scartare, ma anche a comprendere come si creano le opinioni, perché i falsi in storia, precisa l’autore, sono sempre esistiti e hanno determinato conseguenze che hanno segnato la vita di chi è venuto dopo. Comunque spesso hanno costruito la storia, come ha richiamato Errico Bonanno (nel suo Sarà vero, Utet).

Il falso si articola in vari modi. Riguarda il montaggio di elementi veri singolarmente, ma orientati nella loro costruzione o successione, tanto da produrre conclusioni non rispondenti al vero. Oppure accredita presunti fatti che nascono dalla creazione del documento su cui si fonda la spiegazione del passato. Un tema non nuovo, all’origine del metodo storico-critico come giustamente richiama Falconieri ricordando la Falsa donazione di Costantino, il saggio con cui Lorenzo Valla, nel 1440, smonta la credibilità e la veridicità del documento che per tutto il Medioevo fu assunto a fondamento giuridico del potere temporale della Chiesa. C’è poi la tecnica della rimozione, giustamente intesa da Falconieri non solo come eliminazione: riguarda quegli attori che la storia l’hanno subita, o che se la sono sentita raccontare dagli altri, senza aver mai diritto di dire la propria. L’esempio più significativo, ricorda l’autore, è quello dell’etnologo e storico Nathan Wachtel che nel 1971 con il suo La visione dei vinti ha raccontato la conquista spagnola dell’America dal punto di vista degli Indios. L’effetto è stato un rovesciamento radicale cui è seguita la riscrittura della storia della colonizzazione. Resta il fatto, cambia il vissuto. Questo non cambia la storia cinquecento anni dopo, ma ci restituisce le sue molte pieghe, ci fa capire alcune tracce del presente, ci obbliga a risalire la corrente per capire l’origine e i bivi da cui il presente ha origine.

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La democrazia dell’ignoranza

Barbagallo analizza gli imprevedibili processi messi in moto nel Novecento dal crollo dell’Urss alla Cina capitalista e l’attuale sovranismo farmaceutico

Titti Marrone | Il Mattino | 31 gennaio 2021

Uno sguardo sul passato per decifrare meglio i processi della contemporaneità, senza indulgere al «presentismo» ma con la sensibilità di uno storico capace di aggiornare la sua riflessione quasi in presa diretta: è nell’ultimo libro agile ma densissimo di Francesco Barbagallo I cambiamenti del mondo tra XX e XXl secolo. Lo studioso vi spiega di averlo concluso nella fatidica data del dannato anno bisestile, il 29 febbraio 2020. Non c’è stato il tempo di seguirne gli sviluppi, ma nel finale si segnala il cambiamento più tragico nelle quattro fasi analizzate, in una periodizzazione che va dal dopoguerra a oggi: la pandemia da Covid-19 contrassegnata dallo strapotere del capitalismo – o sovranismo – farmaceutico, che fa risaltare l’affievolita capacità reattiva di politica e democrazia. E allora vien fatto di chiedere a Barbagallo: com’è possibile in questo momento «porre al centro le relazioni umane», compito che richiama nell’epilogo?

«In un solo modo, cambiando il dominio sulle nostre vite del sistema capitalistico occidentale di cui lo strapotere farmaceutico è l’ultimo esempio», risponde lo storico. «Senza di ciò, non avremo alcuna ripresa delle relazioni umane e civili».

Lei descrive quattro fasi diverse in 75 anni, mai così tante prima d’ora. Il «secolo breve» descritto da Hobsbawm spezzetta la fine del ‘900 in due sottoperiodi, per poi proiettare anche nel terzo millennio l’ombra dello iato nel rapporto passato-presente?

«Non è tanto un rapporto con il secolo breve: è che da fine ‘900 si sono messi in moto processi imprevedibili che lo stesso Hobsbawm non poteva immaginare: il crollo dell’Urss che ha reso possibile la globalizzazione; la trasformazione della Cina in sistema capitalistico autoritario; la nascita di quello che Manuel Castells chiama il capitalismo informazionale; il terrorismo che dopo l’11 settembre ha prodotto l’accentuazione dei controlli con l’aiuto del web; il relativo passaggio al capitalismo della sorveglianza ben descritto da Shoshana Zuboff. Con situazioni prima presenti solo nei film: il riconoscimento facciale, le smart cities… E poi la democrazia dell’ignoranza, prima in Usa, poi in Europa. Con i giovani privi di coscienza del processo storico, immersi nel presente delle chat e dei telefonini. Fenomeni di cambiamento vorticosi di cui in Italia c’è poca coscienza perché siamo periferia dell’impero, per giunta immersi in questa crisi incredibile».

La prima crisi che analizza è tra il ‘45 e i primi anni ‘70, in cui la guerra fredda disegna due mondi contrapposti. Il bipolarismo conteneva in sé un principio di equilibrio?

«Certo, infatti è stato interpretato anche come un sistema di ordine, non più riprodotto perché gli Usa, prima con Bush, hanno tentato l’unipolarismo poi fallito. Ed è successo ciò che sappiamo, le guerre balcaniche, in Medio Oriente, nel Golfo… La guerra fredda oggi viene riconsiderata anche da liberali conservatori come Sergio Romano. Io colloco l’inizio della crisi nei primi anni ‘70, quando il rapporto della Commissione trilaterale afferma che la partecipazione dev’essere ridotta e che bisogna indurre l’apatia. Per cui ci ritroviamo una democrazia inesistente, il crollo della partecipazione alle elezioni, la politica come attività personalizzata da parte di individui che non saprebbero fare un altro mestiere e ricoprono pessimamente ruoli pubblici».

Gli anni della formazione dell’Unione Europea sono di grandi speranze ma sfociano nella crisi di sovranità dello Stato nazionale e nella globalizzazione, con l’emergere dei Paesi dell’area definita di Cindia. Dov’è la radice del fallimento di quel periodo, e delle prospettive legate all’Europa?

«Sta nel fatto che gli Stati costituenti dell’Europa, a parte forse proprio l’Italia, non hanno voluto spostarla oltre il piano economico. L’Italia ha fatto eccezione per via di una tradizione meridionalista e di quella legata a Spinelli che almeno nella sinistra ha sostenuto l’idea di Europa politica. Non lo hanno fatto Germania e Francia, orientate da interessi nazionali. Poi è venuta la tragedia dell’inclusione dei Paesi orientali, Ungheria, Germania, Repubblica Ceca. E il fatto che gli Usa avevano tutto l’interesse a impedire che l’euro diventasse moneta internazionale».

Ma la crisi e i cambiamenti più dirompenti sono nella quarta fase che lei descrive, della seconda rivoluzione digitale e del potere dei grandi Stati. Come si potrà gestire, se l’esito è l’aumento delle diseguaglianze e se anche le promesse di democrazia prospettate dalla diffusione del web appaiono tradite?

«La prospettiva del futuro è una retrospettiva del passato. Occorre ricreare un rapporto funzionale tra Stato e mercato. Intrecciarli, superando anche le pastoie in cui si sono invischiati gli eredi del Pci a un certo punto sedotti dall’idea che il mercato fosse democrazia, mentre sono due cose differenti. A Oriente si riorganizzano in tal senso, con forme autoritarie ma efficaci. In Occidente no, e in Italia lo Stato oggi appare dissolto con la riduzione della politica a trampolino personale. Viviamo attorniati dai suoi miserevoli protagonisti».

 

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Re Sigurd, il crociato che venne dal freddo

L’epopea finora sconosciuta del sovrano Vichingo che con sessanta navi raggiunse Gerusalemme e partecipò alla conquista di Sidone. Poi la tappa a Costantinopoli e il ritorno in Scandinavia per via terrestre attraversando i Balcani

Amedeo Feniello | La Lettura | 25 aprile 2021

Nel nostro immaginario i vichinghi poco hanno a che fare con il Mediterraneo. Li sogniamo lontani, protesi verso le isole britanniche, l’Islanda, la Groenlandia o addirittura le coste settentrionali delle Americhe, la mitica Vinland. Invece di gente del Nord che, nel corso del Medioevo, guardò al Mediterraneo con incanto e, perché no, cupidigia ce ne fu. E tanta. Eppure, questa presenza è stata spesso ignorata, considerata estranea rispetto al nostro scenario. Ancora una volta una vicenda nascosta, sottratta alle nostre percezioni, ritenuta lontana, marginale.

La storia di questa presenza ritorna oggi nel libro di Francesco D’Angelo dedicato al re di Norvegia Sigurd Magnusson (Il primo re crociato. La spedizione di Sigurd in Terrasanta, Laterza), vissuto tra 1089 e 1130. Perché parlare di lui al cospetto del Mediterraneo? Per un motivo preciso: che dal 1107 fu protagonista di un’impresa eccezionale che gli regalò, in patria, un appellativo straordinario: Jórsalafari, l’«uomo che è andato a Gerusalemme».

