Raccontare e quindi essere. Anche per le imprese

Alessandro Perissinotto illustra con efficacia lo storytelling che vale per tutti

Fondazione Pirelli | 6 aprile 2020

Narrare. E quindi ricordare.  E prima ancora farsi conoscere. Condividere. Mettere a disposizione di altri la propria storia, oppure altre storie. Raccontare per esserci. E per non essere soli. Anche quando si tratta di organizzazioni (sociali e produttive), che in apparenza sono altro dal mondo della narrazione, ma che in questa si possono ritrovare, costruendo anche una cultura d’impresa più completa e comprensibile.

Il tema del racconto nelle sue diverse forme è importante per tutti. È il vasto tema dello storytelling  che assume importanza. Ed è per questo che è utile leggere Raccontare di Alessandro Perissinotto (che proprio storytelling  insegna all’Università di Torino), libro che non arriva alle duecento pagine, scritto esso stesso come un racconto (anche se in alcuni passaggi non è sempre di facile lettura), e denso di teoria e pratica, di storie per esemplificare come si costruisce una narrazione efficace e di numerosi esempi tratti dal mondo dell’economia e dell’impresa, dell’arte, dal territorio, dalla cronaca nera e dalla scienza.

Perissinotto propone prima la narrazione teorica del raccontare – iniziando dallo spiegare la complessità della stessa definizione di storytelling indicato come “termine ombrello” –, per passare poi ad approfondire gli strumenti utili a costruire una buona storia e quindi per collocare lo storytelling nell’ambito della spiegazione della società e del comportamento delle persone. Poi, messa a punto la teoria, l’autore guarda da vicino lo storytelling nelle organizzazioni (e prima di tutto nelle imprese), nell’illustrazione di un territorio, nei fatti di cronaca nera (come s’è detto), e quindi nel teatro, nella medicina arrivando fino alla diaristica e alle scienze umane.

In ogni passaggio, Perissinotto mischia insieme con accortezza fonti, luoghi e immagini diverse per restituire uno scatto a tutto tondo dei pregi (e anche dei rischi), delle numerose modalità di costruire e far conoscere una storia. Vale anche, per esempio, per l’ambito delle organizzazioni per le quali si spiega come lo storytelling possa davvero rappresentare uno strumento prezioso per spiegare meglio la propria natura, ma quanto questo debba essere approcciato con attenzione e cautela (per evitare gli “effetti distorcenti” che potrebbero fare solo danno).

Buona lettura, quindi, quella di Perissinotto che racconta il raccontare. E che mette in guardia, prima di tutto, dalle mode nelle quali lo storytelling può cadere (diventando fra l’altro esso stesso una moda).

Non possiamo vivere senza racconti. È il messaggio che l’autore lancia al lettore. E che deve essere assolutamente raccolto.

Scopri il libro:

 

Debre Libanos, il vero volto dell’Italia fascista

La strage compiuta nel ’37 dagli uomini del generale Graziani è un’eredità con la quale risulta difficile fare i conti. Un libro di Borruso indaga i fatti e i decenni di tentativi di occultare tanta ferocia

dalla prefazione di Andrea Riccardi | Avvenire | 23 gennaio 2020

Debre Libanos è il più importante monastero d’Etiopia: è il cuore della Chiesa etiopica, la più antica Chiesa africana con caratteri veramente originali, maturati lungo i secoli. Il cristianesimo etiopico è stato l’asse portante del secolare impero che il negus neghesti Haile Selassie incarnava. Il negus rappresentava il legame con la tradizione nazionale, era il protettore della Chiesa, formalmente dipendente dal patriarcato copto di Alessandria d’Egitto, ma in realtà sotto il controllo dei sovrani […] A Debre Libanos avvenne una tremenda strage di monaci, diaconi, sacerdoti, fedeli, giovani, studenti, addirittura vicini della stessa area geografica, compiuta dagli italiani nel 1937, specie tra il 20 e il 29 maggio, come risposta all’attentato al viceré, maresciallo Graziani. Questo è il più grave crimine di guerra commesso dall’Italia. Ma, in Italia, non si è parlato di Debre Libanos. L’ha fatto solo qualche studioso coraggioso, come Angelo Del Boca, che ha ricostruito gli aspetti oscuri della guerra d’Etiopia.

In questo libro lo storico Paolo Borruso ripercorre non solo la vicenda della strage, ma anche il tempo in cui viene dimenticata e accantonata, per la resistenza degli ambienti e delle istituzioni italiane del secondo dopoguerra, per la volontà radicata di non ridiscutere il mito degli italiani «brava gente» e di dare un’immagine edulcorata del fascismo. In realtà, la politica coloniale del fascismo è rivelatrice del volto oscuro del regime e della logica di violenza e di odio che lo pervadeva. Debre Libanos ha rappresentato il culmine e il simbolo della disumanizzazione degli italiani nel conflitto etiopico e nella successiva repressione. […] Quello che avvenne a Debre Libanos nel 1937 è una sequenza drammatica, degna dei più gravi episodi della seconda guerra mondiale.

