#CasaLaterza: Serena Luzzi dialoga con Fernanda Alfieri

Perché mai occuparsi di un conte bigamo, morto prigioniero in una fortezza di Luigi XIV? Di una moglie che si vendica come può del coniuge che l’ha abbandonata? Di un arcivescovo padre di quindici (forse sedici) figli? Di un uomo rinchiuso in una cella da vent’anni e più, perseguitato per causa di fede? Di una donna prigioniera alla Bastiglia? Tutti sono accomunati da almeno un agente: la volontà, se non la capacità, di sfuggire ai condizionamenti sociali, agli obblighi che il ruolo impone, alle norme, giuste o ingiuste che siano. 

Gli archivi della storia moderna sono ricchi di storie sorprendenti, di eccezionale normalità: ne abbiamo parlato con due storiche che li hanno esplorati a lungo, in diretta per Casa Laterza a partire da Il cacciatore di corte. Una vita ribelle nell’Europa del Seicento, di Serena Luzzi.

In dialogo con l’autrice, Fernanda Alfieri, autrice del libro Veronica e il diavolo. Introduce e modera Giovanni Carletti, nostro editor.

Quante storie: Claudia Bianchi dialoga con Bruno Mastroianni

«Solo in tempi recenti si è cominciato a denunciare in modo sistematico il carattere etnocentrico e sessista di molta filosofia tradizionale: dietro l’apparente neutralità, epistemologia, etica e filosofia politica hanno più o meno consapevolmente modellato le loro teorie su soggetti maschi, bianchi, eterosessuali, occidentali, di ceto medio-alto e privi di disabilità.»

Commenti sessisti, insulti razzisti, attacchi omofobici: le parole possono essere scagliate contro gli altri per deriderli, ferirli, umiliarli, e ancor più per rinchiuderli in ruoli e posizioni di inferiorità. Le parole possono essere potenti strumenti di oppressione, pesanti come pietre.

Chi parla, soprattutto se da posizioni di autorità o in contesti istituzionali, ha una pesante responsabilità: ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto, sposta un po’ più in là i confini di ciò che viene considerato normale, assodato, legittimo. E cambiare i limiti di ciò che può essere detto cambia allo stesso tempo i limiti di ciò che può essere fatto: ci abituiamo a una mancanza di attenzione e vigilanza sulle parole, che rende più accettabile la mancanza di vigilanza sulle azioni. Il silenzio, l’indifferenza o la superficialità con cui spesso accogliamo gli usi offensivi di altri corrono il rischio di trasformarsi in consenso, approvazione, legittimazione – e muta noi in complici e conniventi.

Ospite di Giorgio Zanchini a Quante storie, in questo video  Claudia Bianchi racconta il suo Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio in dialogo con Bruno Mastroianni.

 

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Le conseguenze della guerra

«Abbiamo cercato di considerare Hitler un condensato, o se si preferisce come il catalizzatore di forze che si sprigionano dalla vertiginosa mutazione di quei sistemi economici, sociali e cognitivi che costituiscono l’Europa – in particolare l’Europa di mezzo – tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra e che hanno trasformato il continente, le sue modalità di ‘gestire’ le masse umane, di nutrirle, guidarle, controllarle e di pensare la dimensione politica. Ciò che si delinea è quindi la storia di un uomo, di un destino, ma anche, per suo tramite, di un oggetto che abbracciò l’Europa e che si autodenominò ‘Terzo Reich’. Nel destino di quest’uomo si mescolano infatti militantismo frenetico, speranza imperiale, conquista dell’Europa, guerra ripugnante, inaudito genocidio.»

I fallimenti personali e i successi politici, le folli ossessioni e il freddo pragmatismo del più temuto dittatore del Ventesimo secolo: un estratto di Hitler, il libro di Johann Chapoutot e Christian Ingrao.

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Le conseguenze della guerra

Hitler non amava l’Austria, ma ha amato la guerra. La madre e la guerra: potrebbe essere questo un buon riassunto dei suoi anni di gioventù.

«La guerra è il padre di tutte le cose», dirà a più riprese negli anni Venti e Trenta citando Eraclito; la guerra è la matrice della sua identità. In essa ha vissuto la sua iniziazione alla vita, all’età adulta, la sua socializzazione, e in essa si è rivelato, in tutti i sensi del termine. L’arruolamento dell’agosto 1914 testimonia il suo impegno politico e personale per la causa pangermanica. Il fatto di aver disertato dall’esercito austro-ungarico nel 1913-1914 non era segno di repulsione verso la cosa militare o la guerra, ma di una radicale ostilità verso l’Austria-Ungheria. Non appena si tratta di battersi per la Baviera e per la Germania si arruola volontariamente nel regio esercito, nel 16° reggimento di fanteria della riserva che è diventato il reggimento List, dal nome del colonnello che lo comandava. Hitler ne ha fatto esperienza: l’ufficiale è importante per condurre il gruppo primario di battaglia almeno alla sopravvivenza, se non alla vittoria. Questo ufficiale, un “capo”, si chiama in tedesco Führer, un termine generico che significa “colui che conduce” e all’occorrenza colui che guida, che porta al combattimento e forse alla vittoria.