Come tanti re cristiani, anche Sigurd desiderava partecipare alle Crociate. Ma per farlo, visse un viaggio che sembra come addensarsi per gravità dalla periferia più estrema del mondo più estrema verso l’ombelico di esso, la Terrasanta. A seguire la spedizione si resta stupiti, per l’epoca in cui essa fu effettuata e per l’immensità degli spazi solcati. La flotta di Sigurd salpa nel 1107 dalla città di Bergen, in Norvegia, alla volta del Mediterraneo. Non era la prima volta. La strada era già stata aperta in precedenza, nell’844, poi nell’859 con la spedizione del capo vichingo Hásteinn che, con una flotta di 62 navi, raggiunse e mise a sacco la città di Algeciras, in Spagna, le Baleari e diversi centri nel Sud della Francia; e leggenda vuole che saccheggiasse anche Lumi, in Liguria, scambiandola per Roma. Sembrava già allora un’epopea, considerate le distanze. Ma questa gente del Nord aveva dalla sua un’indole particolare: erano sì guerrieri pronti all’avventura, ma soprattutto eccellenti marinai. Al centro di questa loro capacità, c’era una nave dal profilo nuovo, frutto di una tecnologia secolare, dalla tipica forma stretta e lunga, dotata di chiglia per affrontare le disagevoli condizioni dei mari del Nord e di un duplice ordine di remi oltre che di una vela quadra; ma che presentava un altro aspetto innovativo: la doppia prua, ovvero, scrive D’Angelo, «poppa e prua egualmente rialzate e quasi simmetriche, progettate per ripartire rapidamente dal luogo di attracco — che spesso coincideva con il luogo di attacco — senza bisogno di invertire la nave». Un’imbarcazione dai tanti nomi: langskip (nave lunga), snekkja (il serpente) o il più delle volte dreki, il drago, al plurale drekar, da cui drakkar, nota l’autore, «termine oggi molto in voga ma in realtà inesistente nelle fonti».

Sono sessanta le navi della flotta di Sigurd e 5 mila gli uomini al comando di un uomo che, benché solo diciottenne, ha dalla sua fascino e autorità. Lo spinge verso l’imprevisto una doppia tensione: spirituale, da un lato, propria della esperienza crociata. Dall’altro, il desiderio di avventura, di fama, d’oro, tipico della cultura vichinga. Due facce della stessa medaglia che «convivono perfettamente nella stessa persona del re».

La rotta seguita fu davvero lunghissima. Dopo una sosta iniziale in Inghilterra per trascorrere l’inverno, la flotta raggiunse la Spagna. Prima toccò le regioni cristiane della Galizia poi al-Andalus, possedimento musulmano, saccheggiando numerose città. Superato lo stretto di Gibilterra, i norvegesi toccarono in successione le Baleari e la Sicilia, dove Sigurd incontra, alla corte normanna, un adolescente Ruggero II d’Altavilla. Da qui, la meta diviene Gerusalemme, dove il norvegese viene accolto caldamente da re Baldovino I, insieme al quale pianifica l’assedio di Sidone, città che cade nel 1110.

Dopo l’impresa, Sigurd era sicuro di avere assolto al proprio voto da crociato. Poteva così riprendere di nuovo il mare, questa volta in direzione della più straordinaria città del Mediterraneo, Costantinopoli, dove per qualche tempo fu ospite dell’imperatore Alessio I Comneno. Ma qui il viaggio cambia forma: continua, con ciò che resta dell’esercito, non più per mare, ma per terra: attraverso la Bulgaria, l’Ungheria, la Baviera, la Sassonia, la Danimarca. Fu questa l’ultima tappa, prima del rientro in patria, nel 1111.

Erano passati quattro anni, vissuti in una sorta di anabasi, sulla quale fiorirono subito racconti e leggende perché, scriveva Snorri Sturluson (1179-1241), «tra gli uomini si diceva che nessuno, come Sigurd, aveva mai intrapreso un viaggio così onorevole». Un crociato sui generis, Sigurd: figlio di un mondo lontano, la cui storia, grazie a questo libro, arricchisce la nostra percezione di un Mediterraneo medievale che fu più ricco e vasto di quanto in genere si immagini.

 

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Smanie e follie. La villeggiatura da Goldoni a Byron

“Le smanie per la villeggiatura”, la nuova rubrica estiva della pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza, prosegue con un contributo di Alessandro Marzo Magno.

Domenica dopo domenica, la rubrica accompagnerà i lettori alla scoperta del significato delle ‘vacanze’ e dei viaggi in diverse epoche e contesti storici, dall’antica Roma alla Germania della DDR, dai Greci dell’Odissea al Medioevo, fino all’avvento del turismo di massa, con gli scritti di Simona Colarizi, Alberto Mario Banti, Laura Pepe, Massimiliano Papini, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alessandro Marzo Magno e Gianluca Falanga.

 

> Prossimo appuntamento: domenica 22 agosto,
con Gianluca Falanga e le Cartoline dalla DDR. In vacanza nel socialismo reale.

Già online i contributi di Laura Pepe, Massimiliano Papini e Maria Giuseppina Muzzarelli.

 

 

Smanie e follie. La villeggiatura da Goldoni a Byron

Alessandro Marzo Magno

 

La villa non nasce come luogo per villeggiare. Sembra un paradosso, invece è letteralmente così. Il sistema delle ville venete, che si sviluppa a partire dalla seconda metà del Cinquecento, fino a dar vita a una sorta di Venezia di terraferma, con tanto di rii (fiumi e canali) che collegano gli edifici tra loro e con la Dominante, è in realtà un sistema economico.

La villa viene concepita come posto dove guadagnare: sta al centro di un’azienda – agricola, ma talvolta anche preindustriale – dove si sviluppano varie attività: la coltivazione, l’allevamento, la vinificazione, l’oleificazione, la molitura in presenza di corsi d’acqua in grado di supportarla. La villa vera e propria è la casa dominicale dove el paròn dirige e controlla le attività economiche. Non è un caso che le ville palladiane siano spesso costruite in materiali poveri, magari camuffati in modo da sembrare ricchi (colonne di mattoni intonacate e dipinte a finto marmo), che non manchino mai le cantine e i granai, che ci sia sempre un’aia dove essiccare i cereali (se oggi non la si vede più è perché nell’Ottocento l’hanno trasformata in giardino) e attorno ci sono i vari annessi dagli usi pratici: le barchesse per tenere i materiali, le abitazioni dei contadini, le peschiere che oggi chiamiamo impropriamente fontane.

Ciò che differenzia la villa veneta dalle altre ville aristocratiche, per esempio lombarde, toscane, o campane, è la mancanza di un signore di riferimento. Venezia è una repubblica, non c’è un principe attorno al quale orbitare e di conseguenza viene meno la necessità di costruire la propria residenza estiva non troppo lontano dalla sua, come può accadere nel caso dei Borbone o dei Medici. Naturalmente non erano soltanto i patrizi veneziani a costruirsi le ville in terraferma, ma anche i nobili delle altre città facevano lo stesso, oggi ne sono catalogate 3803 nel Veneto, e 435 nel Friuli Venezia Giulia.

Le cose cambiano tra Sei e Settecento, quando nelle ville si comincia anche a villeggiare e il trasferimento estivo diventa un vero e proprio dovere sociale, così ben descritto da Carlo Goldoni nella Trilogia della villeggiatura. La stagione del soggiorno in campagna inizia a maggio e finisce in novembre, per San Martino, quando si rientra in città in corrispondenza dei primi ghiacci. Non è un caso che le ville, residenze estive, siano prive di caminetti, salvo una stanza o due: non era previsto che fossero abitate d’inverno e quindi non era necessario riscaldarle. Durante i mesi estivi avveniva un vero e proprio trasferimento delle classi sociali più elevate verso le residenze di campagna, con una parallela trasmigrazione dei modi di vivere cittadini.

La musica, per esempio, e infatti la villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova), possiede una sala da musica unica, voluta dalla ricchezza, potenza (e megalomania) di Marco Contarini del ramo degli Scrigni. Dove scrigni sta per i forzieri pieni d’oro e d’argento a disposizione di questa famiglia di ricchissimi banchieri.

La sala da musica, a forma di chitarra, è una specie di miracolo dell’acustica, un esempio unico al mondo di Dolby Surround prima che il Dolby Surround fosse inventato. Costruita interamente in legno, ospitava i musicisti sulle balaustrate, da lì il suono saliva lungo le pareti, veniva riflesso dal controsoffitto e ridiscendeva attraverso un’apertura ottagonale nel pavimento al piano inferiore, dove si trovava l’auditorium e stavano gli ospiti. Questi ultimi non vedevano i musicisti, ma ne ascoltavano la musica. Anche ai nostri giorni vi si tengono concerti cameristici. Attenzione, però, che questa non è la sala da ballo: si danzava nell’altra ala della villa, al suono di una diversa orchestra.

