Per un decalogo del gastronomo

La disparità degli apprezzamenti sui vari stili di cucina e quindi i diversi giudizi sui ristoranti non sono dovuti solo – come ovvio – a una diversità di gusti e di sensibilità gastronomica, ma anche a diversi modi di concepire i princìpi di quella particolare forma di attività con la quale l’uomo trasforma prodotti naturali in prodotti culturali destinati al piacere della tavola (non quindi alla nutrizione, che risponde a una necessità biologica, in comune con le altre specie animali).

Senza pretendere di attingere alcuna universalità, sarebbe forse bene che chi fa cucina (intesa come manipolazione di prodotti e arte del convitare), e soprattutto chi ne scrive sulle varie guide e rubriche, indicasse sempre i princìpi che considera regolativi nell’esercizio della propria attività e ai quali si ispira nel fare, nel gustare, nel giudicare. Questo permetterebbe anche di comprendere la diversità di scuole e di giudizi. Per tentare solo di aprire un dialogo in questa prospettiva, dirò preliminarmente che considero il far cucina una scienza e un’arte: come scienza, essa ha regole certe e condivise, è un sapere normativo; come arte, essa ammette margini di «creatività», tenendo presente che questa è una dote assai rara, come nelle altre arti (il «creativo», l’artista vero, e non l’improvvisatore, compare raramente nella storia).

Per quanto attiene alla cucina – e all’arte del convitare – come scienza, cioè come attività retta da regole, possiamo tentare di proporne alcune: si tratta di princìpi regolativi e formali, che prescindono da singole preparazioni, ma dovrebbero indirizzare e orientare tanto la  manipolazione delle vivande quando i modi della loro presentazione.

 

Ogni cucina è legata al territorio:

essa deve quindi rispecchiare anzitutto le caratteristiche, le tradizioni, i prodotti, i modi del fare del luogo, storicamente e climaticamente determinati.

 

I cosiddetti piatti «mari e monti», la «cucina internazionale», la «cucina esotica», per ricordare solo alcune «mode», non appartengono alla scienza della cucina.

 

Le tecnologie moderne – di grande utilità – non possono sostituire i modi del fare tradizionale quando questi sono essenziali per la riuscita di una preparazione:

così il pesto genovese non può essere realizzato con il frullatore, ma con il mortaio (altrimenti la salsa dovrebbe chiamarsi «frullato» e non pesto); una purea di fagioli andrà passata al setaccio e non fatta con il frullino a immersione che non elimina le scorie; il forno a microonde non può sostituire le lunghe cotture; la chimica non sostituisce la natura: per esempio, il risotto alla milanese richiede zafferano in pistilli e non in polvere.

 

Ogni cucina ha i suoi grassi:

olio, lardo, strutto, burro (in alcuni casi midollo di bue): quindi in un sartù napoletano andrà usato lo strutto, per la cotoletta di vitello alla milanese il burro.

 

L’uso dei formaggi in alcuni primi piatti della cucina italiana deve rispettare le tradizioni di origine dei piatti stessi:

come nessuno userebbe il pecorino per delle fettuccine al burro, così non è ammesso il parmigiano reggiano sulla pasta con le melanzane alla siciliana o sugli spaghetti al pomodoro e basilico.

 

Il cuoco non è un medico né un farmacista:

non è suo compito preparare delle diete (a meno che non dedichi a queste un apposito menù), ma preparare piatti secondo norme che prescindono dal contenuto calorico e dai consigli dei dietologi.