Fu una strage voluta e non casuale. I comandi italiani ebbero coscienza che si trattava di un atto veramente grave, che poteva scuotere la sensibilità delle truppe. Tanto che utilizzarono anche le truppe coloniali (musulmane) nella strage dei monaci e nella distruzione della chiesa e delle residenze monastiche, per evitare di urtare i cristiani (italiani o coloniali) con l’assassinio dei religiosi innocenti. Successivamente alla strage, senza deflettere da una logica di crudeltà continuata con altre uccisioni e con le deportazioni nei campi di concentramento, le autorità italiane provarono a nascondere l’accaduto o almeno a minimizzarlo: operazione impossibile, perché la realtà parlava. Del resto erano eloquenti di per sé le rovine della chiesa e degli insediamenti monastici. Lo studio della vicenda di Debre Libanos non può esimersi dal chiedersi perché fosse necessaria tanta ferocia. Tale spietatezza ha avuto come risultato politico lo spingere gli etiopici su posizioni di resistenza, com’è avvenuto durante il governo coloniale del maresciallo Graziani. Perfino Mussolini, che aveva appoggiato le crudeltà del maresciallo, si accorse che si trattava di una politica sbagliata e si vide costretto a cambiare la linea del governo coloniale, promuovendo viceré il duca d’Aosta. Questi, in controtendenza, s’impegnò invece in una politica di valorizzazione delle strutture sociali locali e di pacificazione con la Chiesa etiopica. Tuttavia la crudeltà era, in qualche modo, «necessaria», per come la conquista etiopica era avvenuta e per l’impronta totalitaria del regime, rivelatasi chiaramente nell’impresa coloniale.

Potrà sembrare un’affermazione paradossale: la crudeltà era necessaria, perché il fascismo con questa guerra agiva in modo totalitario e mostrava il suo volto totalitario. Si doveva sradicare la società etiopica, che aveva una struttura elaborata, connessa a uno Stato indipendente, membro della Società delle Nazioni, fondata su stratificazioni storico-religiose. Ma come farla tornare indietro a essere solamente una terra di colonia, senza identità e storia? Per questo era necessario distruggere e sradicare. Si doveva fare del mondo etiopico quasi una «tabula rasa», incapace di resistere alla dura dominazione coloniale italiana.

Così anche il governo del duca d’Aosta (che pure rappresentò una pausa di respiro dopo le repressioni di Graziani) era destinato al fallimento. Il consueto sguardo bonario e autoassolutorio sulle storie italiche, magari abituato a indulgere sull’inefficienza italiana, nasconde la strategia che presiede alla conquista fascista dell’Etiopia: distruggere un mondo che aveva una dignità (con tutti i suoi limiti, la sua instabilità tradizionale e le sue arretratezze). Questo mondo aveva il suo punto di forza nella connessione tra una monarchia consacrata religiosamente e la Chiesa etiopica: il monastero di Debre Libanos rappresentava questa connessione «sacra» con la sua storia e la sua presenza. […] La strage dei cristiani di Debre Libanos colpisce anche perché gli ufficiali e i soldati italiani venivano da un paese cattolico, che nel 1929 aveva riaffermato la sua cattolicità con i Patti del Laterano. E, proprio durante l’impresa etiopica, era emerso il consenso cattolico attorno al regime. Tanto che Mussolini si disse soddisfatto per l’atteggiamento del clero e dell’episcopato nella guerra d’Etiopia: «altamente commendevole dal punto di vista patriottico et morale», scriveva ai prefetti nel 1935.

Il consenso cattolico, come il cattolicesimo delle truppe e dell’ufficialità, non frena gli atti anticristiani sugli etiopi e i loro luoghi santi. E un altro interrogativo interessante: come fu possibile tutto questo? C’è un capitolo della propaganda di guerra che riguarda specificamente il cristianesimo degli etiopi e che venne alimentato dai cattolici italiani, vescovi, religiosi e missionari. La Chiesa etiope, la cosiddetta Chiesa täwahedo — ne ha scritto la storia in modo tanto documentato e ampio Alberto Elli—, dipendeva dal patriarcato copto di Alessandria d’Egitto, nonostante la sua autonomia; ma era considerata scismatica dalla Chiesa cattolica. Ci fu una propaganda del disprezzo nei confronti dei cristiani etiopi e delle loro istituzioni ecclesiastiche, condotta dai religiosi cattolici. Fu un modo di legittimare dal punto di vista religioso conquista italiana dell’Etiopia, ma anche di screditare agli occhi degli italiani la Chiesa etiopica, il suo personale, la sua liturgia e i suoi ambienti. […] credo che la Chiesa italiana abbia aspettato troppo tempo a prendere coscienza di questa storia, che l’ha vista — certo non attivamente, ma convintamente — sullo scenario di una guerra e di operazioni repressive, solidale con il regime nell’opera di discredito dell’altro etiopico, a cui si negava persino la qualità di cristiano. In realtà, scrivendo del martirio cristiano nel XX secolo, ho sentito anni fa la responsabilità di parlare dei caduti di Debre Libanos come di «nuovi martiri» del Novecento. Tali infatti mi sembrano essere.

Naturalmente la responsabilità prioritaria delle stragi fu del governo, delle istituzioni e delle forze armate d’Italia. Dopo la guerra, furono bloccati i processi contro i principali responsabili, Graziani prima di tutto, ma anche il generale Pietro Maletti, che fu l’esecutore dei crimini a Debre Libanos. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha reso omaggio agli ex combattenti etiopici contro l’Italia fascista ad Addis Abeba, proprio nel luogo dove avvenne l’attentato a Graziani nel 1937. Ma stiamo ancora aspettando dalle istituzioni e dalle forze armate una presa di coscienza ufficiale sulla strage di Debre Libanos e le complessive repressioni del 1937. Quella strage rappresentò il culmine dell’assurdo in un processo di «imbarbarimento» dei soldati, necessario a condurre una lotta a oltranza per la distruzione delle strutture tradizionali e nazionali dell’Etiopia. […] La guerra italiana agli etiopici, all’impero cristiano e alla sua Chiesa, mostra con tutta evidenza il volto brutale del fascismo. Mette in luce anche la miopia di tanta parte del cattolicesimo, irretito nel nazionalismo (seppure Pio XI fosse critico sulla guerra fascista). In quegli anni, l’impasto di violenza coloniale, totalitarismo, razzismo (e poi di antisemitismo) rivela la realtà di quello che il fascismo è veramente stato e di come andava diventando col passare degli anni di dittatura.