Da questa esperienza della guerra e del capo, Hitler tira fuori un’idea semplice: l’unico gruppo umano che funzioni e che valga non è costituito dalle monarchie – come la detestata monarchia austro-ungarica –, che nel 1918 e nel 1919 scompaiono, perché dovevano scomparire (Hitler è un darwinista sociale: secondo lui ciò che deve morire muore e ciò che muore doveva morire). E non è costituito neppure dalle democrazie, malgrado la loro apparente vittoria nel 1918-1919, perché esse funzionano sul principio contro natura dell’uguaglianza, e ciò contraddice agli occhi di un razzista e di un socialdarwinista come lui la naturale ineguaglianza. Peraltro le democrazie sono gli odiati nemici occidentali: la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che hanno sconfitto gli imperi centrali. Quello che permette alla massa di fare razza e di restare unita è la comunità combattente, che è l’unione dietro un capo. Questa una delle convinzioni che trae dalla propria esperienza, una sorta di filosofia politica elaborata sul filo delle trincee. Hitler ha l’impressione di aver vissuto un’avventura in cui si è fatto onore per il proprio coraggio e per il semplice fatto di essere sopravvissuto: si tratta di una vittoria personale in quanto, in quattro anni, è stato ferito ma non è morto, cosa che statisticamente rappresenta una sorta di impresa. Ne trae una fiducia rasserenata e rinsaldata nella propria esistenza e nella propria missione: in mezzo a tanti morti, cadaveri e devastazioni, è riuscito a sopravvivere nel gruppo. L’uomo che inveiva e urlava, il solitario scorbutico e scontroso, quello che stordiva tutti con le sue invettive, ha continuato a esaurire gli altri nelle trincee ma ha l’impressione di aver vissuto una vita di comunità di battaglie e di destino. Una comunità illusoria, se si presta fede alle testimonianze dei suoi compagni di reggimento, perché Hitler non è un uomo che lega con gli altri. Ha amato a tal punto le regole della vita militare, dopo aver vissuto in una libertà spensierata e sregolata, da imporre agli altri le proprie regole di pulizia e di puntualità. Il suo grado di semplice caporale gli permette di prendersela e di moltiplicare i battibecchi con i suoi compagni di trincea, di pagliericcio e di battaglia, che certamente non gliene sono grati. Una comunità illusoria ma ai suoi occhi reale, questa Frontgemeinschaft (“comunità del fronte”), questa Kampfgemeinschaft (“comunità di lotta”), che egli contrappone alla Gesellschaft (“società”), la società alla francese, democratica e rivoluzionaria, a cui si aderisce con un atto di volontà. Per Hitler non si aderisce alla comunità mediante la volontà, ma perché si è dentro di essa e per essa si combatte. Anche qui si tratta di un’idea di filosofia politica primaria che trae dall’esperienza di guerra.

Hitler ha amato la guerra, il sentirsi utile, farsi onore, sopravvivere, combattere per il suo sogno pangermanico e per la Germania. Vive un trauma reale e profondo quando tutto finisce, nel novembre 1918. Apprende la notizia incomprensibile e intollerabile della fine delle ostilità, della sconfitta della Germania e del suo alleato austro-ungarico all’ospedale di Pasewalk, in Pomerania, lontano dal fronte, dove viene curato per la lesione dovuta al gas che lo ha accecato un mese prima. Una notizia incomprensibile, secondo l’analisi di Hitler, perché le sue percezioni sono organizzate secondo gli schemi dello Hurrahpatriotismus. Questo patriottismo ultrasciovinista, estatico, entusiasta e imbecille che aveva segnato gli anni 30 del Reich guglielmino ha dettato nei quattro anni di guerra i comunicati magniloquenti e le rodomontate dello stato maggiore tedesco che annunciavano la riconquista del forte di Douaumont per far dimenticare che era stato in precedenza perduto, o che promettevano la vittoria per domani o dopodomani. Questo lavaggio del cervello attuato con destrezza non ha preparato alla sconfitta né la popolazione tedesca, né i milioni di combattenti. […] Che cosa succede in Germania nell’autunno del 1918? A causa della stanchezza per la guerra, dei lutti, dello spossamento dei corpi e degli animi, della carestia e delle malattie provocate dal blocco economico messo in atto nei confronti degli imperi centrali, scoppia una rivoluzione: ammutinamenti e scioperi si propagano un po’ ovunque. Lo stato maggiore non ha più il controllo sulle truppe e sa che in ogni caso non sarebbe più in grado di spezzare il fronte occidentale, anche se il fronte orientale si è sbloccato grazie alla vittoria contro la Russia e alla pace con il nuovo potere bolscevico, siglata con il trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918). È finita, ma la capitolazione è fuori discussione: sarebbe una decisione militare che metterebbe agli atti l’incapacità di uscire dalla morsa. La responsabilità della sconfitta deve ricadere sulle spalle dei civili. […] Non si dà grande rilevanza agli ammutinamenti ma si insiste molto sugli scioperi, i socialdemocratici, i sindacati, e, con una convinzione che diventa sempre maggiore, i capi dell’esercito adducono come pretesto una pugnalata alla schiena. Il soldato si trova davanti al nemico e regge il fronte, dicono, ma viene vigliaccamente pugnalato dall’anti-Germania, dai sindacati, dalla sinistra, da tutti quei socialdemocratici, comunisti, ebrei, elementi antinazionali che non possono sostenere la guerra e vogliono la sconfitta della Germania. […]

Che cosa succede a Hitler? La sconfitta gli risulta incomprensibile, e non capisce nulla del mondo civile al quale è restituito.