 

In un ristorante il cliente è il soggetto non l’oggetto:

ciò significa che sarà sempre il cliente a determinare non solo la struttura del proprio menù, ma anche la misura delle porzioni. Ciò vale anche nei cosiddetti menù degustazione che possono suggerire scelte, non porzioni. Ne consegue che, salvo i casi in cui la preparazione di un piatto è necessariamente legata a un singolo pezzo (una spigola, un filetto di bue, di cui comunque andranno chiesti al cliente la dimensione e il peso), la porzione dovrà rispondere alla richiesta del cliente: per esempio un roast beef non sarà presentato in fettine sul piatto, ma intero in tavola e trinciato secondo lo spessore indicato dal cliente. Più in generale, quando è possibile (dagli antipasti ai contorni e ai dolci), il servizio dovrà presentare in tavola piatti da portata, non porzioni preconfezionate. Peraltro anche nel caso di un pezzo preparato singolarmente, come un pesce, dovrà essere chiesto al cliente se lo preferisce intero o sfilettato; non dovrà mai essere presentato sfilettato, perché al cliente potrebbe piacere la testa. Al contrario, il ristoratore dovrà rifiutare di servire tagli non rispondenti al dettato della scienza gastronomica: per esempio, nel caso in cui il cliente richiedesse una bistecca alla fiorentina sottile e ben cotta.

 

I piatti (da portata e individuali) di una preparazione calda devono essere rigorosamente caldi (in qualsiasi stagione), di temperatura non inferiore a quella della preparazione servita.

Se il piatto da portata presenta una preparazione calda, sarà appoggiato su uno scaldavivande.

 

Per i vini, non esiste la cosiddetta temperatura ambiente

(in ragione della quale un ristorante con stella Michelin mi ha servito a Milano nel mese di giugno un Lagrein a 25 gradi): ogni vino ha la sua temperatura, secondo tipologia e annata.

 

Salumi e formaggi hanno una loro temperatura ideale che non è mai quella del frigorifero;

i salumi, salvo eccezioni come per il culatello di Parma, devono essere tagliati a mano e non con l’affettatrice.

 

Le portate devono essere immediatamente riconoscibili e tali quindi da non richiedere la noiosa esegesi del cameriere.

Parimenti, il lessico del menù deve essere intelligibile a prima lettura: contro l’uso retorico e immaginifico di invertire i rapporti sintattici tradizionali, dando nomi di dessert a primi piatti o usando termini destinati al pesce per le carni e viceversa.

 

Altre norme e princìpi regolativi potrebbero essere indicati: ma tanto forse per ora basta. Ovviamente questi princìpi riguardano anzitutto i ristoranti e quanti formulano giudizi sui ristoranti stessi; ma possono essere validi anche per una cucina domestica, non di quotidiano sostentamento, ma pensata come un momento di piacere della tavola e del convito.

 

[«Grand Gourmet», 84, gennaio-febbraio 2001]

 

Scopri il libro:

Una vita con Sara. Il nostro destino unito per sempre

Il filosofo spagnolo Fernando Savater ha scritto un libro per ricordare la moglie scomparsa dopo una malattia. “Lei era forte, la sua assenza mi ha reso vulnerabile. A chi mi chiede di superare il lutto dico: il dolore non ha una data di scadenza”

Simonetta Fiori, la Repubblica, 17 febbraio 2021

Nelle memorie sentimentali la chiama Pelo Cohete, con il nomignolo che aveva da ragazza quando la conobbe all’università di San Sebastián. Impertinente fin dalla cresta punk sparata all’insù, passionale nell’affinità e nella dissonanza, sensibile come tutte le donne che hanno conosciuto il dolore. Solo alla fine diventa Sara, il nome vero, quello degli affetti quotidiani. «È il nome di mia moglie», dice Fernando Savater con la sua voce potente, uno strano impasto di vitalità e malinconia, a tratti punteggiato da un sorriso che sottolinea gli aspetti paradossali dell’esistenza. Sara è mancata sei anni fa, dopo una lunghissima storia d’amore, di gioco, di risate, di liti furibonde, di comune militanza politica e intellettuale. «Ho riconosciuto la felicità dal rumore che ha fatto andandosene». E in un verso di Jacques Prevért che lo scrittore filosofo trova le parole per raccontarsi. Al “basso ostinato” dell’allegria è subentrata una musica struggente. E L’amore che resta — uscito in Spagna con il titolo La peor parte. Memorias de amor e ora tradotto da Laterza — è il diario di una perdita e di una rinascita, perché solo il ricordo può mantenere in vita chi non c’è più.