Marco Contarini non si è limitato a costruire una sala da musica unica nel suo genere, ma aveva anche organizzato una scuola di musica per fanciulle, il “Loco delle vergini”, a imitazione dei celebri orfanotrofi di Venezia – Pietà, Derelitti, Incurabili e Mendicanti. Le ragazze di Piazzola alla fine diventavano così brave che arrivavano a cantare anche opere, a differenza delle orfane che facevano invece vita claustrale e potevano cantare solo musica sacra. L’Incoronazione di Dario, del bassanese Domenico Freschi, è stata eseguita per la prima volta a Venezia nel 1684, ma subito dopo a Piazzola, dove l’opera è stata ristrumentata perché le ragazze suonavano strumenti speciali e desueti, per esempio avevano una dozzina di viole da gamba, altrove abbandonate ormai da decenni. Almeno cinque opere di Freschi sono state rappresentate per la prima volta a villa Contarini: era anche questo un modo per sorprendere e per affermare il ruolo sociale del padrone di casa.

«L’innocente divertimento della campagna è divenuto a’ dì nostri una passione, una manìa, un disordine» in questo modo Carlo Goldoni introduce la Trilogia della villeggiatura, scritta a villa Widmann di Bagnoli, nel padovano. «Ho concepita nel medesimo tempo l’idea di tre commedie consecutive. La prima intitolata: Le Smanie per la Villeggiatura; la seconda: Le Avventure della Villeggiatura; la terza: Il Ritorno dalla Villeggiatura. Nella prima si vedono i pazzi preparativi; nella seconda la folle condotta; nella terza le conseguenze dolorose che ne provengono» precisa Goldoni e la prima rappresentazione data al 1761.

«La villeggiatura si deve fare, e ha da essere da par nostro, grandiosa secondo il solito, e colla solita proprietà» fa dire Goldoni a Vittoria, una delle protagoniste, e si tratta di una sottolineatura dello spirito con cui i soggiorni in villa erano considerati. Le commedie ruotano attorno a due famiglie, una aristocratica e spiantata, e una borghese e arricchita, una situazione niente affatto inusuale nella Venezia settecentesca.

Villa Widmann è dotata di un teatro, e anche questo la dice lunga su come fossero attrezzati questi edifici. Peccato che il teatro della villa di Bagnoli sia andato distrutto in un incendio a fine Settecento: Carlo Goldoni vi aveva messo in scena propri lavori nel 1755 e nel 1757, davanti a un pubblico molto folto. Ne scrive nelle Memorie: «Vado a trascorrere il resto dell’estate a Bagnoli, terra bellissima nel distretto di Padova, appartenente al conte Widmann, nobile veneziano e feudatario negli stati imperiali. Questo signore, colto e generoso, conduceva sempre con sé una numerosa e scelta compagnia; con questa si recitava la commedia, la recitava lui stesso. […] Io fornivo dei brevi canovacci, ma non avevo mai osato interpretarli. Alcune dame della compagnia mi obbligarono ad assumermi un ruolo di amoroso, le accontentai, ed ebbero così motivo per ridere di me e divertirsi a mie spese. Ne ero seccato; il giorno dopo abbozzai una commediola intitolata La fiera; e invece di un solo ruolo ne interpretai quattro: un ciarlatano, un giocoliere, un direttore di teatro e un venditore di canzoni. […] Lo scherzo piacque ed eccomi vendicato a modo mio. Alla fine del mese di settembre, lasciata la compagnia di Bagnoli, ritornai a casa per assistere all’apertura del mio teatro».

Un diciassettenne Giacomo Casanova nel 1742 va in villeggiatura dal grande nemico di Goldoni, ovvero Carlo Gozzi nella villa a Visinale di Pasiano (Pordenone). Gli viene assegnata come cameriera personale Lucia, una contadinella quattordicenne e, per quanto ci possa apparire assurdo, è lei a voler sedurre il giovanissimo Casanova, mentre Giacomo incredibilmente resiste. Gli ormoni, però, fanno il loro lavoro e quindi il ragazzo deve dare sfogo alla passione pensando a Lucia e arrangiandosi come fanno tutti gli studentelli di questo mondo. «Non potendone più, e diventando ogni giorno più innamorato, proprio a causa del rimedio di solito usato dagli studenti che sul momento esaurisce e disarma l’energia amorosa, ma che irrita la natura e l’eccita a vendicarsi col raddoppiare i desideri del tiranno che l’ha domata, stetti tutta la notte col fantasma di Lucia davanti alla mente» scriverà anni più tardi nella Storia della mia vita. La ragazza, già perfettamente formata, per una decina di giorni gli porta il caffè in camiciola e gonna al ginocchio, poi si siede vicino, sul letto, e si ferma a parlare. Giacomo resiste, come detto, e alla fine non ne può più e dice alla giovane che non la vuol più vedere. La reazione di lei però è maliziosetta assai, anche in questo caso non si capisce se per beata ingenuità o per perfido calcolo. Comunque, «alla fine del mio discorso, ella si asciugò gli occhi col davanti della camicia senza riflettere che con questo atto pietoso spiegava ai miei occhi due scogli fatti per far naufragare il più esperto nocchiero»: lui la respinge, lei gli mostra il seno. A questo punto anche Lucia afferma di essere innamorata e pronta a cedergli. Ma Giacomo non ci sta: «Con tutto ciò, rispettai la sua verginità, proprio per il fatto che lei non mi opponeva la minima resistenza. Ero un vizioso cosiffatto». La sua eccitazione sta nel non darsi a chi gli si voleva dare. Comunque vanno avanti così ancora per un po’: «Passai il resto del settembre in campagna e per undici notti di seguito mi trovai possessore di Lucia che, fidandosi del sonno di sua madre, venne e trascorrerle tra le mie braccia. Ciò che ci rendeva insaziabili era un’astinenza che Lucia cercava in tutti i modi di farmi smettere». La ragazza resta tuttavia turbata dai continui e ripetuti rifiuti di Casanova: lui le ha incendiato la carne e ora si rifiuta di spegnere il fuoco.

Anche Lord Byron soggiorna in villa, da metà giugno 1817, a La Mira (oggi, più semplicemente Mira), una decina di chilometri dalla foce del Brenta. Il poeta affitta villa Foscarini, sulla riva sinistra del fiume. È un grande edificio palladiano, un ex convento, sulla strada per Padova. Byron racconta a John Cam Hobhouse: «Più spaziosa che bella, e nemmeno tanto spaziosa, come tutte le vecchie abitazioni marittime venete è troppo vicina alla strada. Sembra che ritengano di non aver mai abbastanza polvere per compensare la lunga immersione». L’ha probabilmente scelta perché la ventiduenne Marianna Segati, la fidanzata del momento, naturalmente sposata, ha amici a Mira con i quali, per rispettare le convenienze, finge di alloggiare. Quella vita si addice a Byron. Nuota nell’Adriatico di pomeriggio, cavalca lungo la riva del fiume verso il tramonto, e scrive fino a tarda notte. Per l’inizio di luglio ha scritto trenta strofe del quarto e ultimo canto del Childe, con i celebri versi:

I stood in Venice, on the Bridge of Sighs

A palace and a prison on each hand.

Lungo la Riviera del Brenta avviene l’incontro con quello che sarà l’altro grande amore veneziano di Byron: Margherita Cogni, soprannominata la “Fornarina” in quanto moglie di un fornaio tubercolotico, Andrea Magnarotto (forse si tratta di un riferimento al quadro in cui Raffaello ha ritratto la propria amante con il medesimo soprannome, visto qualche tempo prima a Firenze).

Il poeta, assieme all’amico Hobhouse, bighellona a cavallo quando una sera, in mezzo a un gruppo di contadini, nota due ragazze, «le più carine che avessimo visto da tempo»: in testa portano il fazziolo, ovvero il fazzolettone bianco che scende fino ai fianchi, tipico delle popolane. Nelle campagne venete c’è grande miseria e lui si è guadagnato la reputazione di generoso. Una delle due ragazze si fa avanti e dice, in veneziano: «Perché aiutate altri e non pensate anche a noi?». Byron si volta sulla sella e le risponde: «Cara tu sei troppo bella e troppo giovane per aver bisogno del mio soccorso». Ma lei è prontissima a ribattere: «Se vedeste la mia capanna e il mio cibo non direste così». Il tutto ha un tono scherzoso, vagamente da commedia goldoniana, ma ciò non impedisce che si fissi un appuntamento per qualche sera dopo. Le ragazze arrivano con delle accompagnatrici, ma la più giovane, ovvero la ragazza destinata a Hobhouse, viene colta dal panico perché non è sposata e «qui non si fa nulla se non si tratta di adulterio», precisa Byron. Margherita invece resta: lei è di tutt’altra pasta ed è sposata, quindi – venezianamente – una donna libera e infatti presto lascia il marito a Mira e si trasferisce nel palazzo sul Canal Grande dove Byron vive, diventando di fatto la padrona di casa.