 

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Tentare di vivere

«Un mattino, quando il giorno non è ancora cominciato né ha dispiegato il suo corso fatale, un dubbio si insinua in noi: la vita potrebbe essere tutt’altra rispetto a quella che stiamo vivendo. Dubbio tanto insidioso quanto vertiginoso, forse il più antico del mondo, sorto con il mondo stesso: la vita che viviamo potrebbe non essere davvero la vita. Potremmo non avere nemmeno cominciato a esplorarla. Potremmo non avere neppure iniziato a vivere veramente

In un tempo di smarrimento profondo come è quello che stiamo attraversando, con La vera vita François Jullien invita a tornare ai fondamentali della filosofia per porre le giuste domande su una questione radicale: qual è la vita degna di essere vissuta? È vita vera quella che portiamo avanti giorno dopo giorno? O esiste una dimensione autentica che ci sfugge? E la storia della filosofia occidentale, da Platone a Cartesio e Heidegger, ci fornisce gli strumenti più adatti per tentare una risposta?

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Tentare di vivere

Non è possibile apprendere ciò che, più ogni altra cosa, dovrebbe essere appreso: non si può “imparare a vivere”. Si può forse imparare qualsiasi cosa, ma non a vivere. Diciamo che l’apprendere si trova in una posizione stranamente instabile rispetto al “vivere”: in un rapporto di inadeguatezza originaria che si sa come correggere o superare. Ammesso che si possa apprendere a vivere, che cosa si tratterebbe di apprendere? Per lo meno questo “che cosa” non dovrebbe essere riduttivamente definito nei termini della morale conformistica (come quando si dice con tono di rimprovero: “bisognerebbe insegnargli a vivere…”). Se una volta, a scuola, c’erano le “lezioni pratiche”, ci sono anche quelle che talvolta chiamiamo “lezioni di vita”? Ogni fallimento ci insegna una lezione, almeno così si dice… la lezione di cui qui si tratta però non potrà che essere puntuale, essendo strettamente connessa ad un avvenimento preciso: occorre pertanto chiedersi fino a che punto essa possa venire appresa. Inoltre, una lezione siffatta può davvero iscriversi nella trama della vita a venire e assumerne la guida o quanto meno influire su di essa? Il rinnovamento metabolico della vita non porta assai presto questo genere di lezioni al naufragio dell’oblio? Del resto, se non si può imparare a vivere, bisognerà almeno imparare a morire, ripete la filosofia, gettando la spugna (ma alzando il tono), a partire da Platone. Eppure, che cosa significa “imparare” che si deve morire, se non cedere alla rassegnazione? Significa semplicemente, progressivamente, tacitamente, solitariamente, per “sovraccumulo” dei morti, “farsi” da parte, senza più commenti, se non tra sé e sé: l’apice (nella morte) del “c’est la vie” sottomesso che non si discute. Si può infatti “comprendere” come la morte sia parte integrante della vita, sia correlata alla vita pur opponendosi ad essa, sia al servizio del gigantesco inabissamento nel fiume del divenire. Ma in che modo si può essere educati a questo, ci si può far convincere di questa verità che già si conosce? “Credo a questa verità senza arrendermi ad essa. Sempre meno. Io non ho imparato ad accettarla, la morte” (afferma Derrida nel suo ultimo scritto, Apprendre à vivre enfin, a titolo di sfida, forse per evitare la smentita).

Se l’imparare ha così poca presa sul vivere è senz’altro perché la vita non può essere oggetto di apprendimento – a dispetto di tutti i cosiddetti “romanzi di formazione”. I romanzi di formazione sono sempre solo delle ricostruzioni a posteriori, quando la vita ha già fatto il suo corso, se ne fa il bilancio e la si rivive nel ricordo. Ebbene, grazie a quale miracolo questa descrizione retrospettiva potrebbe capovolgersi – riconfigurarsi – in capacità prospettica? Se l’apprendere ha così poca presa sul vivere è perché il vivere, di sicuro, non richiede alcuna applicazione. La vita non ammette il rapporto teoria/prassi, dato che non ci si può preparare a vivere. In alcun modo ci si può apprestare a vivere, poiché, nel vivere, si è già da sempre implicati: abbiamo già incominciato a vivere, prima ancora di poterci pensare sopra; non c’è distanziamento rispetto ad esso. Sarebbe rassicurante, ma illusorio, credere che si possa dapprima apprendere e poi vivere. E anche se potessimo farlo un minimo, il ritardo è strutturale: “il tempo di imparare a vivere…” – il tempo di imparare a vivere grazie alle esperienze fatte, alle situazioni negative affrontate – “… è già troppo tardi” per approfittarne. Se questo verso di Aragon è diventato un adagio è perché in esso viene formulata e vi viene sancita quella discordanza temporale che è impossibile ridurre. Di modo che, se si può imparare qualcosa dalla vita, si potrà tutt’al più dedurlo da essa; lo si apprenderà solo indirettamente, tramite indizi o inferenze. Non tanto a partire da sé (si è troppo implicati nell’immediatezza del vivere per far questo), ma da ciò che si vede negli altri, con una certa distanza da sé. Non tanto a partire dalla vita stessa e retrospettivamente, ma a partire dalla morte che arriva, che si profila in seno alla vita stessa. Gettando progressivamente la propria ombra, essa vi produce, sommessamente, un alleggerimento, un disinvestimento, un disimpegno, da cui scaturisce una sorta di “lucidità”, anziché degli insegnamenti. Al punto che si potrà vivere, iniziare a vivere in modo autentico, solo a condizione di disimparare ciò che si crede di aver appreso dalla vita e che invece era solo pseudo-vita. E malgrado ciò “tutta una vita non basta per disimparare ciò che sottomesso, ingenuo, ti sei fatto mettere in testa…” (Henri Michaux, Trave angolare).