 

Scopri il libro:

Mystery train: un podcast in quattro puntate

 

Cos’ha significato il treno per un paese come l’America? La modernità è penetrata in un mondo rurale attraverso i binari, cambiando per sempre il paesaggio naturale come quello antropologico. Da oggettivazione del moderno e dell’accelerazione che lo contraddistingueva, la ferrovia è oggi diventata rottame, residuo, reperto di un mondo scomparso. Mystery Train. Un viaggio nell’immaginario americano ripercorre il rapporto dell’America con il treno, tra racconti, poesie e canzoni.

Un’attrice, Margherita Laterza, due musicisti, Matteo Portelli e Gabriele Amalfitano, e un americanista, Alessandro Portelli, mettono in scena questa originale e particolarissima Lezione di Storia, convocando, tra gli altri, Hawthorne e Dickinson, Woody Guthrie e Bruce Springsteen, Elvis Presley e Johnny Cash.

Lo spettacolo, prodotto dagli Editori Laterza in collaborazione con il Circolo Gianni Bosio, è ora un podcast in quattro puntate.

Ascoltalo qui:

1. Un suono aspro oltre ogni asprezza. La ferrovia come irruzione della modernità nel paesaggio bucolico dell’America di metà Ottocento (da Hawthorne a Dickinson, da Shenandoah a Mystery Train).

2. Il prezzo del progresso. La ferrovia come simbolo della rivoluzione industriale e della crescita economica, i treni merci, i vagabondi sugli assali (da Elizabeth Cotten agli Industrial Workers of the World).

3. Note di libertà e lontananza. La ferrovia come luogo di duro lavoro e di protesta, dalle rivolte del ‘77 a Chicago, alla leggenda di John Henry, minatore nero che sfidò la scavatrice fino alla morte (da Carson Robison a Utah Phillips).

4. Il treno non ferma più qui. La fine della ferrovia in America, l’arrivo dei pullman e delle automobili, le grandi compagnie autostradali smantellano le miglia di binari costruiti, il viaggio diventa individuale e ai treni si guarda con nostalgia (da Woody Guthrie, a Johnny Cash fino a Stolen Car di Bruce Springsteen).

 

Qui un trailer:

“L’amore non basta!”: la parola al libraio

L’amore può declinarsi in molti modi. Alcuni possono rivelarsi distruttivi: per esempio se la persona che amiamo è un narcisista manipolatore che, giorno dopo giorno, rende la nostra vita un vero inferno.

Attraverso la sua storia, Sophie Lambda racconta i comportamenti e gli schemi di una relazione manipolatoria. Un’esperienza vissuta da molti ma di cui si parla poco, perché chi l’ha superata ne porta i segni e chi ci è dentro spesso ne prova vergogna. Con  L’amore non basta!  Come sono sopravvissuta a un manipolatoreSophie Lambda ha trovato le parole per raccontarla e, soprattutto, prova che se ne può uscire.

La parola a Paolo Siena, libraio della Feltrinelli Libri e Musica Palermo, che ha letto e recensito L’amore non basta! per noi.

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Carcere. La ministra della Giustizia Cartabia ha riferito alla Camera sulle violenze subite dai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ha invitato a riflettere sulle cause profonde che hanno portato a “un uso così smisurato e insensato della forza”. “Fatti di questa portata sono spie di qualcosa che non va e che richiede azioni ampie e di lungo periodo perché non accadano mai più”.

→ Bortolato – Vigna, Vendetta pubblica

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Via D’Amelio.  Il 19 luglio di ventinove anni fa Paolo Borsellino perdeva la vita in un attentato a via D’Amelio, Palermo, insieme agli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

→ Melati, Giorni di mafia

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Genova, 2001-2021.  A vent’anni dal G8 di Genova, lo ricordiamo con le parole di Simone Pieranni, che ne ha scritto nel suo Genova macaia:

«Io quello che è successo nel 2001 dentro quella caserma l’ho dovuto raccontare, riportare. È sui processi del G8 genovese, infatti, che ho cominciato a scrivere su un quotidiano nazionale. È da quella serie di eventi posteriori al G8 che ha preso forma la mia vita e la mia immagine di Genova. Non più trasognata da una nave, come si è fatto nel passato quando era Genua. Non più e non solo dalla Sopraelevata, amante odiata, mentre andavo in centro in auto. Non più e non solo dal centro storico e via Balbi, la via dell’università, e dunque dai luoghi più percorsi della città quando studiavo. Ma da quei posti (vie sconosciute che improvvisamente diventano dirimenti per la «giustizia») che hanno finito per segnare un’epoca su cui tutti più o meno si sono espressi. Un ricordo «generazionale» che sembra proprio come Genova, la città: alla portata apparente di tutti, ma allo stesso tempo inafferrabile. È nel 2001, infatti, che me ne sono andato da Genova. E cinque anni dopo, nel 2006, la fuga ha preso contorni intercontinentali: quando sono arrivate le sentenze di primo grado dei processi che seguivo, mi sono ritrovato in Cina. In Oriente ho vissuto otto anni provando a fare il giornalista e provando a dimenticare Genova, tanto quella della mia infanzia quanto, e soprattutto, quella più recente. E ho pensato a te, a tutto quello che avrei dovuto raccontarti prima e a tutto quanto avrei potuto raccontarti da lì in avanti, se solo ci fosse stata occasione. Quante volte me l’hai raccontata la sfuggevolezza della nostra città che si ripercuote sull’animo dei suoi abitanti? La Cina da lì a poco mi avrebbe insegnato che il segreto non è saper prevedere il futuro, ma farsi sempre trovare pronto.

Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne. Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi. Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune.»

→  Pieranni, Genova macaia

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Un giornalista quasi perfetto.  È morto a 70 anni David Randall, giornalista britannico, impegnato soprattutto con l’Observer e l’Independent. Giovanni De Mauro lo ricorda così su Internazionale:

«Randall era uno straordinario giornalista, un uomo di “macchina”, come si dice in gergo, di quelli che dietro le quinte mandano avanti intere redazioni. Ma le sue doti si estendevano alla scrittura, sempre brillante e asciutta.
Poi era un teorico dei mezzi d’informazione: ragionava molto, e spesso in modo critico, sul suo mestiere. Ha scritto un libro fondamentale, Il giornalista quasi perfetto, tradotto in Italia da Laterza, un testo che chiunque abbia voglia di fare il cronista dovrebbe leggere.
Le sue riflessioni non si esaurivano negli articoli o nei saggi. Perché Randall era anche un bravo insegnante. Nel corso degli anni aveva tenuto lezioni in giro per il mondo e le tante persone che hanno avuto la fortuna di seguire uno dei suoi workshop al festival di Internazionale a Ferrara ricordano quanto fosse acuto e divertente.
Randall, infine, è stato un mentore, un consigliere, una guida generosa per generazioni di giornalisti, britannici e non solo. Era a lui che ci si rivolgeva per un parere su un nuovo progetto o per un suggerimento professionale. Aveva una rara sensibilità, era curioso, ascoltava i suoi interlocutori con attenzione e sapeva sempre trovare le parole giuste, utili, mai banali.
John Mullin, del Telegraph, lo ha ricordato così: “Non c’è giornale al mondo che con lui non sarebbe stato migliore”.»

→  Randall, Il giornalista quasi perfetto

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Luglio rovente.  «Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un’illusione: l’illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa…». Di nuovo in libreria e negli store online Senza verso, di Emanuele Trevi.

→  Trevi, Senza verso

 

“Dante” di Alessandro Barbero: un audiolibro

Dante è l’uomo su cui, per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose che su qualunque altro uomo di quell’epoca, e che ci ha lasciato la sua testimonianza personale su cosa significava, allora, essere un giovane uomo innamorato o cosa si provava quando si saliva a cavallo per andare in battaglia.

Alessandro Barbero segue Dante nella sua adolescenza di figlio d’un usuraio che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche.

Grazie alla voce di Alessandro Benvenuti, il Dante di Barbero è ora anche un audiolibro: realizzato da Emons in coedizione con gli Editori Laterza, è disponibile qui.

 

 

Scopri il libro:

Come si diventa grandi giornalisti

In ricordo di David Randall, un estratto del suo Il giornalista quasi perfetto, un manuale di sopravvivenza per ogni giovane cronista.

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I reporter, come tutti quelli che fanno un mestiere che richiede qualcosa di più della semplice presenza, hanno due scelte. Possono tirare avanti, accontentandosi della mediocrità, e cercare altrove le vere soddisfazioni della loro vita. Oppure, se sono degli spostati come la maggior parte di noi, possono cercare di diventare ottimi, se non addirittura grandi, giornalisti. Se la seconda alternativa vi sembra più divertente (e vi assicuro che lo è), questo capitolo è dedicato a voi. Vi spiega quello che serve, dopo essere diventati ottimi giornalisti, per passare al livello successivo. Dare consigli su come raggiungere un livello così alto può sembrare un atto di presunzione da parte mia. Dopotutto, non sono un grande giornalista. Ma mi sono fatto un’idea piuttosto precisa di quello che ci vuole per diventarlo. In primo luogo, perché all’«Observer», all’«Independent» e all’«Independent on Sunday» ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni di loro; in secondo luogo, perché ho passato due anni a condurre ricerche sui grandi giornalisti per il mio libro Tredici giornalisti quasi perfetti; infine, perché per molti anni ho letto tutta la produzione giornalistica di qualità sulla quale sono riuscito a mettere le mani. Quello che segue è il frutto della mia ossessione: le qualità che a mio parere servono per diventare grandi reporter.