È stata sua moglie Sara a chiederle di scrivere di voi?

«All’ospedale di Pontevedra, subito dopo aver saputo del tumore. Ne ignoravamo l’esito fatale, ma non la possibilità che potesse separarci per sempre. Ci stringevamo sul suo letto quando mi disse: “Se tu non lo racconti, nessuno saprà cosa siamo stati l’uno per l’altro”. Dopo la sua morte, mi è tornata in mente questa frase. E mi sono messo a scrivere».

Scrivere l’ha aiutata a elaborare il lutto? Leggendola non si ha questa impressione.

«La ferita resta e io continuo a vivere in uno stato di lutto permanente. Non voglio neppure superarlo, come qualcuno mi consiglia con impazienza. Io in questo momento vivo per ricordarla. E, nella misura del possibile, cerco di sentirla accanto a me».

Ma non c’è il rischio di affezionarsi al dolore? Come se mutare registro significasse tradire lamore per chi è mancato.

«A me sta succedendo una cosa diversa: mi sto abituando alla malinconia. Fino alla morte di Sara non avevo mai fatto nulla senza allegria, come diceva di sé Montaigne. La tristezza era un continente sconosciuto. È arrivata all’improvviso ed è stato un trauma. Ma ora fa parte di me, la riconosco non appena mi sveglio al mattino».

E non ha fretta di liberarsene. Lei lamenta anche nelle persone più care un eccesso di intransigenza verso chi soffre per una perdita.

«Gli amici spesso si comportano come se il dolore avesse una data di scadenza, superata la quale si diventa un peso. E un sentimento comprensibile: tutti vogliamo essere circondati da persone spensierate, le più generose verso gli altri. Mentre chi è prigioniero di un’assenza reclama costantemente attenzione. “Accidenti, sei ancora così giù”, è una delle frasi che mi capita di sentire, che poi significa: ma quando la pianti con queste lagne? C’è poi una sentenza-analgesico che mi fa impazzire: il tempo cura ogni cosa. Ma quando mai? Noi vecchi sappiamo che è vero il contrario: il tempo non solo non aggiusta, ma semmai rende tutto più difficile».

Leggendo del suo amore con Sara viene in mente una frase di Camus: “Eravamo solitari e solidali l’uno con l’altro”. Insieme coltivavate il privilegio della solitudine e il beneficio di una compagnia inossidabile.

«Sì, esattamente questo. L’amore per me è quando uno smette di vivere per qualcosa e comincia a vivere per qualcuno. Non si vive più peri soldi, il potere o la fama, ma per la felicità dell’altro che è la tua. Anche nei momenti più difficili non ci ha mai abbandonato la certezza di essere l’uno il destino dell’altro. Io mi sentivo felice quando da lei arrivavano segnali di approvazione: per un mio scritto, un comportamento, un gesto. Come se il suo beneplacito valesse più di un Nobel».

Però cera una zona inaccessibile per entrambi. Sara non le raccontava mai della sua infanzia povera.

«Era cresciuta in condizioni difficili, figlia di un padre mai conosciuto, costretta da bambina a migrare dai Paesi Baschi in Catalogna. Tutto questo aveva pesato sul suo carattere estremo, ma non l’ho mai vista ripiegata sul passato. Viveva nel presente, e di quel che era stato preferiva tacere».

E non avete mai parlato dei suoi tradimenti, Savater. Lei confessa di non esserle stato fedele.

«Il sesso è una cosa, l’amore un’altra. Io ho vissuto avventure erotiche che non avevano niente a che vedere con il mio rapporto con lei. In questo sono stato leale. La fedeltà è un’attitudine che si addice più alla razza canina».

Ma con Sara non ne parlava.