Non possiamo nasconderci, una volta di più, il carattere eminentemente paradossale del vivere, in virtù della de-coincidenza che esso implica. Bisognerà approfondire ulteriormente l’assoluta singolarità di questo verbo, al fine di sganciarlo dalla logica dell’adeguazione che la civiltà europea ci ha imposto: la logica dell’“essere”, che esclude il paradosso e la contraddizione. E di conseguenza per non rinunciare del tutto alla razionalità e per non doversi per forza “convertire” al fine di svelare l’irrazionalità del vivere stesso (superare la loro contraddizione) – conversione metafisica o religiosa, all’Essere assoluto o a Dio, intrapresa da Platone, la sola che può dunque salvare il vivere dall’“assurdo”. Ma il vivere in sé è contradditorio, perché sfugge per principio alla logica dell’Essere e del possesso. La mia vita è quanto ho di più proprio, in effetti, anche se posso esserne espropriato in ogni momento. La sento in me stesso come ciò che vi è di più intimo in me stesso; per me, essa è ciò che mi appartiene di più e anche ciò che soltanto può appartenermi in senso più proprio. Eppure, allo stesso tempo, non mi appartiene, da cui deriva la famosa formula di compromesso “dare in dono”, tanto spesso evocata: “Se Dio mi ha dato in dono la vita…”. Soprattutto, il fatto di vivere è per me la condizione di tutte le condizioni, la pre-condizione, addirittura il presupposto di tutti i presupposti, senza un al di qua al quale poterla ricondurre. Ora, allo stesso tempo, il vivere rappresenta l’aspirazione di tutte le mie aspirazioni, senza alcun al di là possibile: posso solo desiderare, o sognare di vivere, e questo anche se il vivere mi è comunque già dato. Il vivere è a un tempo la sola fonte alla quale possiamo attingere e il solo orizzonte che possiamo progettare. Posso solo avvalermi della capacità di vivere che è in me, ma per aderire a questa stessa capacità: vivere, insomma!

A voler interrogare con maggiore precisione, nel suo fondamento, sul piano lessicale, il significato della parola “vivere”, si può notare come questo verbo oscilli, in effetti, tra un senso primario, elementare (“essere in vita”), e, al di là delle sue diverse accezioni modali, un senso più ampio e pieno, ancora implicito. Nel dizionario francese Le Robert: “realizzare tutte le possibilità della vita”. In Hugo: “coloro che vivono sono quelli che lottano”. Ora, quest’ultimo significato, sorprendentemente, è segnato ancora da una certa vaghezza. Eppure, esso non è forse, al di là di tutti i suoi possibili utilizzi, il significato decisivo? Di tutti i significati concepibili, e persino di tutti i verbi immaginabili, quello che bisognerebbe pensare nel modo più rigoroso possibile? Più stranamente ancora, i dizionari di filosofia non riportano l’item “vivere”: di che cosa è il sintomo una tale circostanza? È proprio questo scarto infatti che bisognerebbe esplorare più di ogni altra cosa: tra il vivere inteso nel senso minimale, condizionale, di essere in vita al vivere inteso in senso ottimale, ottativo, come aspirazione a vivere, e cioè a promuovere in sé – ma davvero solo in sé? – la vita. Proprio in questo scarto, infatti, sono contenute con ogni evidenza tutte le attese e le speranze (il celebre “che cosa ho il diritto di sperare?” kantiano, ma liberato dalla sua impostazione metafisica). Il primo significato è quello restrittivo di vitale, il secondo quello esteso di vivente. Tale distinzione si ritrova per la prima volta in Giovanni (psyché, ψυχή; zoé, ζωή) e non bisogna stupirsene, visto che – fino ad ora – il vivere è stato affrontato dal discorso religioso. Il primo significato, quello di “essere in vita”, ha come suo opposto, si sa, quello di “morte”. Ma quale sarebbe l’opposto del “vivente”? All’opposto del vivente, che da quel momento sarà inteso solo nel senso di “sovrabbondante” di vita (afferma Giovanni), daremo il nome di “non-vita”. Mentre la morte succede alla vita del vitale portandola a compimento, la non-vita rappresenta la morte intrinseca al vivente, di modo che, benché siamo ancora in vita, non viviamo “veramente”, ovvero esistiamo in una vita apparente. Vi è tuttavia una differenza tra la “vita” e il “vivere”. La vita (in quanto sostantivo) si fa mettere a distanza dal pensiero; si lascia astrarre e trasporre, si presta ad assumere un senso figurato: vita letteraria, vita delle idee, vita delle stelle… Per quanto riguarda il vivere (in quanto verbo), invece, nessuna forma di esteriorità è possibile, il suo uso è assoluto. Ora, nella “vera vita”, la distanza tra la vita e il vivere è colmata: la “vera vita” consiste proprio nel toglierla. In altre parole, la “vera vita” equivale a “vivere”: la vita corrisponde al vivere quando si tratta della “vera vita”. E come la morte, per opposizione, fa emergere la vita, nel senso elementare di essere in vita, come si è già detto (Orazio: in umbra mortis…), così la non-vita della vita apparente, per contrasto, mette in risalto ciò in cui consiste la “vera vita”. Per questo motivo, il concetto di vera vita risulta decisivo per pensare, non una qualsiasi morale, ma un’etica dell’esistenza. Poiché la vera vita, in quanto tale, non ha un’essenza, non possiede in sé un contenuto di verità (su quale criterio di adeguatezza potrebbe fare affidamento, o anche quale rivelazione potrebbe autorizzarla?), la “vera vita” si definisce solo negativamente, attraverso la sua resistenza alla non-vita, alla pseudo-vita in cui la vita cede alla rassegnazione, sprofonda, si aliena o si reifica. A tale riguardo, il concetto di vera vita mi sembra più opportuno rispetto a quello di vita “degna dell’uomo” o “degna di essere vissuta”, meschen- o lebens- würdig, cui persino Adorno e Derrida fanno ancora ricorso, forse per il loro valore indicativo. La formula “degno di” si basa infatti sempre su una valutazione, di cui non è possibile individuare né il criterio né il fondamento; al contrario, il concetto di “vera vita” – nel rigore intrinseco con cui è negazione, o meglio negazione della negazione: la vera vita è negazione della non-vita – è in se stesso dotato di una consistenza e di una giustificazione sufficienti, da cui trae la sua legittimità di principio.