La villeggiatura in villa viene via via abbandonata nel corso dell’Ottocento, a mano a mano che la società borghese si sostituisce a quella aristocratica. Non ci si può permettere di stare sei mesi lontano dalla città e cominciano ad affermarsi nuovi modi di trascorrere le vacanze: in montagna, per esempio, e sul finire del XIX secolo di sviluppa l’asburgica Cortina d’Ampezzo, e al mare. Nel 1872 viene fondata la Società civile bagni Lido che dà il via allo sviluppo di quella che diventerà una delle più famose spiagge d’Europa.

Sandro Orlando racconta “Groenlandia”

Nell’estate 2019 una spedizione percorre la costa della Groenlandia orientale, una delle zone più remote al mondo, al centro di quella crisi climatica che sta terremotando l’Artico. È un Artico ‘azzurro’, e privo di ghiacci, che anticipa il nostro destino climatico e spiega molti aspetti del meteo impazzito che conosciamo.

In Groenlandia. Viaggio intorno all’isola che scompare, il giornalista Sandro Orlando racconta il suo viaggio in barca a vela nel fiordo di Scoresby Sund e ci accompagna là dove la geografia finisce e inizia il clima di domani. Un racconto che si riempie di personaggi e delle loro avventure – esploratori, alpinisti, scienziati che si sono spinti in questa frontiera selvaggia attratti dal fascino per l’ignoto – e che si intreccia al resoconto scientifico. Perché è proprio in questo continente quasi disabitato, dai confini labili e dalla geografia incerta, per effetto delle trasformazioni causate dallo scioglimento dei ghiacci, che gli scienziati hanno trovato un laboratorio ideale per le loro ricerche.

 

 

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Il dì di festa. Vacanze medievali, fra lussuria e penitenza

“Le smanie per la villeggiatura”, la nuova rubrica estiva della pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza, prosegue con un contributo di Maria Giuseppina Muzzarelli.

Domenica dopo domenica, la rubrica accompagnerà i lettori alla scoperta del significato delle ‘vacanze’ e dei viaggi in diverse epoche e contesti storici, dall’antica Roma alla Germania della DDR, dai Greci dell’Odissea al Medioevo, fino all’avvento del turismo di massa, con gli scritti di Simona Colarizi, Alberto Mario Banti, Laura Pepe, Massimiliano Papini, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alessandro Marzo Magno e Gianluca Falanga.

 

> Prossimo appuntamento: domenica 15 agosto,
con Alessandro Marzo Magno e Smanie e follie. La villeggiatura da Goldoni a Byron.

Già online i contributi di Laura Pepe e Massimiliano Papini.

 

 

Il dì di festa. Vacanze medievali, fra lussuria e penitenza

Maria Giuseppina Muzzarelli

 

Vacanza significa sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di qualche particolare ricorrenza o di una festa religiosa. Nel Medioevo le feste ritmavano regolarmente la vita dei singoli e delle collettività. Oltre un quarto dei giorni era festivo: domeniche, Natale, Epifania, Candelora, Annunciazione, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, ricorrenze patronali o predicazioni. Anche quando arrivava un predicatore in città e teneva i suoi sermoni per giorni e giorni (e ogni predica durava parecchie ore) si sospendevano le usuali attività, dunque era vacanza,  non si lavorava, si era liberi dalle usuali occupazioni.

Noi oggi associamo l’idea di vacanza al piacere, al divertimento, al godimento fisico, ecco non era propriamente così nel periodo medioevale, anzi fino almeno all’XI secolo la festa era sì sospensione del lavoro ma anche dell’attività sessuale. Dai Libri penitenziali, testi ad uso dei sacerdoti che suggerivano la penitenza appropriata per ogni peccato, in uso fino al pieno Medioevo, si ricava una sorta di ossessione nei riguardi dell’attività sessuale regolarmente vietata nei giorni di festa. Preclusa nelle tre Quaresime (quaranta giorni prima di Pasqua, di Natale e di Pentecoste) ma anche negli anniversari delle nascite dei santi apostoli, nelle feste principali, in quelle pubbliche ed in diverse altre occasioni specificate, ne derivava che restavano in media appena una cinquantina di giorni all’anno per la manifestazione lecita dello slancio sessuale. Dunque festa ha significato per un periodo non breve vacanza dal lavoro ma anche privazione del piacere, almeno in teoria.

La festa implicava seguire le funzioni religiose e principalmente andare in chiesa. Qui si riesce a cogliere qualche nesso con un mondo a noi più prossimo. Sino a non molti decenni fa l’andare in chiesa alla domenica era pratica devozionale ma anche occasione sociale: nel suo piccolo una festa. Era, soprattutto per le donne, il momento di uscire di casa, di vedere altre persone e di farsi vedere e in questo si coglie un senso di festa, il piacere dell’esibizione. Festa per le donne poteva essere indossare gli abiti più belli proprio per andare in Chiesa. A Bologna la moglie di un drappiere nel giorno della festa di San Domenico, che cade l’8 di agosto, venne fermata dagli incaricati del controllo del rispetto delle leggi suntuarie perché indossava una gonnella con strascico che era proibito dai provvedimenti contenuti negli Statuti cittadini del 1250-61. Gli incaricati del controllo non poterono procedere per la resistenza opposta da chi la contornava (“propter tumultum gentium”) e la donna fu quindi convocata davanti alle autorità competenti. Le norme suntuarie che facevano parte degli Statuti cittadini facevano regolarmente riferimento alle esibizioni femminili per proibirle o quanto meno limitarle e suggerivano di effettuare controlli nelle vicinanze delle chiese nei giorni festivi proprio in quanto era l’occasione per eccellenza per mettersi in mostra  e ostentare abiti ed accessori. A secoli di distanza, perdurando il disciplinamento di vesti, ornamenti, feste e banchetti, si è mantenuto nelle norme suntuarie (che hanno continuato ad essere emanate fino al Settecento) il riferimento alla necessità di contenere le esibizioni delle donne nei giorni festivi. Un documento emanato a Foligno nel 1567  lamentava il fatto che domenica 3 agosto  una giovane della città esibì una veste di seta che fece mormorare tutta Foligno. Talmente bella e desiderabile da scatenare un’incontenibile emulazione a rischio  di consumare i patrimoni dei cittadini: “Mo semo per andare in precipitio, che oltre  che si fanno in maritare una giovane, non ci manca altro  che di cominciare a mettere questa maledetta usanza  di far vesti di drappo”.

Per tutto il periodo che corre dalla metà del XIII fino almeno alla fine del XVI dalle parti delle chiese alla domenica e nei giorni festivi si appostavano gli incaricati della vigilanza: la festa era esibizione ma anche rischio di multa o di sequestro del capo proibito.

Il “dì della festa” si distingueva dal “giorno da lavorare” per l’abbigliamento ma non solo. Si caratterizzava anche per attività ludiche, non di rado trasgressive, che soprattutto a carnevale davano luogo a travestimenti e ad eccessi di vario genere. Ecco le parole con cui il predicatore Osservante Bernardino da Feltre (1439-1494)  condanna a Pavia nel 1494 il “carnasal” “che te farà deventar una bestia”. Non uno ma ben tre condottieri inducevano a suo dire al peccato: “Uno ha piantato una bandiera de saltanti et chorizanti. L’altro ha messo uno squadrone de papanti et ingurgitanti. Et terzo va intorno cum una brigata de stravestiti et mascherati. El bisogna descazar questa bestia che fa tanto male”. Festa era ballare, cantare e darsi un’identità posticcia e mangiare in abbondanza. Fra i cibi da festa c’era la carne. Per la festa d’Ognissanti in Toscana vigeva una particolare abitudine alimentare: consumare un pranzo a base di oca. Meno terragno e più gentile l’uso per Pentecoste, detta Pasqua Rosada, di adornare le chiese di fiori o di far piovere durante la messa petali di rose. Usi che contraddistinguevano il tempo festivo.