«Non mi sembrava di buon gusto. Mia moglie sapeva benissimo che non ero un casto giovane. E non mi ha mai chiesto nulla».

Alla fine di ogni anno lei aveva labitudine di dedicarle dei versi. Lultimo 31 dicembre, prima della scomparsa, lei le dice grazie. “Grazie perché non ti arrendi a niente e a nessuno, soprattutto a me”.

«Aveva un carattere fortissimo, spesso faticoso. Facevamo litigate terribili, che sgomentavano gli amici che vi assistevano: la sua natura poco conciliante prendeva di petto ogni aspetto dell’esistenza. Ma la sua forza mi rendeva più forte. Sara non chiedeva protezione, piuttosto la dava».

Ora questo scudo le manca.

«La sua assenza mi ha reso più vulnerabile. Mi fa tutto più paura e sono diventato ipocondriaco. È come se vivessi senza una rete di protezione».

Eppure all’inizio della vostra storia, nei primi anni Ottanta, lei non se ne è innamorato subito.

«Ero attratto dalla sua bellezza — studentessa ventiquattrenne, dieci anni più giovane di me — e dalla sua intelligenza genuina: aveva letto molto e mi stimolava con le sue riflessioni mai scontate. Mi emozionava, anche. Ma l’amore è stata una rivelazione lenta».

Lei ha cercato di difendersi dall’amore di Sara. Cosa la spaventava?

«L’amore impone schiavitù e sottomissione, questo può spaventare. Borges dice che innamorarsi significa creare una religione il cui dio è fallibile. Ma io aggiungo che significa creare una religione il cui dio può morire, circostanza assai più grave della fallibilità».

Cosa succede quando in una relazione d’amore arriva la malattia?

«Succede una cosa terribile. Il suo dolore misura la tua impotenza. Pur amandola moltissimo, non sono riuscito a salvarla dalla sofferenza. E per nove mesi è stato un inferno: per me e per lei».

É come se lei non si fosse sentito all’altezza.

«Da Sara traevo la forza che io non sapevo darle. Così era stato anche nella stagione delle lotte contro il separatismo basco: ero un bersaglio dei terroristi dell’Eta, ma il mio coraggio arrivava soprattutto da mia moglie. Ero un valente guerriero perché stavo accanto a Sara».

Come cambiava il vostro rapporto?

«Nelle lunghe ore trascorse in ospedale nascevano conversazioni emozionate e molto intime. Lei era più dolce, meno ruvida del solito. Avevamo sempre giocato: con la politica, con la letteratura, con il cinema e con l’amore. Ma ora eravamo di fronte a una sfida seria come la morte. A un certo punto smise di sorridere. Fu il momento per me più doloroso. Sara e io ci sorridevamo sempre, ogni volta che si incrociavano i nostri sguardi. Sorriderci era il nostro modo di stare insieme».

Cè stato un momento in cui avete pianto insieme o ciascuno piangeva di nascosto allaltro?

«Insieme non abbiamo mai voluto riconoscere che Sara stava morendo. Io mi fingevo sempre ottimista. E lei davanti a me non s’è mai sciolta in lacrime. Pur sapendo cosa l’aspettava, ha sempre avuto un atteggiamento di rifiuto della morte».

Nell’ultimo ringraziamento che lei dedica a Sara c’è anche questo: “Grazie per non aver mai accettato di morire”.

«Sara non si è mai voluta arrendere. E io l’ho assecondata in una lotta estenuante, che ha finito per allungarne le sofferenze. Abbiamo affrontato due o tre operazioni chirurgiche, continuando a progettare e a lavorare insieme. Per amore sono stato crudele con lei perché ho cercato di mantenerla viva. Forse più di quanto avrei dovuto. Ma alla fine non so dove sia il giusto».

Accompagnare qualcuno a morire aiuta ad abituarsi allidea della propria morte?