Pertanto, non è possibile imparare positivamente a vivere perché vivere è anzitutto questo: continuare a resistere alla non-vita che si infiltra e si intromette perennemente e persino originariamente nella vita, bloccandola e opprimendola; perché, per intendere l’in-audito della vera vita, bisogna dapprima distruggere i punti di riferimento codificati, assimilati, per i quali tutto è già “udito”, o dell’ordine del “c’est la vie…”. Imparare a vivere significa rientrare da subito all’interno di categorie stabilite, puntare su attese orientate verso ciò che già conosciamo. “Tentare” di vivere, invece, è più corretto. Tentare, in effetti, significa forzare; provare, non appena si scorge una difficoltà, a trovare una possibile via d’uscita. Questo sfasamento è importante. Ogni tentativo infatti riconosce da principio che la difficoltà da affrontare non è né secondaria né derivata – allo stesso modo in cui imparare a vivere non significa altro che imparare come vivere. In questo caso, la difficoltà è riconosciuta nel suo essere intrinseca alla vita stessa, giacché il vivere, contraddittorio com’è, tende a smentirsi da solo e a sprofondare nella non-vita, in una vita apparente o pseudo-vita. Perciò “tentare” ha un valore strategico – è una strategia etica – e non morale: occorre “tentare” di eliminare la non-vita che falsifica la vita, allo stesso modo in cui si elimina un avversario.

 

Scopri il libro:

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

 

Povertà. Come ricostruisce Giovanna Faggionato su Domani, «i dati pubblicati oggi dall’Istituto di statistica dicono che nell’anno in cui il paese è stato colpito dal Covid-19 gli italiani in povertà assoluta sono arrivati a 5,6 milioni, il 9,4 per cento, cioè poco più di due milioni di famiglie: è il livello più alto dal 2005. Ma la cifra ancora più preoccupante, o quella che dovrebbe preoccupare più tutti noi, è quella relativa al numero dei minori in povertà assoluta, addirittura al 13,5 per cento. Più di uno su dieci».

→ Gori, Combattere la povertà
→ Barca – Giovannini, Quel mondo diverso

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Logistica e diritti. La settimana scorsa il più grande magazzino di libri in Italia, la “Città dei Libri” di Stradella, è stato bloccato da uno sciopero indetto dal sindacato Si Cobas. Le richieste, come ricostruisce il Post, erano state avanzate già più di due anni fa, e riguardavano – oltre all’aumento dei buoni mensa – la questione dell’internalizzazione di tutti i dipendenti. Peraltro, «delle condizioni dei lavoratori della “Città del Libro” si era parlato già nel marzo del 2019, quando era stato indetto un altro grosso sciopero per chiedere tra le altre cose il rispetto dei contratti di lavoro, il riconoscimento dei livelli di inquadramento (bloccati da tempo, come gli scatti di anzianità), la riconferma di circa 200 posti di lavoro e la trasformazione dei contratti da tempo determinato a indeterminato».

 Furlanetto, Noi schiavisti 
→ Aloisi – De Stefano, Il tuo capo è un algoritmo

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Opinioni. Il mondo della paura
Per battere la destra, il nuovo centrosinistra deve far uscire l’Italia dal “mondo della paura”. Mario Giro su Domani.
«La destra finora ha vinto la battaglia culturale saldando assieme una sua maggioranza relativa, attorno all’idea della minaccia del presente e della paura del futuro. Ma la stessa destra ha difficoltà ad andare oltre: l’aver troppo sollecitato la paura e annunciato nuove apocalissi (migratorie, finanziarie, economiche, sociali, razziali, identitarie, ecc.) ha reso gli italiani (e gli europei) diffidenti, isolati, incerti se seguire la scienza, la tecnologia, l’istinto, le emozioni o altro. Di tale difficoltà ci offre la prova la destra stessa: più si rafforza e più cerca di moderarsi, consapevole che con l’allarme sociale e l’isteria di massa non si governa.»

→ Bauman, Paura liquida

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Nascosti in piena vista. «Si spostano a piedi, nascosti sotto i camion o sui treni, trasportati in macchina in autostrada dai passeur, attraversano boschi e montagne pericolose come il Passo della morte tra Italia e Francia, spesso di notte, per superare confini blindati, vengono respinti una, due, dieci, venti volte, in modo spesso brutale e illegale, nonostante siano minori, anche tra Paesi Membri dell’Ue. Ma non si arrendono.

Le testimonianze dei minori stranieri non accompagnati, che a volte sono poco più che bambini, sono piene di racconti sulle atrocità subite o a cui hanno assistito, soprattutto lungo la rotta balcanica.»

Prossimo alla Giornata mondiale del rifugiato, esce il rapporto di Save the Children, “Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l’Europa”, a cura di Daniele Biella.

→ Allievi, Immigrazione

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Carcere.