LA DEDIZIONE Dopo aver intervistato un musicista, un atleta, un attore o un ballerino, molti giornalisti scrivono nel loro pezzo che quel famoso personaggio ha studiato a fondo la sua disciplina, sperimenta sempre nuove tecniche e si esercita cinque ore al giorno. E in conclusione diranno quasi sempre, o lasceranno intuire, che c’è un collegamento diretto tra la dedizione dell’intervistato e il suo successo. Come lezione di vita, in fondo non è così sorprendente. Eppure a una buona percentuale di questi reporter non viene mai in mente che un po’ di quella dedizione potrebbe giovare anche nel loro mestiere. […] I giornalisti di classe affinano incessantemente le loro capacità. Si tengono aggiornati sulle nuove tecnologie e leggono, studiano, sperimentano tutto quello che serve per fare meglio il loro lavoro. Se si occupano di cronaca in generale, dedicheranno un po’ di tempo a migliorare le loro capacità di ricerca su internet, a imparare l’uso dei database e di tutti gli altri strumenti informatici che possono assistere un giornalista nel suo lavoro, a cercare spunti per articoli sul web e a tenersi aggiornati sulle possibili fonti online, a chiedersi perché l’articolo che hanno scritto la settimana prima non era poi così interessante come speravano; in breve, fanno l’equivalente di quello che ha fatto Tiger Woods per diventare il miglior golfista del mondo. […]

L’USO DELL’INTELLIGENZA Non ho mai conosciuto un grande giornalista che non fosse anche molto intelligente, riflessivo e attento. È essenziale per essere veramente bravi in questo mestiere. Per farlo in modo decente, non dico neanche eccezionale, non basta la tecnica, ci vuole l’intelligenza. E i migliori reporter applicano inflessibilmente la loro intelligenza non solo alla raccolta di materiale, ma anche all’analisi di quello che hanno raccolto. Ci ragionano sopra chiedendosi: Che cosa ho trovato? Che significato ha? Quali sono le cause di ciò che è avvenuto? Si rendono conto dei limiti di quello che hanno scoperto facendo ricerche per un articolo, sanno benissimo che non hanno scoperto tutto e che la situazione, il problema o il personaggio di cui stanno scrivendo sono sicuramente più complessi di quanto si creda. Hanno l’onestà e l’umiltà intellettuale di riconoscerlo. […]

IL CORAGGIO INTELLETTUALE Spesso i giornalisti migliori sfidano l’ortodossia corrente, una convinzione diffusa o un’opinione generale. È proprio quello che fece William Russell del «Times» quando scandalizzò l’establishment londinese denunciando la spietatezza e l’inefficienza dei soldati britannici in Crimea (e continuò a farlo, da solo, nonostante le smentite ufficiali); quello che fece J.A. MacGahan quando dimostrò che le voci sulle atrocità commesse dai turchi nei Balcani erano vere; quello che fece Ida Tarbell quando all’inizio del ventesimo secolo rivelò il funzionamento dei trust; quello che fecero Bob Woodward e Carl Bernstein quando sollevarono lo scandalo Watergate; e quello che fece Randy Shilts quando rivelò che l’Aids si stava diffondendo nella comunità gay americana. Un giornalismo di questo livello richiede molte qualità, ma forse la più importante, e il motivo per cui esempi del genere sono rari, è il coraggio intellettuale. Quando le autorità costituite demoliscono il vostro lavoro (e questo si è verificato in tutti i casi che ho menzionato), e quando il resto della stampa si rifiuta di seguirvi, ci vuole una notevole fermezza di carattere per tenere duro e continuare per la vostra strada. […]

LA METICOLOSITÀ Mi capita ancora di incontrare giornalisti che, quando gli si fa notare un errore nel loro articolo (o, più probabilmente, l’omissione di informazioni contestuali importanti), alzano le spalle come se sbagli del genere fossero calamità naturali completamente indipendenti dal loro controllo. Sembra che dicano (e a volte dicono veramente) che gli incidenti succedono. È un tratto caratteristico di chi rimarrà sempre un cattivo reporter e un pericolo non solo per se stesso, ma anche per il suo giornale. I grandi giornalisti non sono così. Il loro amore per la precisione va molto oltre quello di qualsiasi altro giornalista degno di tale nome. Soffrono di una nevrosi per la cura dei dettagli con la quale spesso è difficile convivere, per loro stessi e per chi li circonda. […]

LA PASSIONE PER I LIBRI Non ho mai conosciuto un grande reporter che non fosse anche un avido lettore, soprattutto di saggistica. L’amore per la lettura è al tempo stesso la causa e l’effetto del loro talento nello scrivere. L’irrefrenabile curiosità che li rende grandi giornalisti li porta anche a cercare la conoscenza e a interessarsi alle esperienze degli altri, cose che si trovano in forma più lucida, ampia e meditata nei libri, piuttosto che su internet. E questo volume di letture fa di loro dei giornalisti migliori per due motivi importanti. In primo luogo, come è ovvio, chi legge molta buona scrittura tende ad assorbire (consciamente e inconsciamente) parole, espressioni e costruzioni nuove. Se non altro, riconosceremo quella che in uno scrittore si chiama «voce», contrapposta allo stile esitante e disuguale di chi non ha facilità a comunicare sulla carta o sullo schermo. […]

UNA BUONA CONOSCENZA DELLA STORIA DEL GIORNALISMO Con questo non intendo dire che dovete sapere quando fu fondato l’«Huddersfield Examiner», quando fu chiuso il «Minneapolis Bugle», o quanto ha influito sui proventi pubblicitari la distribuzione gratuita nelle campagne all’inizio del ventesimo secolo. Intendo dire che dovete conoscere i migliori reporter del passato e il loro lavoro. Per un giornalista esperto ignorare queste cose è come per un musicista cercare di comporre una sinfonia senza aver mai sentito un’opera di Mozart, Beethoven, Čajkovskij, Brahms o Mahler. Potrà sembrarvi lapalissiano, ma mi capita di incontrare tanti giornalisti per i quali i migliori reporter del passato potrebbero anche essere scalpellini del quattordicesimo secolo. Se siete uno di loro, dovreste chiedervi: quanto sarebbe stato bravo Norman Mailer se non avesse saputo nulla dei grandi romanzieri del passato? Che tipo di cinema avrebbe fatto Stephen Spielberg se non avesse mai visto un film girato prima del 1970? […]