Quanto ai mascheramenti, talvolta facilitavano offese e violenze. Che la festa sfociasse in atti aggressivi è abbastanza noto. I feroci putti fiorentini che amavano organizzare sassaiole e altre violenze sono passati alla storia così come il tentativo di Girolamo Savonarola di partire da loro per una profonda riforma dei costumi. Le feste liberavano non solo dal lavoro ma anche dal controllo e davano luogo ad attacchi alla gerarchia e all’onore in particolare delle donne. Sul finire del Medioevo, dopo la cacciata a Firenze di Piero de’ Medici la milizia savonaroliana mise mano a una vasta operazione di cristianizzazione della principale festa pagana, il Carnevale. Nel 1497, anno di affermazione di un gonfaloniere savonaroliano e dunque della concreta possibilità di realizzare il programma politico e morale del frate domenicano, Savonarola intese capovolgere il trasgressivo e lascivo carnevale in un grande falò delle vanità convertendo i denari raccolti per vani festeggiamenti in una questua realizzata dai fanciulli, trasformati da aggressivi distruttori in fattivi collaboratori del programma savonaroliano, volta a finanziare il Monte di Pietà. A ben vedere e a modo suo anche il falò delle vanità organizzato da Savonarola rappresentava una peculiarissima festa oltre alla liberazione dal peccato realizzata incenerendo libri giudicati lascivi, abiti, dadi e altri analoghi oggetti in luogo delle anime dei loro possessori. Un grande rito collettivo liberatorio suggestivo e partecipato. Savonarola ne promosse ben due di falò del genere (uno nel febbraio del 1497 e il secondo nel febbraio dell’anno successivo) e prima di lui molti altri predicatori ne organizzarono in varie città d’Italia. Nel 1497 una grande piramide ottagonale  alta 30 braccia e di oltre 100 braccia di perimetro costituita da sette gradini come i peccati capitali prese fuoco ai quattro angoli a un segno convenuto mentre le campane del palazzo della Signoria diffondevano i rintocchi. Il carnevale del 1497 terminò così con il solo bruciamento senza altre feste con grande rincrescimento da parte del popolo. Savonarola godeva di vasto seguito ma togliere al popolo le feste era rischioso e non fu l’unico rischio che corse il frate. Ne uscì perdente. All’indomani del martedì grasso del 1497 si intensificarono le attività antifratesche e ben presto si affermò una nuova signoria contraria a Savonarola con il tumulto dell’Ascensione. Seguì il divieto di predicare per il frate il cui corpo venne bruciato il 23 maggio 1498 sulla stessa piazza dove era divampato l’anno prima il falò delle vanità. Per molti fu una festa: macabra, terribile ma partecipata.

Anche in occasione delle feste del calendimaggio (l’antica festa del primo maggio) si registrava la caduta delle regole e l’abbandono alla vitalità incontrollata. Il giorno di calendimaggio del 1304 un gruppo di fiorentini organizzò una rappresentazione dell’Inferno sul fiume Arno. Ne parlano le cronache. Su barche di varia foggia e misura vennero sistemati apparati scenici per riprodurre i luoghi e i supplizi dell’inferno con fantocci, graticole per arrostire i reprobi, caldaie piene di acqua bollente per bollirli, spiedi ed altro ancora. L’effetto sul pubblico di questo spettacolo sconvolgente fu enorme e duraturo il ricordo in considerazione anche del finale tragico con il crollo del ponte alla Carraia. Molti morirono per vedere la festa e così andarono di persona a verificare come erano le pene dell’Inferno, commenta sarcastico il cronachista Marchionne di Coppo Stefani.

Segnavano il tempo della festa anche giostre e tornei soprattutto fra XII e XIII secolo. Erano valvole di sfogo per giovani turbolenti ed esercizi di abilità per aristocratici che poi si trasformarono in vere e proprie feste aperte a più gruppi sociali anche a quanti non vivevano di rendita, ad esempio i soldati di professione. Le giostre erano un modo di guadagnare premi ambiti, spettacoli molto graditi, partecipati e noti a tutti tanto da originare il modo di dire: “Tutti corriamo il palio. A chi prima è a morire”.

Il tempo libero dal lavoro doveva servire a “prendersi consolazione” il che non per tutti significava mangiare a crepapelle o lanciarsi in attività aggressive bensì, all’opposto, darsi alla preghiera e alla penitenza. Poteva anche essere tempo dedicato allo studio e alla riflessione. Alla fine del medioevo in taluni ambienti intellettuali si venne affermando un nuovo concetto di svago sulla base di suggestioni del pensiero umanista. Contestualmente si è dilatata una riflessione sul valore economico del tempo fondata su una nuova razionalità applicata agli affari e in particolare ai titoli di restituzione maggiorata del denaro prestato. Nel valutare l’esigibilità di un interesse assunse sempre più rilievo  il trascorrere del tempo e la considerazione degli eventi che in quel tempo potevano prospettarsi, positivi o negativi che fossero. È l’epoca degli orologi nelle piazze e dello sviluppo del pensiero del francescano spirituale Pietro di Giovanni Olivi secondo il quale “il tempo… è realtà specifica per ogni singolo oggetto e… rispetto a ciascuna cosa appartiene per proprietà o per diritto a questo o a quello”. Il tempo diventa manifestamente un bene economicamente valutabile, qualcosa da non perdere, da investire per ricavarne il massimo profitto: siamo alle origini di molte forme del nostro attuale pensiero ivi compreso tormento del doverci divertire per forza in vacanza perché se no è tempo sprecato, un investimento sbagliato. Ottimo modo per rovinarci le vacanze!

In ricordo di Antonio Pennacchi

Questo è un vero e proprio viaggio – un viaggio a tappe – in cui uno parte e chissà che s’aspetta; poi arriva, vede, gira e si rende conto che le cose stanno in un’altra maniera. È il viaggio di Antonio Pennacchi, narratore per vocazione, storico per necessità, alla ricerca delle ‘città del Duce’.

Un estratto dal suo libro, Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce.

 

Borgo Riena

Totò Militello – Totò è il diminutivo di Salvatore – ha 80 anni ed è l’unico abitante di Borgo Riena. È basso, raggrinzito, ma quando si muove tra le piante ed i cavalli lo fa come un puma: efficiente ed efficace. Ha lo sguardo dolce, ed è dolce in ogni sua manifestazione, sia col forestiero che con la cagna maremmana che lo segue dappertutto. È un ergastolano, nel senso che fu condannato all’ergastolo per un omicidio: «Ma ero innocente, non ero stato io» dice, e difatti in appello venne assolto. In carcere fece solo un paio d’anni, poi ci fu lo sbarco degli alleati, bombardarono le carceri di Agrigento e lui evase. Aspettò l’appello in latitanza («canziatu» dice lui, cioè scansato dagli altri, etimologia stupenda), in mezzo alle montagne. Scendeva di notte a Borgo Riena, dove la sua famiglia s’era trasferita da Prizzi per la colonizzazione: «16 salme a mezzadria avevamo», dice. Una salma in Sicilia vale 17.463 metri quadrati – quasi 28 ettari in tutto – e li coltivavano a grano, fave, orzo e foraggio. Accudivano 20 bovini e 100 pecore – le pecore andavano a pascolo anche altrove – e parte del bestiame era di loro proprietà. Aveva vent’anni e a Borgo Riena c’era tutto – quand’era canziatu – ma c’erano pure i carabinieri e lui ci scendeva solo di notte. Adesso è l’unico abitante, il custode testamentario quasi.

Anzi, esattamente non è nemmeno abitante: la sua casupola, col recinto delle pecore e delle galline, è oltre il perimetro del Borgo, al di là di quella che era la circonvallazione, vicino la sorgente, sul declivio che punta alla cima del colle. Dopo la riforma agraria cessò anche la loro mezzadria, ebbero quattro ettari in proprietà – lui dice che se li comprò da solo, e li tiene tutti pieni di viti e di ulivi – e per un po’ di tempo continuarono ad abitare nel Borgo, finché un giorno la Regione Sicilia cacciò tutti quanti, mise il filo spinato e Borgo Riena divenne «vacante» come dice lui, abbandonato. E lui di nuovo canziatu più di prima: l’ultima sentinella al sacrario che muore.