– Il caso di Luca Campanale, morto suicida in carcere, arriva alla Corte Europea dei diritti dell’uomo dopo dodici anni: come ricostruisce Manuela D’Alessandro su Agi, non si sarebbe dato «il giusto peso al fatto che Campanale fosse affetto da seri disturbi psichici e avesse compiuto “numerosi gesti autolesivi” nel carcere di Pavia dove era detenuto in precedenza».
– Su Internazionale Luigi Mastrodonato ricostruisce la storia di Erio Pettinari, morto il 22 marzo dopo aver contratto il Covid nel carcere di Orvieto. La sua storia racconta di sovraffollamento delle carceri, della mancanza di misure alternative, di diseguaglianze: «Il carcere è un luogo dove in generale ci si ammala, è un luogo patogeno, e le condizioni sanitarie dei detenuti sono peggiori di quelle dei cittadini liberi, dice Claudio Paterniti, ricercatore dell’associazione Antigone. La salute dipende anche dalle condizioni socioeconomiche, e in galera sono quasi tutti poveri e con tassi d’istruzione bassi. Il covid-19 ha aggravato una situazione già difficile. Ci si è trovati di fronte alla necessità di bilanciare diritto alla salute ed esigenze di sicurezza. La soluzione più ricorrente è stata quella di tenere i detenuti in cella, mentre si poteva fare più ricorso alle misure alternative. Ricordiamoci che la costituzione parla di pluralità delle pene, ma è stato fatto troppo poco».

→ Bortolato – Vigna, Vendetta pubblica
→ Giostra, Prima lezione sulla giustizia penale

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Viaggiare.  Via libera di Mario Draghi alla certificazione verde Covid-19, che faciliterà dal primo luglio gli spostamenti in Europa. Dal 21 giugno, intanto, tutta l’Italia (o quasi) sarà completamente bianca.

→ Cavezzali, Supercamper 
→ Gogna, Visione verticale 

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Bloomsday. Il 16 giugno, la giornata nella vita di Leopold Bloom raccontata nell’Ulisse, si festeggia James Joyce. Noi, grazie a Luigi Nacci, lo ricordiamo a Trieste: “Lo scrittore irlandese trascorre a Trieste circa undici anni tra il 1904 e il 1920, con delle parentesi a Pola e a Roma, qualche soggiorno in Irlanda e il periodo della guerra in Svizzera. Il suo arrivo è romanzesco: lascia la compagna Nora su una panchina della stazione, piomba in una rissa, viene arrestato.”

→ Nacci, Trieste selvatica

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Libri. “Siamo i libri che leggiamo”: Tracey Thorn, New Statesman – tradotto da Internazionale.

→  Di Paolo, Vite che sono la tua 
→  Petrignani, Lessico femminile

Matteo Cavezzali racconta “Supercamper”

Matteo Cavezzali racconta il suo nuovo libro Supercamper: una folata di libertà, un viaggio sorprendente tra memoria personale e tradizioni, miti, credenze, gusti.

«Il momento che preferisco di ogni viaggio è l’istante in cui arrivo in un luogo che non conosco e che non ho mai visto.»

Dai tramonti sull’Egeo alle albe baltiche, dall’Estremo Oriente all’America Latina: preparate passaporti, zaini e valigie e seguite il Supercamper.

Scopri il libro:

Il capo e la folla

LEZIONI DI STORIA

“Il capo e la folla”

Fiesole – Teatro Romano – ore 21:15

Le “Lezioni di Storia” che in questi anni hanno riscosso tanto successo nei più prestigiosi teatri italiani, sono partite da Roma per approdare a Milano, Torino, Brescia, Udine, Genova, Firenze, Trento, Trieste, Bari, Napoli e anche Londra e Dublino. Grazie alla collaborazione tra gli Editori Laterza e l’Estate Fiesolana tornano di nuovo al Teatro romano con due appuntamenti davvero imperdibili. Portati per mano attraverso i secoli, in queste tre edizioni in tanti hanno scoperto come un episodio anche lontano nel tempo possa contribuire a spiegare il nostro presente e hanno assaporato l’emozione che si nasconde dietro il nostro innato bisogno di memoria.

Raccontare, appassionare, coinvolgere; il rigore scientifico e la capacità di comunicazione di storici autorevoli; un pubblico curioso e sempre partecipe: questa la formula vincente delle “Lezioni di Storia” ideata da Editori Laterza.

Il potere è ambivalente: ha unito o diviso gli uomini, è stato al servizio della giustizia o ha esercitato la forza in modi brutali. I diversi regimi politici che si sono susseguiti nella storia hanno preso in alcune epoche un volto, si sono incarnati in personaggi straordinari: di volta in volta scaltri simulatori, trascinatori di folle, dittatori feroci, abili uomini di Stato.

Quello del “capo e la folla” sarà di nuovo il tema portante delle due nuove lezioni. Dopo Costantino, Carlo Magno, Napoleone e Mussolini stavolta altri due personaggi saranno valutati per come hanno utilizzato e subito il rapporto col proprio popolo. Si rivelerà fondamentale, ancora una volta, conoscere il comportamento di coloro che guidano le folle; e il confronto col passato potrà forse aiutarci a meglio comprendere la politica e la società in questa nostra difficile “età dell’incertezza”.

 

Programma

3 luglio 2021 – ore 21:15
Luciano Canfora
CATILINA, IL POTERE DEL CONGIURATO

Militare e senatore, è rimasto noto soprattutto per il tentativo di sovvertire la Repubblica romana, e in particolare il potere oligarchico del Senato. Lo storico e uomo politico Sallustio ha voluto – nel suo celebre ritratto – evidenziarne le caratteristiche del criminale perfetto, spingendosi ben oltre il già terrificante ritratto delineatone da Cicerone. Ma chi fu davvero Catilina? E perché, per un momento non breve, resta al centro della vita politica di Roma?

Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari.

 

 

17 luglio 2021 – ore 21:15
Maria Giuseppina Muzzarelli
SAVONAROLA, IL POTERE DEI PREDICATORI

Il potere dei predicatori è quello delle parole rese “pesanti” dal collegamento con la divinità. Parole ma anche gesti, reperti originali ritrovati, oggetti suggestivi proposti alle piazze blandite e insieme minacciate, e persino… lingue di fuoco: falò, come quello “delle vanità”, promosso a Firenze da Gerolamo Savonarola il 7 febbraio 1497. Sapersi rivolgere alla folla consegna a chi è in grado di maneggiare sapientemente parole e gesti un grande potere. Ieri e oggi.

Maria Giuseppina Muzzarelli insegna Storia medievale, Storia delle città e Storia e patrimonio culturale della moda all’Università di Bologna

 

 

Info e biglietti: Lezioni di Storia – Il capo e la folla

Presso: Teatro Romano di Fiesole , Via Portigiani, 3 – Fiesole

Sconti:

– i bambini sotto i 4 anni di età entrano gratuitamente accompagnati da un adulto, in numero di un bambino/a per ogni adulto, ma non hanno diritto ad occupare un posto a sedere;

– ridotto residenti Comune di Fiesole solo presso la biglietteria del Teatro presentando un documento d’identità che attesta la residenza;

– soci Coop su acquisto dell’abbonamento in prevendita presso i punti vendita interni ai negozi Coop (fino al 03 luglio);

– studenti: solo presso tutti i punti vendita del circuito box office toscana è attivo uno sconto sull’acquisto del biglietto per le due “Lezioni di Storia”.

Profezia e utopia

Quando i profeti incoraggiano e sostengono movimenti di emancipazione nel loro paese aiutano l’emancipazione dell’umanità. Altri profeti seguiranno il loro esempio presso altri popoli, annunceranno visioni di emancipazione affini per i contenuti di libertà, diverse per riferimenti storici e culturali.
Ogni popolo deve conquistare l’emancipazione con i suoi sforzi.
Ogni popolo ha bisogno dei suoi profeti.

In questo brano, tratto dal suo ultimo libro Tempi profetici. Visioni di emancipazione politica nella storia d’Italia, Maurizio Viroli racconta i confini porosi tra profezia e utopia, ove la prima è un’esortazione a riformare l’ordine sociale e politico, la seconda un invito a mettersi in viaggio verso un’incantevole nuova patria: può essere riformato ciò che non esiste?

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Profezia e utopia

Nell’Italia del secolo XVII circolavano non pochi testi utopistici. Alcuni di essi traevano ispirazione dal De optimo statu reipublicae deque nova insula utopia di Thomas More, l’opera che inaugura la tradizione dell’utopia moderna. Altri la criticavano apertamente. In apparenza simili, l’utopia e la profezia sono invece modelli di pensiero politico e morale molto diversi. I profeti esortano i loro contemporanei, con parole chiare e semplici, a compiere scelte morali e ad impegnarsi per riformare l’ordine sociale politico. Gli scrittori di testi utopici non esortano esplicitamente a compiere scelte morali, non intendono mobilitare le coscienze. Le repubbliche perfette che essi descrivono non devono essere fondate o riformate. Bisogna soltanto mettersi in viaggio e andare a viverci. Il problema è che non esistono. Quando criticano l’ordine sociale e politico lo fanno nella forma velata e indiretta del dialogo per offrire consolazione o semplice distrazione. I confini tra il linguaggio profetico e il linguaggio utopico sono porosi. Le sovrapposizioni e i passaggi dall’uno all’altro sono tutt’altro che rari. L’esempio più eloquente, in Italia, è quello di Tommaso Campanella (1568-1639), autore della Città del Sole, completata nel 1602 e pubblicata nel 1623. Scritta secondo le regole del genere utopistico, l’opera contiene un esplicito messaggio profetico. La forma è quella classica del dialogo. I protagonisti sono un marinaio di Genova che ha viaggiato con Cristoforo Colombo e un cavaliere di Malta che si limita a chiedere spiegazioni e chiarimenti. La benedetta Città del Sole collocata nel mare della Sonda, vicino a Sumatra, imita la struttura urbana della polis greca. L’ordine politico, gerarchico e autoritario, vuole sradicare l’egoismo dal cuore degli esseri umani e rimuovere tutte le tentazioni che possono indurre al peccato. A tal fine i fondatori della Città del Sole hanno abolito la proprietà privata e la famiglia. Nonostante i contenuti teocratici e autoritari, La Città del Sole esprime, come gli studiosi hanno rilevato, aspirazioni di giustizia sociale simili a quelle manifestate dai profeti.