UNA NATURA MANIACALE Se non lo avete ancora indovinato, la verità è che per diventare giornalisti veramente eccezionali ci vuole una determinazione che non è sempre compatibile con l’essere persone equilibrate, e meno che mai mariti, mogli o compagni accettabili. Ci sono alcune eccezioni. Ann Leslie del «Daily Mail» è una di queste, e Geoffrey Lean, l’esperto di questioni ambientali dell’«Independent on Sunday», è un’altra. Ma le qualità necessarie per essere un giornalista di prima classe e una persona accomodante, riflessiva e piena di tatto non sempre coincidono. Un perfetto esempio di questa incompatibilità è una storia raccontata dal famoso cronista di guerra, redattore e commentatore Max Hastings. Dopo una lunga missione, un famoso corrispondente torna a casa da sua moglie che non vede da settimane. Naturalmente, quella sera stessa cominciano a fare l’amore. Squilla il telefono. È una stazione radio straniera che gli chiede se è disposto a lasciarsi intervistare per telefono. Lui accetta, e per i 15 minuti successivi risponde a una serie di domande sui complessi problemi del Medio Oriente, rimanendo disteso sulla moglie nella posizione in cui si trovava quando era squillato il telefono. «Fu in quel momento», avrebbe confessato più tardi la moglie, «che capii che la magia del nostro matrimonio era finita». Ma in fondo, in un certo senso, non credo che la sua natura gli desse molte possibilità di scelta. L’impulso che l’aveva spinto a trattare sua moglie con tanta noncuranza era anche la molla del suo giornalismo: una curiosità irrefrenabile, un bisogno costante di raccontare quello che aveva scoperto (e quello che pensava di quello che aveva scoperto) e un ego colossale. Era stato più forte di lui, anche se probabilmente sua moglie l’aveva vista diversamente. Come ha detto qualcuno, essere chiamati reporter non è tanto la descrizione di un lavoro quanto una diagnosi. Ma per alcuni di noi è la migliore diagnosi del mondo.

 

 

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Fit for 55: il clima secondo l’UE. La Commissione Europea ha presentato un piano di riforme, il “Fit for 55”, contro il cambiamento climatico. Le tredici iniziative di cui è composto mirano a ridurre entro il 2030 le emissioni del 55 per cento rispetto ai livelli del 1990, fino a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Il piano, presentato come molto ambizioso, è stato definito invece insufficiente da Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, che sul manifesto scrive: «L’annuncio con le fanfare dell’approvazione del pacchetto clima “FitFor55” dell’Unione Europea stride con la inadeguatezza degli obiettivi che si pone. […] l’UE si presenterà alla prossima Conferenza delle Parti di Glasgow con un obiettivo di riduzione e un relativo pacchetto di misure non coerente con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il taglio del 55 per cento delle emissioni di CO2 al 2030, infatti, non è sufficiente. Si tratta di un pacchetto clima che ricalca la legge tedesca sul clima del 2019, impugnata da giovani attivisti e alcune organizzazioni, tra cui i FridaysForFuture e Greenpeace. Quella norma è stata parzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale tedesca che ha riconosciuto che gli obiettivi da essi fissati non sono sufficienti».
Oltre cento persone, intanto, sono morte a causa delle alluvioni che negli ultimi giorni hanno sconvolto la Germania occidentale e il Belgio. Come riporta il Post, «sia le autorità della Germania sia quelle del Belgio hanno attribuito la causa delle insolite forti piogge degli ultimi giorni al cambiamento climatico».

→ Levantesi, I bugiardi del clima
→ Mio, L’azienda sostenibile
→ Una selezione delle nostre proposte a tema Ambiente

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Terza dose.   Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha chiesto ai paesi più ricchi di donare le proprie riserve di vaccini contro il Covid-19 alle popolazioni più povere, anziché dibattere sull’eventualità di una terza dose. «Stiamo consapevolmente scegliendo di non proteggere chi ne ha bisogno», ha affermato.

→ AAVV, Il mondo dopo la fine del mondo
→ Florio, “Brevetti sui vaccini: le (tante) ragioni di Biden”
→ Gli interventi della seconda edizione del Festival della Salute Globale (novembre 2020)

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Didattica a distanza.   Ciò che emerge dalle ultime prove INVALSI è un sensibile peggioramento dell’apprendimento dell’italiano e della matematica rispetto al 2019, «mentre il livello dell’inglese è rimasto ai livelli simili a quelli registrati prima dell’introduzione della didattica a distanza». Come ricostruisce il Post, «oltre al prevedibile peggioramento generale, è stato confermato lo storico squilibrio di apprendimento tra le aree del Nord del paese e le regioni del Sud, così come le difficoltà tra gli studenti che provengono da famiglie svantaggiate. […] C’era una certa attesa per gli esiti: nel 2020 i test non sono stati organizzati a causa delle misure restrittive e per questo le prove del 2021 sono state presentate come un’occasione per valutare le conseguenze della didattica a distanza sull’apprendimento degli studenti».