La casa vecchia è in basso – l’indica con la mano, «la mè casa», con affetto, come se fosse davvero ancora casa sua – e mostra anche lei, come la chiesa, le crepe sui muri, gli squarci tra le tegole, le persiane sfasciate. Totò Militello ha 80 anni ed è l’unico abitante di Borgo Riena che invece ne ha solo 60. Non sta scritta da nessuna parte Borgo Riena, ma è una «città nuova», città di fondazione, anche se adesso è abbandonata. C’è la chiesa, con tanto di abside, rosone e campanile distaccato. C’è la piazza con gli assi sfalsati. Attorno alla piazza i caseggiati a due piani, con i portici sotto. La scuola, le Poste, la caserma dei carabinieri, quella che sembra la Casa del fascio, il dopolavoro, la locanda, il bar, le case e le botteghe per gli artigiani. C’è pure il belvedere, coi muri di pietra a faccia vista, il parapetto e le panchine. Pare proprio il plastico di Pomezia. O le foto di Aprilia nel ’38. E tutti i muri – di tutte le case, dal campanile alla caserma – tutti intonacati rossogiallastro, o giallo-rossastro che sia: rosso-fascio per capirci. Ma è tutto pieno di crepe – è l’abbandono – alcune grosse come un braccio. E i tetti crollati. Sotto i portici, dentro la chiesa e nelle botteghe, solo i cavalli. Abbandonata. Dalla sera alla mattina. Alla fine degli anni Cinquanta. Per arrivarci abbiamo spaccato la marmitta: la strada è un tratturo che si inerpica sulla montagna – all’inizio c’era scritto «Divieto di accesso. Strada interrotta per frane» – a 700 metri d’altezza, tra Lercara e Prizzi, all’estremo sud della provincia di Palermo. Nella cosiddetta «Sicilia interna», quella più oscura e misteriosa.

Di Borgo Riena non si parla in nessun libro, non c’è una citazione in alcun posto e nemmeno proprio sapevamo – solo fino al giorno prima – lontanamente che esistesse: «Provate a guardare per di là, oltre Filaga; lì dovrebbe esserci altra roba del fascio», ci avevano detto il giorno prima dei cacciatori in un bar a Gibellina Nuova, a una settantina di chilometri da qui. E quando finalmente m’appare dopo una curva stretta – alta, sul pendio, una sola macchia rossa inframezzata dagli eucalypti, col campanile che svetta, bucato da quei finestroni ad arco che richiamano il Petrucci di Segezia – veramente mi sento Schliemann che scopre Troia. È un gioiello. (Dice: «Vabbe’, ma può essere che tu trovi gioielli dappertutto?». Ho capito, ma mica è colpa mia se li hanno fatti. Stanno là, vatteli a vedere. Solo lo sfalsamento degli assi – a Borgo Riena – vale il biglietto. Quello della strada principale – il cardo su cui s’allarga la piazza – è millimetrico, nemmeno te ne accorgi in pianta, un paio di metri al massimo; ma sul posto lo noti come un autotreno dal diverso allineamento tra i fabbricati. Quello che invece sul posto non avevo razionalizzato – e che m’ha colpito come un fulmine a casa, solo dopo avere disegnato la pianta – è lo sfalsamento eclatante degli assi della piazza. Piazza che Marco Romano definirebbe forse, sic et simpliciter, un sistema a «due piazze» ma non è vero, è una piazza sola – anche se articolata – in cui lo spazio religioso è scandito da quello laico non solo dalla strada originante Nord-Sud, ma anche e soprattutto dallo sfalsamento dei rispettivi assi trasversali Est-Ovest e, per finire, dalla quota altimetrica. Tu dallo spazio laico, difatti, per accedere a quello religioso devi salire degli scalini e poi, se vuoi, ti ci affacci pure dalla ringhiera. Mi pare un prodotto d’altissima raffinatezza, che rende in un certo senso anche conto della sorta di intuizione lirica – se non proprio sindrome di Stendhal – in cui cademmo a Borgo Riena mia moglie ed io. Chissà chi era il progettista, ma certo è uno che deve avere fatto delle belle cose anche dopo. Giurerei che non si tratti di un architetto. Deve essere un ingegnere. È troppo pulito il lavoro. Un architetto avrebbe strafatto.) E adesso è tutto diruto.

Borgo Riena è una città di fondazione del 1941-43. L’hanno fatta mentre a un tiro di schioppo già Tobruk cadeva. «E l’hanno fatta», dice Totò Militello fornendo anche il principale specimen della datazione, «quando Mussolini obbligava i proprietari a fare le case coloniche, sennò ci levava il terreno e lo dava ai poveri». E a loro diedero appunto quelle «16 salme». Ne abbiamo trovate 25 così in Sicilia – ma ce ne sono sicuramente anche altre – per lo più abbandonate. Facevano parte dell’«assalto al latifondo siciliano» decretato dal Duce nel 1939: 500 mila ettari di terra. I latifondisti vennero obbligati per legge a frazionare e dividere, mettere a coltura e appoderare le loro sterminate proprietà. Ogni 25 ettari al massimo, deve esserci una casa colonica, un podere, un contadino con la sua famiglia di almeno 7-8 persone, dotazione di bestiame bovino-equino e tutto quello che serve. Chi non obbedisce viene espropriato. Tempo massimo di attuazione dieci anni in cui – a partire dal 1940 – dovranno essere categoricamente costruite più di ventimila case coloniche e un centinaio circa di centri rurali, alcuni da elevare a Comune. Poi hanno perso la guerra e non se n’è fatto più niente. Anzi, quel poco che avevano davvero realizzato loro, lo mandiamo a puttane noi con la cosiddetta riforma agraria. Ma nel solo primo anno di attuazione – 1940 – costruiscono 8 borghi e 2507 case coloniche. Mettici una pezza. E poi vanno avanti pure dopo. La guerra difatti divampava, ma questi continuavano imperterriti a costruire e appoderare come se niente fosse. Borgo Riena viene costruito tra il ’41 e il ’43 come Borgo Manganaro, Borgo Tumarrano già Callea, Borgo Borzellino e gli altri, e tutto questo – 2507 poderi nel solo 1940 – risale a «quando Mussolini obbligava i proprietari a fare le case coloniche, sennò ci levava il terreno e lo dava ai poveri». Robin Hood. Gesucristo.

Dice: «Vabbe’, ma tu mo’ vuoi prendere per oro colato tutto quello che t’ha detto Totò Militello?». No certo, ci mancherebbe altro. Come per ogni altra fonte orale, io non è che posso mettere la mano sul fuoco su tutto quello che dice lui, io – di regola – non ce la metto neanche sulle fonti scritte. La sua è una semplificazione popolare e – al limite – la stessa datazione di Borgo Riena potrebbe rivelarsi, a successivi studi, errata e più tarda. Ma ciò non toglie che – con tutto questo – non è esattamente così che dovrebbe comportarsi una dittatura borghese. Tu sei proprio sicuro che le dittature della borghesia – reazionarie e di destra – siano mai state solite donare le terre ai poveri? […]

Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce

 

 

[La fotografia di Antonio Pennacchi è stata scattata da Marco Tambara]

Un’estate insieme

Storie di viaggi in treno, in camper, a piedi. Storie di tesori e di scorie nucleari, storie d’amore e di non-amore, storie di ghiacciai e di città roventi. Storie che sono Storia, ma anche racconti del presente e visioni di futuro.

Le nostre proposte di lettura.

 

Gomme e rotaie

 

Camminare, a volte correre

 

Passaggi segreti e inattesi

 

Ghiacci e vette

 

Tutta mia la città

 

Attualità: dove si va da qui

 

La pianta del mondo

 

Lessico femminile

 

I luoghi comuni non vanno in vacanza

 

D’amore e di non-amore

 

Viaggiare nel tempo

L’otium rivelatore dei Romani

“Le smanie per la villeggiatura”, la nuova rubrica estiva della pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza, prosegue con un contributo di Massimiliano Papini.

Domenica dopo domenica, la rubrica accompagnerà i lettori alla scoperta del significato delle ‘vacanze’ e dei viaggi in diverse epoche e contesti storici, dall’antica Roma alla Germania della DDR, dai Greci dell’Odissea al Medioevo, fino all’avvento del turismo di massa, con gli scritti di Simona Colarizi, Alberto Mario Banti, Laura Pepe, Massimiliano Papini, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alessandro Marzo Magno e Gianluca Falanga.

 

> Prossimo appuntamento: domenica 8 agosto,
con Maria Giuseppina Muzzarelli e Il dì di festa. Vacanze medievali, fra lussuria e penitenza.

Già online il contributo di Laura Pepe.