Gli altri testi utopistici che circolarono in Italia nel secolo XVII raccomandano invece docilità e sottomissione all’ordine sociale. Ludovico Agostini (1536-1609), pio giurista e pessimo scrittore, che trascorse quasi tutta la vita nella sua villa vicino a Pesaro, fra il 1583 e il 1584 scrive i Dialoghi dell’infinito, pieni di lunghe citazioni dalle Scritture e dai filosofi classici, soprattutto Aristotele. […] L’utopia di Agostini è una teocrazia senza alcun messaggio d’emancipazione con l’esplicito intento di incoraggiare l’obbedienza alle autorità religiose e secolari. Ancora più avversi alle visioni di emancipazione sociale e politica sono gli scritti utopistici di Ludovico Zuccolo: Della Repubblica d’Utopia e la Repubblica d’Evandria. Il primo è un attacco diretto all’Utopia di More. Gli esseri umani sono così malvagi, asserisce Zuccolo, che è del tutto impossibile fondare una comunità perfetta come quella immaginata dal celebre More. Tutte le istituzioni della Repubblica d’Utopia sono «quale pravo, quale poco retto, quale su debil base appoggiato». Le leggi che impongono di alternare lavoro intellettuale e lavoro manuale, ad esempio, impediscono ai cittadini di raggiungere quell’eccellenza morale che deve essere fine supremo della repubblica. Il lavoro manuale indebolisce le capacità intellettuali e rende i cittadini inadatti a partecipare al governo della repubblica. Altrettanto sbagliato è il costume degli abitanti di Utopia di tollerare diverse confessioni religiose. L’unità religiosa, egli ammonisce, è fondamento prezioso dell’ordine politico. Ma l’aspetto più negativo delle dottrine di More è costituito dalle sue idee sociali comunistiche. Il comunismo può forse essere valido per comunità di monaci, non per cittadini. Priva di contenuti di emancipazione sociale, l’utopia di Zuccolo era di fatto nient’altro che un passatempo intellettuale del tutto estraneo alla tradizione profetica. Un monito eloquente contro le pretese di riforma sociale viene anche dall’altro scritto utopico di Zuccolo, Il Porto, overo della Republica d’Evandria. Il narratore, Lodovico da Porto, è un uomo che ha dedicato la vita alla causa della libertà italiana. Giunto alla conclusione che l’Italia era condannata alla servitù, decide di viaggiare per tutta la terra. Ormai vecchio, ritorna in patria, felice di condividere la saggezza che ha accumulato nella sua esplorazione dell’isola di Evandria. Dopo un’entusiastica descrizione dell’amenità del sito, spiega che in virtù delle loro leggi eccellenti «gli Euandrij erano i più da bene huomini del Mondo, e che la Città loro era più d’ogni altra felice». Mentre gli italiani sono «pieni di frodi e colmi di vitij», gli evandri non indugiano nella lussuria, vestono sobriamente, non praticano il vergognoso costume dei duelli. Ma al suo elogio delle virtù civili degli evandri Zuccolo non fa seguire un’esortazione agli italiani affinché combattano la corruzione e si liberino dalla servitù. Lo spirito degli italiani è corrotto a tal segno che in essi non alberga più coraggio alcuno. Meglio andare a dormire, conclude mesto il narratore, e con queste parole chiude il suo discorso, senza infondere speranza alcuna:

«E tu meschina, e mal saggia Italia, che già nobile Regina sapesti dar legge al Mondo, onde hai tu appreso costume di sottommeter sì di buona voglia il collo a straniero giogo? Non sei tu quella, la quale fosti già sì seconda madre, e sì chiara nutrice di que’ Fabij, Camilli, Marcelli, Marij, Scipioni, i quali fecero correre i fiumi del sangue di queste belve, e inalzarono monti delle loro ossa? E se quella sei, come hai sì agevolmente mutata natura? Forse altro Cielo ti mira? Altre stelle t’istillano nuovi influssi? Altro Sole t’illumina? O’ pur l’aria, che tu spiri, l’acqua, che tu bevi, i frutti della terra, che tu mangi, sono d’altro temperamento? Se quegli antichi Heroi, i quali col senno, e con l’arme loro ti fecero Donna delle genti, ritornassero in vita, e ti vedessero soggetta a quelli, ch’essi condussero già catenati ne’ loro trionfi, come credi tu, che arrossissero di vergogna? Che avampassero d’ira? Che rimanessero confusi di stupore? Con che occhi t’imagini, che havessero a mirare le tue disunioni? Con quali orecchie a sentire, che i loro trofei fossero stati preda degli altri? Con quale animo a soffrire la viltà tua? Ma, perché la notte è già innanzi assai, sarà meglio darsi al riposo, che spendere il tempo in querele, che nulla giovano, poiché non possono nelle sorde orecchie d’Italia penetrare, né gli animi inviliti riempire d’ardore, e di coraggio.»

 

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#CasaLaterza: Livia Capponi dialoga con Giusto Traina

Da sempre Cleopatra ha suscitato curiosità per il carattere tragico e sensuale della sua vicenda, che è stata trattata da tante magnifiche rappresentazioni drammatiche e cinematografiche, da Shakespeare a Hollywood. Nonostante si sia detto quasi tutto, però, da un punto di vista storico su di lei sappiamo ancora troppo poco. Affrontare un personaggio che è anche una leggenda implica un lavoro duplice: in primo luogo, raccogliere le fonti, eterogenee, in continuo aumento e appartenenti a discipline molto diverse tra loro; poi, tentare di districare la storia dal mito. Infatti, quando non sono ridotti a frammenti o del tutto perduti, i testi antichi che parlano della regina spesso mentono, deformano, inventano.

Chi era davvero Cleopatra? Una vamp ante litteram? Una donna sanguinaria e assetata di potere? Oppure una regina intelligentissima e colta, su cui pesano i pregiudizi della tradizione storiografica? Da Plutarco ai fumetti di Asterix, passando per innumerevoli film e videogiochi, una sola cosa è certa: la storia di Cleopatra continua a esercitare il proprio fascino su tutti noi.

Per scoprirne la ragione e dare la giusta profondità a questo personaggio iconico e complesso – troppo spesso vittima di ritratti bidimensionali -, mercoledì 9 giugno a Casa Laterza si è parlato di Cleopatra, il nuovo libro della storica Livia Capponi. In dialogo con l’autrice, Giusto Traina, professore di Storia Romana alla Sorbona.

 

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