→  Bruschi – Perissinotto, Didattica a distanza

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Afghanistan.  Come riportato dal Wall Street Journal, secondo l’intelligence statunitense il governo afgano potrebbe collassare entro sei mesi dal ritiro delle truppe, che dovrebbe simbolicamente concludersi l’11 settembre 2021. Previsioni che paiono però perfino ottimistiche: secondo il Corriere della Sera l’esercito filo-governativo non è più in grado di rispondere alle offensive talebane. Di oggi intanto la notizia della morte del reporter e fotografo Reuters Danish Siddiqui, ucciso mentre seguiva gli scontri tra le forze di sicurezza afghane e i talebani al confine con il Pakistan. Con il team Reuters, Siddiqui  aveva vinto il premio Pulitzer per la fotografia nel 2018.

→  el-Baghdadi, Il triangolo vizioso

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Cuba.   Migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il paese. Sulla gravissima crisi economica pesano sicuramente gli effetti del Covid-19, ma non solo: sul manifesto si parla di responsabilità “del potente vicino del nord” ma anche della necessità, sostenuta da intellettuali soci­ali­sti, di accelerare riforme strutturali. «”Le inedite proteste di domenica scorsa erano prevedibili – sostiene la storica Ivette García González -. Vi sono stati fattori detonanti, però le cause sono profonde”. Ovvero stanno nella lentezza di un processo di riforme iniziato dall’allora presidente Raúl Castro, gli investimenti concentrati nel settore turistico a scapito di agricoltura e assistenza sociale.»

→  Fidel Castro e la rivoluzione cubana: la lezione di Loris Zanatta
→  Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea

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Petrolio. Cosa non torna nella leggenda di Cefis e della morte di Pasolini. Paolo Morando interviene nel dibattito ospitato da Domani su Petrolio, l’opera di Pasolini pubblicata postuma.
«I buchi dell’inchiesta sulla morte di Pasolini e le due contraddittorie sentenze che condannarono Giuseppe Pelosi (con l’ipotesi di complici sancita dall’assise ma sbrigativamente esclusa in appello) consentono di immaginare che quella notte le cose siano andate diversamente. Lasciare però intendere che la ragione del delitto sta nella sola volontà di impedire a Pasolini di concludere Petrolio, significa imboccare ancora la strada che porta a Eugenio Cefis, l’allora presidente di Montedison la cui figura Pasolini intendeva porre al centro della propria opera: letteralmente, lo ricorda anche Benedetti, poiché a dividere in due Petrolio dovevano essere tre suoi discorsi pubblici.
Una tesi da anni alimentata da saggi, articoli, interviste, addirittura inchieste giudiziarie: anzi, proprio dal lavoro dell’allora sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia sulla morte di Enrico Mattei la vulgata ha preso piede. Ma non è una tesi, al massimo un’ipotesi tra mille: tant’è che Calia non solo non indagò Cefis per la morte del presidente dell’Eni (il cui “svelamento” da parte di Pasolini ne avrebbe provocato l’assassinio), ma neppure mai lo convocò come teste. Vuoi mettere però la fascinazione dell’uccisione del poeta perché sul punto di svelare l’indicibile?
L’indicibile: cioè Cefis. E i suoi discorsi.»

→ Morando, Eugenio Cefis

Viesti racconta la nuova questione meridionale

Pietro Spirito | la Repubblica Napoli | 8 giugno 2021

Le trasformazioni demografiche, sociali, politiche ed economiche configurano le caratteristiche di una nuova questione meridionale, profondamente diversa rispetto a quella che ha caratterizzato la storia d’Italia dalla unificazione all’inizio del ventunesimo secolo. Ci guida in questo viaggio il prezioso libro di Gianfranco Viesti, Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, Laterza, 2021.

Secondo Gianfranco Viesti, la geografia e la storia contano moltissimo, soprattutto in una fase nella quale è in corso un cambiamento di paradigma. La crescita del commercio internazionale rende ancora più complesso il gioco competitivo tra territori. L’allargamento dell’Unione Europea ha spostato l’asse industriale verso Nord-Est, ed ha distratto l’attenzione politica dal quadrante mediterraneo. Lo sviluppo delle nuove tecnologie, ed in particolare la diffusione della digitalizzazione, sta determinando effetti radicali sulle regioni, favorendo una ulteriore polarizzazione. Mancano di converso politiche pubbliche che consentano nelle aree periferiche lo sviluppo di nuove attività, che, in assenza di interventi attivi delle istituzioni, non si determinano. Il primo ventennio del secolo in corso ha acuito la debolezza strutturale del Mezzogiorno, nel quadro di una Italia che ha registrato una parabola discendente.

Dal punto di vista demografico si è ribaltato uno degli assi dominanti della questione meridionale: se prima il problema era l’eccesso di popolazione, ora accade l’inverso, con una curvatura che segnala la carenza di abitanti, che si farà sempre più sentire nel corso dei prossimi decenni, se non interverranno fattori correttivi.

Sotto il profilo industriale, le regioni meridionali non hanno solo perso occupazione nelle attività tradizionali, che si sono dislocate prevalentemente nei paesi di nuova industrializzazione, ma non hanno creato nuove opportunità nei settori avanzati che caratterizzano la nuova geografia della competitività.