 

 

L’otium rivelatore dei Romani

Massimiliano Papini

 

L’otium va aggiunto all’operosità (industria) e all’impegno (studium), benché ne sembri l’opposto: attenzione, non quello che fa svanire la virtù, ma l’altro che la ristora, con il primo da evitare anche per i pigri e il secondo da desiderare talvolta dagli attivi, affinché, dopo una rapida sospensione del lavoro, più freschi possano tornare a nuovi impegni. Qualche esempio: nel II sec. a.C. i grandi amici P. Cornelio Scipione Emiliano e C. Lelio, vagando per le spiagge di Gaeta e di Laurento, raccoglievano conchiglie e testacei. Inoltre, il giureconsulto Q. Muzio Scevola, genero di Lelio e testimone di quelle pause, si dice che fosse bravissimo nel gioco della palla, perché soleva trovarvi un diversivo con il quale distendere l’animo spossato dagli impegni forensi: sembra inoltre che egli, dopo avere bene e a lungo dato norme di diritto civile e di pratiche religiose, giocasse ai dadi e agli scacchi. Come nelle cose serie egli si atteggiava da Scevola, così negli svaghi si comportava da uomo, cui la natura non permette di affaccendarsi in modo ininterrotto. Questo riporta lo storico di età tiberiana, Valerio Massimo (VIII. 8), il quale aggiunge come persino Omero avesse concesso ad Achille di rilassarsi dalla guerra con la cetra. Il poeta d’età flavia Stazio, abituato ad allietare con il canto gli otia vitae, in un’epistola all’amico avvocato Vitorio Marcello (Silvae IV. 4), lo ritrae mentre si allontana dalla calura estiva di una Roma ormai deserta di abitanti, partiti in villeggiatura (a Praeneste, Aricia, Tibur, Tusculum): maior post otia virtus, una sentenza di nuovo giustificata con l’esempio di Achille che, dopo avere cantato Briseide e deposta la cetra, si lanciò contro Ettore con maggior ardore.

Il termine otium, non chiaro etimologicamente e traducibile con difficoltà – anzi, forse è meglio non tradurlo: è reso a volte in modo inappropriato con “vacanza” – include un ampio spettro di interessi e attività svincolato dalla sola stagione estiva e ha una valenza mutabile nel tempo ma è sempre bisognoso di una legittimazione morale, così che è tutto un fiorire di specificazioni: moderatum, honestum, litteratum…Fu un concetto non solo inteso come pausa dagli affari (negotia, altro vocabolo dalle mille sfumature) ma anche distintivo di condotte alternative, distanti dai più tradizionali modelli etici. Di contro a un otium otiosum (nel coro dell’Ifigenia di Ennio, con i soldati dell’esercito acheo a disagio per l’inattività), l’otium doveva quasi negarsi per profilarsi virtuoso. Come per il condottiero P. Scipione Africano, il quale non era mai meno otiosus di quando era otiosus né meno solo di quando era solo: parole magnifiche e degne di un grand’uomo, commenta Cicerone nella sua ultima opera filosofica (De officiis III. 1-4), che dimostrano come nell’otium egli pensasse agli affari pubblici e nella solitudine parlasse con sé stesso. Certo, l’Arpinate avrebbe voluto che di lui si fosse detto altrettanto. Ma il suo otium, ammette, non è paragonabile a quello dell’Africano. Quello, per ristorarsi dalle più insigni cariche pubbliche, a volte cercava rifugio nella solitudine, come in un porto; invece, il proprio otium era dovuto alla mancanza di negotium causata dalla disgregazione dell’autorità del Senato. Proprio Cicerone (Pro Sestio 27. 66) riteneva tra le massime più nobili in assoluto quella leggibile all’inizio delle Origines di Catone il Censore: «Gli uomini illustri e grandi devono rendere conto dell’otium non meno del negotium». Bene, ma quella massima nel periodo imperiale non parve più valida: Galba, futuro imperatore fugace (per sette mesi), sotto Nerone preferì lasciarsi andare all’inerzia per non offrirgli il minimo pretesto e non compromettersi, nella convinzione che nessuno fosse obbligato a rendere conto del proprio otium.

Cicerone usa spesso il vocabolo: quasi nella metà delle occorrenze implica pace, nel senso del ristabilimento dell’unità della res publica negli anni turbolenti delle guerre civili; qui rientra anche lo slogan politico del cum dignitate otium, lo scopo di tutti i cittadini assennati, onesti e agiati: ma la più autentica gloria è sapere procurare otium e piaceri agli altri, non a sé stessi. Che fatica però tenere a bada la voglia di otium: perché era facile che, una volta perduta la misura, collidesse con i negotia, scivolando verso vizi quali luxuria, desidia, inertia, ignavia per entrare nei discorsi moralistici intorno al declino dei più ancestrali valori romani, come nella visione di storici come Sallustio e in Tacito. Diversamente, poteva diventare, in modo negativamente paradossale, occupatum; brontola Seneca nel De brevitate vitae (12. 2) come taluni, neanche in villa, nel loro letto o in solitudine, riescano a stare in pace. Perciò la maniera di riposarsi diventa un criterio di valutazione, con risvolti tutt’altro che “privati”. In un discorso tenuto in senato il 1 settembre del 100 d.C., Plinio il Giovane elogiò Traiano quale cacciatore e timoniere: passatempi non contaminati dall’infingardaggine di un imperatore per il quale ritemprarsi significava passare da una fatica all’altra. Viceversa, il cattivo predecessore, Domiziano, è detto incapace di sopportare l’otium del lago di Albano o il sonno e il silenzio di quello di Baia e di tollerare il movimento dei remi, dal che l’abitudine di farsi trascinare a rimorchio da un’altra nave: uno spettacolo indecente. Indi il bilancio: «proprio i piaceri consentono un retto giudizio sulla gravità, la probità e l’equilibrio di un uomo. Chi è mai talmente dissoluto da non mostrare, quando è occupato, qualche parvenza di austerità? È l’otium a rivelarci. Parecchi principi non lo trascorrevano forse nel gioco dei dadi, nella libidine, nel lusso, chiedendo sollievo dalle occupazioni impegnative alla frenesia dei vizi?» (Panegyricus 82).
Quali erano i luoghi dell’otium? Già dal II sec. a.C. intorno a Roma si formò un anello di aree con giardini: horti vicini al centro dell’Urbe, con il vantaggio di assicurare l’oblio temporaneo dei negotia. Per esempio, L. Licinio Lucullo, console del 74 a.C., eccellente uomo d’armi distintosi specie in Oriente e allontanatosi dalla vita politica dopo il 63 a.C., fu famigerato come maestro di voluttuosità e per la costruzione di lussuosi edifici, per l’allestimento di passeggiate e di bagni e per la raccolta di pitture e statue con enorme dispendio di denaro. Oltre agli sfarzosi horti sul Pincio, egli possedeva magnificenti ville, tra cui una a Tusculum con una biblioteca ricca di libri preziosi e aperta a tutti i Greci (e non solo). Stando a un aneddoto, il rivale politico Pompeo gli aveva rimproverato che quella fosse disposta in modo meraviglioso per l’estate, ma che d’inverno fosse inabitabile, donde la risposta divertita: «Ti pare che io abbia meno senno delle gru e delle cicogne, da non cambiare residenza a seconda delle stagioni?». Come uccelli migratori, nei mesi invernali egli preferiva soggiornare nelle proprietà in Campania, dove ancora nella tarda antichità restava viva la memoria degli opera Lucullana. Non era anomalo il possesso di più ville, dotate ciascuna di una propria amoenitas, care ai proprietari grazie alla diversità delle posizioni nel territorio nonché del clima e in grado di offrire così diverse intensità di otium. Le ville specie nel Lazio e in Campania, oltre a permettere lo sfoggio di ricchezza adeguato al ruolo sociale dei possessori ma senza essere luoghi soltanto di lusso improduttivo, inducevano ad atteggiamenti più disinvolti rispetto a quanto tollerato nell’Urbe. Per il proprio Tusculanum, Cicerone volle impianti dai nomi evocativi della cultura greca, come xystus (nel senso di ambulacro scoperto), Lyceum con annessa biblioteca e Academia, forse consistenti in lunghi peristili porticati con vasto giardino, adatti per lo svolgimento di conversazioni letterarie: quindi era una villa non insana ma quasi philosopha, per parafrasare le parole dell’Arpinate in una lettera del 54 a.C. a proposito di quella del fratello Quinto a Laterium presso Arpino, non priva di piacevoli abbellimenti come le statue di palliati che tra gli intercolunni parevano fare giardinaggio e vendere l’edera sparsa ovunque (Ad Quintum fratrem 3. 1. 5). Il giudizio sulla scelta di una vita rilassata dipendeva dai punti di vista. Come per il ricco ex pretore Servilio Vazia, invecchiato in una villa in una posizione molto favorevole presso Cuma in Campania per sottrarsi ai rischi della politica e noto unicamente per il suo otium: «O Vazia, solo tu sai vivere», questo il ritornello del volgo ogni volta che qualcuno pativa un rovescio causato dall’instabilità del potere. Era però scontato che uno come Seneca, avverso alle esibizioni plateali dell’otium e oltretutto indifferente ai luoghi, avesse da ridire. Secondo la credenza comune l’uomo otiosus è sereno e soddisfatto di sé, ma tali privilegi spettano al sapiens; insomma, altro che saper vivere: secondo il filosofo, la condotta appartata di Vazia, l’opposto del ritiro spirituale, equivaleva all’esistenza di una bestia che si rintana impaurita (Epistulae 55).