Si delinea in questo modo quella che Gianfranco Viesti definisce la trappola dello sviluppo intermedio: il Mezzogiorno è contestualmente meno competitivo rispetto al Nord sul piano dell’innovazione e rispetto ad Est sotto quello dei costi di produzione. Uscire da questa trappola richiede strumenti sofisticati di politica industriale, che non si vedono ancora all’orizzonte. Nell’età contemporanea contano molto di più le politiche pubbliche nelle dinamiche di localizzazione delle attività economiche. L’azione redistributiva, precedentemente focalizzata sugli individui, opera oggi anche nei rapporti tra territori, influenzando le scelte di allocazione territoriale dei soggetti economici. Per le caratteristiche del nuovo capitalismo le politiche per l’istruzione hanno un rilievo essenziale, perché l’esistenza delle competenze adeguate di capitale umano sono una variabile di crescente importanza. Nel primo ventennio del nuovo secolo 263.000 laureati nelle regioni meridionali hanno lasciato il Sud per trovare la propria collocazione professionale nelle regioni centro-settentrionali del nostro Paese. Se si formano risorse adeguate, ma non si prospettano coerenti opportunità occupazionali, il territorio rischia di perdere ancora maggiore terreno per effetto della migrazione delle risorse adeguate (brain drain).

Opportunamente Gianfranco Viesti sottolinea che il divario meridionale è frutto della storia economica e politica dell’Italia. In particolare il fossato si allarga nel periodo tra il 1914 ed il 1952. Nel 1911 il reddito pro capite meridionale era pari all’85%, e scese al 61% nel 1951. Il trentennio tra le due guerre, come diceva Manlio Rossi-Doria, è stato fatale al Mezzogiorno.

Di converso, nel ventennio tra il 1951 ed il 1971 il reddito pro capite del Sud crebbe ad un tasso medio annuo che sfiorò il 6%. Mentre l’Italia conosceva il suo miracolo economico, il Mezzogiorno operò in grande balzo in avanti: nello stesso periodo il reddito pro capite meridionale rispetto a quello degli Usa passo dal 22% al 47%. Mancò, in una stagione di grande ripresa economica e sociale, la componente endogena di imprenditoria locale, con un processo di industrializzazione che fu guidato dall’ex imprese pubbliche e dagli investimenti diretti esteri. Poi venne la lunga fase del nuovo arretramento, caratterizzata dal ritiro della industria pubblica, da investimenti meno efficaci e poi calanti nelle infrastrutture, dalla affermazione di un modello clientelare della spesa pubblica. Oggi, le catene globali del valore e la digitalizzazione stanno determinando una nuova divisione internazionale del lavoro, che tende ad emarginare ulteriormente le aree periferiche nelle economie a capitalismo avanzato. Il presente ed il futuro delle regioni europee sarà sempre più influenzato dalla demografia. L’Europa del ventunesimo secolo, ed anche il Mezzogiorno, sta attraversando cambiamenti demografici di primaria rilevanza.

Le regioni meridionali affrontano questa fase in grave difficoltà. All’inizio degli anni Venti del nostro secolo la dimensione dell’economia del Mezzogiorno è inferiore a quella dell’inizio del secolo, mentre quella del Centro-Nord è superiore di circa 7 punti percentuali.

Nello stesso periodo di tempo la popolazione del Centro-Nord è aumentata di tre milioni, mentre al Sud è diminuita di 300.000 unità. Contano contestualmente i flussi migratori, più accentuati nelle regioni centro-settentrionali del nostro Paese, e le dinamiche regressive dei tassi di natalità, più intensi nel Mezzogiorno.

Mali antichi restano purtroppo ancora radicati nel Sud: la presenza di aziende controllate dalle mafie distorce il funzionamento dei mercati e alimenta reti di connivenza con le amministrazioni pubbliche, anche per il tramite di operatori economici e professionisti che rappresentano una zona grigia al confine tra legalità ed illegalità. A ciò si aggiunge un ciclo regressivo dell’intervento pubblico, con il crollo degli investimenti e la caduta dei consumi finali delle pubbliche amministrazioni, che sono scesi tra il 2008 ed il 2018 dell’8,6% nel Mezzogiorno a fronte di un aumento dell’1,4% al Centro-Nord. Insomma, di fronte alla fase complessa che abbiamo di fronte, Gianfranco Viesti richiama alla responsabilità le istituzioni pubbliche, che hanno il dovere di affrontare le sfide complesse del nostro tempo con la capacità di catalizzare energie nei settori dell’innovazione e della digitalizzazione, lavorando per assicurare le condizioni di contesto che possono favorire l’insediamento di attività capaci di assicurare una svolta vitale per l’economia e la società meridionale.

 

Scopri il libro:

Luca Serianni racconta “Il verso giusto”

“Cento poesie di sessantatré autori distribuite in otto secoli: come sceglierle? come commentarle? e pensando a quale tipo di lettore?”

Luca Serianni, grande storico della lingua, ci accompagna in un viaggio affascinante nella poesia italiana: cento tappe, cento testi – noti e meno noti – alla ricerca del ‘verso giusto’

Valore assoluto, rappresentatività e, naturalmente, gusto personale sono i criteri che hanno selezionato cento poesie scritte ‘in italiano’ nell’arco di otto secoli di storia letteraria: da Giacomo da Lentini a Petrarca, da Gaspara Stampa a Tasso, da Leopardi a Caproni, affacciandosi su qualche nome meno noto, dedicando attenzione alla lirica femminile.

Il verso giusto. 100 poesie italiane è una lettura fondamentale per gli studenti e gli insegnanti che vogliono scoprire o riscoprire il patrimonio letterario italiano, avvalendosi del commento di un insigne linguista.

L’autore ha raccontato il suo libro a Rai Cultura.

 

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