Il rapporto tra villa e (buon) otium è celebrato al meglio nell’epistolario del senatore Plinio il Giovane, uomo colto dall’illustre cursus honorum. A Roma i lacci delle occupazioni sono soffocanti, è raro poter ascoltare in tranquillità una pubblica lettura o perdersi tra tavolette e libri (salvo nei giorni dei giochi del circo), mentre il soggiorno in villa garantisce un otium studiosum tanto prolifico da assimilarsi a un negotium e a una fatica (labor): tante letture, traduzioni dal greco al latino e viceversa, ideali competizioni con testi celebri, studio di qualche episodio della storia, scrittura di lettere e redazione di orazioni senza dimenticare le composizioni brevi e argute, anch’esse capaci di generare ristoro. È il ritiro in campagna a fare apparire un’insulsa perdita di tempo i negotia (quali il presenziare a fidanzamenti e nozze, la controfirma di un testamento, l’assistenza in tribunale, la partecipazione a un consiglio), percepiti come necessari solo il giorno in cui si compiono; si aggiungono i negotia amicorum, i doveri dell’amicizia, altro intralcio al piacevole fare nulla. Nella sua villa al mare di Laurentum, presso l’odierna Castelfusano, Plinio può ripararsi dalle chiacchiere e stare solo con sé stesso e con i propri libri in un asilo delle Muse che funge da ispirazione. Ma occorreva vigilare affinché l’otium non divenisse esagerato: in una lettera a Bruttio Presente, il quale fu attivo sotto Domiziano (come tribuno militare) e Traiano (nel ruolo di comandante di legione), di fronte alla sua assenza prolungata dall’Urbe a favore dei possedimenti lucani e campani, Plinio lo invita a tornare ogni tanto alle seccature consuete a Roma, in modo tale che i piaceri non siano affievoliti dalla sazietà, e che la solitudine risulti meglio apprezzabile. Inoltre, se alla patria va assegnata la prima parte e quella centrale della vita, l’ultima va riservata a noi stessi, come fanno capire le leggi che restituiscono gli anziani all’otium, esentandoli dall’obbligo di frequentare le sedute del senato. Conosciamo l’organizzazione di una giornata-tipo estiva di Plinio nella villa in Toscana, ubicata ai piedi degli Appennini a diciassette miglia da Roma, preferibile ad altre a Tusculum, Tibur e Praeneste: sveglia nella prima ora di sole (tra le cinque e le sei), ancora con le finestre chiuse, quand’egli lavora con il pensiero come se stesse scrivendo, scegliendo le parole e correggendole; tra le nove e mezzo e le undici a seconda del tempo, si reca in terrazza o nel criptoportico continuando a meditare e a dettare; dopodiché monta in carrozza, lavorando alla stessa maniera di quando passeggia o sta sdraiato sul letto; dorme per un po’, poi cammina; dopo la lettura ad alta voce di un’orazione greca o latina per rinvigorire i polmoni, ecco un’altra passeggiata, un massaggio, un po’ di ginnastica e un bagno; durante la cena, se da solo con sua moglie o pochi convitati, egli legge un libro, e dopo è tempo di ascoltare un attore o un suonatore di lira; la giornata si conclude con un’ennesima passeggiata in compagnia dei propri dipendenti, tra cui diversi forniti di buona cultura, per discorrere degli argomenti più disparati. Eventuali modifiche alla routine: quando riceve amici in visita o gli capita di andare a caccia, un’attività che fa bene tanto al corpo quanto al pensiero, stimolato dal movimento del corpo e dai boschi; perciò non dimentica mai di portarsi dietro le tavolette, per mettersi a scrivere persino in quelle occasioni. Nella villa di Laurentum in inverno il programma resta affine, salvo la rinuncia al pisolino pomeridiano, le notti più occupate e l’eventuale soppressione dopo la cena dell’attore o del suonatore di lira per rivedere le arringhe, giacché in quel periodo sono più frequenti le cause. Resoconti affini si conoscono per la quotidianità di alcuni imperatori, con giornate oberate dagli impegni di governo benché intervallate da momenti di maggiore calma. Ma anch’essi vagheggiavano un riposo meno effimero. A proposito di Augusto, Seneca (De brevitate vitae 4. 2-5), a riprova di come ogni discorso del principe cadesse sulla speranza dell’otium e del poter vivere per sé, dichiara di avere trovato le seguenti parole in un’epistola (del 27 a.C.?) da lui indirizzata al senato. Egli, dopo avere promesso che la sua requies sarebbe stata decorosa e all’altezza della precedente gloria, dice: «Queste cose sarebbe più bello realizzarle che prometterle. Tuttavia, poiché la gioia della realtà si fa attendere, il desiderio di quel tempo così sospirato mi ha ridotto a pregustare un po’ di piacere parlandone». Sì gran cosa gli parve l’otium, chiosa Seneca, che, non potendo goderne, lo anticipava con il pensiero, sufficiente ad alleviargli le fatiche. Era felice, Augusto, pensando al giorno in cui avrebbe deposto la sua grandezza; ma l’abbandono degli oneri connessi al potere (guerre interne ed esterne, congiure) restò l’unico sogno per un uomo in grado di appagare tutti i desideri. Altri furono instancabili lavoratori, come Marco Aurelio, convertitosi in maturità a un modus vivendi asceticamente filosofico: colui che nei Pensieri afferma che il riposo è necessario, ma la natura ci ha posto un limite, come al mangiare e al bere; quando si è davvero appassionati e si ama il proprio mestiere, si preferisce né mangiare né dormire; è sempre lui ad ammettere di desiderare posti solitari in cui ritirarsi, in campagna, sulle rive del mare, sui monti, sebbene il rifugio più sereno per un uomo sia nella propria anima. In una sofisticata lettera del 162 d.C., il retore M. Aurelio Frontone si rivolge al suo discepolo ormai diventato imperatore, certo che egli nelle ferie nella località marina di Alsium (poco distante dall’odierna Ladispoli) riserverà quattro giorni pieni di divertimento, scherzo e otium. Se lo figura disteso al sole, in un angolo esposto a mezzogiorno e nell’atto dapprima, per assecondare il sonno, di ordinare che gli siano portati dentro i libri e più tardi, quando avrà voglia di leggere, di raffinarsi con lo studio di quattro scrittori come Plauto, Accio, Lucrezio, Ennio; a quel punto magari andrà in spiaggia per salire a bordo di un battello al fine di godere nel guardare e udire rematori e capiciurma; subito dopo andrà ai bagni, inducendo il corpo a una forte sudorazione per dare in seguito inizio al convito con frutti di mare di ogni genere, volatili, manicaretti, frutti e vini a volontà. Ma Frontone è ironico e sa bene che Marco Aurelio in quel luogo intende non dare piacere al suo animo ma continuare a tormentarsi con veglie e lavoro, patendo fame e sete. Eppure, anche il mare va in vacanza nei giorni di bonaccia; e poi quale arco è teso di continuo? Quali corde sono sempre tirate? Ancora, con l’otium non si procura fertilità al suolo? Altri exempla servono a demistificare un’immagine troppo augusta del potere: Traiano, sommo combattente, si dilettava degli attori e beveva molto (non solo caccia e navigazione, dunque); Adriano, diligente sia nel reggere il mondo sia nel percorrerlo con viaggi senza sosta, era entusiasta di melodie e suonatori di flauto e aveva fama di gran mangiatore; Antonino Pio, colmo delle virtù di tutti gli imperatori, frequentava la palestra, preparava gli ami e rideva dei buffoni. Siccome Marco Aurelio ha indetto guerra allo scherzo, all’otium, alla sazietà e al piacere, alla fine Frontone deve accontentarsi di poco e lo supplica scherzosamente di dormire almeno quanto basta a un uomo libero per rispettare i limiti del giorno e della notte, senza farsi travolgere dal fardello degli obblighi giudiziari. Prova a persuaderlo mediante una breve favola sul Sonno, che Giove creò con ali alle spalle in modo tale che potesse posarsi delicatamente sugli occhi degli uomini, fornendolo di sogni piacevoli. Marco Aurelio, mentre gli altri sono a cena, legge la lettera alsiense verso le venti, disteso e soddisfatto di un cibo leggero, quasi dando retta (in minima parte) alle raccomandazioni del precettore d’un tempo, ma senza scordarsi di insistere sull’implacabilità dei doveri. No, non era facile regolare l’otium; ma altrettanto difficile era impiegarlo serenamente, senza sensi di colpa, all’interno di una società basata sul prestigio derivante dall’adempimento dei negotia.