«No, per niente. Se hai fede, questo ti può aiutare. Ma laicamente condivido le parole di Simone de Beauvoir rivolte a Jean Paul Sarte: la tua morte ci ha separati e la mia non ci riunirà. E poi penso che in fondo nessuno di noi accetti di essere mortale, mentre la morte degli altri— soprattutto di chi ami— è là davanti a te, straziante e irrefutabile».

Continua a parlare con Sara?

«Sì, tutte le sere. Tengo le sue fotografie vicino al letto. E prima di coricarmi le racconto quello che ho fatto nella giornata, i film visti e i libri letti».

Le sarebbe piaciuto il libro del vostro amore?

«Credo di sì. È un libro che non parla dell’assenza, ma della vita. Parla di lei. E l’ho scritto perché il lettore si innamori di Sara, così come io mi sono innamorato di lei».

La sogna sempre?

«Sì, spesso. All’inizio mi tranquillizzava: vedi che continuiamo a stare insieme, non è successo nulla di irreparabile. Ma poi qualcuno mi chiede dov’è Sara, e io non so rispondere. Allora capisco che è solo un sogno».

 

Scopri il libro:

Interregno: Informazione

 

Come si informano oggi i giovani?

Si è perso qualcosa rispetto al ‘vecchio modo’ di aggiornarsi sulle notizie?

In un mondo di notizie online dove tutto sembra gratuito, quali sono i modelli di business possibili?

Cosa si rischia ad affidare all’audience e a degli algoritmi la scelta dei temi da trattare e seguire?

 

 

Appuntamento mercoledì 17 febbraio alle 19.00 in diretta streaming sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale Youtube.

Insieme alla giornalista Silvia Boccardi, che modererà l’incontro, avremo con noi:
Marta Bernardi (coordinatrice editoriale Scomodo Torino)
Alessandro Tommasi (co-founder e CEO Will Media)
Giorgio Zanchini
 (giornalista e conduttore radiofonico)

 

Marta Bernardi, 21 anni, Studentessa universitaria di Scienze Internazionali a Torino e coordinatrice editoriale di Scomodomensile cartaceo distribuito gratuitamente a RomaMilano e Torino nelle scuole, nelle facoltà e nelle librerie indipendenti aderenti abbonate.
Si tratta di fatto del progetto editoriale under 25 più grande d’Italia. 

 

 

Classe 1985, Alessandro Tommasi si è laureato in Relazioni Internazionali a Milano, dove ha anche poi fatto il master Ispi in Diplomacy. Ha lavorato al Parlamento Europeo, in Confindustria, è stato in Airbnb e Lime. Da gennaio 2020 è il cofondatore di Will, startup d’informazione che su Instagram conta più di 700mila follower (90 mila solo nella prima settimana di go live).

 

 

Giorgio Zanchini è nato a Roma nel 1967. Giornalista e saggista, attualmente conduce Radio anch’io su Rai Radio 1 e Quante storie su Rai 3. Dal 2010 al 2014 ha condotto Tutta la città ne parla su Rai Radio 3.

 

 

 

Hai perso il primo incontro?

Abbiamo parlato di emergenza climatica con Maria Virginia Bagnoli, Enrico Giovannini e Sofia Pasotto.

Lezioni di Storia – “La presa del potere”

Sono tanti i modi attraverso cui gli uomini hanno preso il potere: con la violenza o con la persuasione, in gruppi di pari o con la prevalenza di un leader, in nome di un ideale o per discendenza familiare, in un giorno o nell’arco di anni… In questa serie di dieci lezioni si ripercorrono i momenti decisivi in cui i protagonisti della storia sono arrivati al governo nelle più diverse latitudini, dall’Europa all’America Latina, dal Nord Africa alla Cina. Scopri di più.

La presa del potere è il nuovo ciclo di Lezioni di Storia, un’edizione interamente on line in programma dal 7 marzo al 16 maggio sulla nuova piattaforma AuditoriumPlus, dieci lezioni trasmesse da dieci teatri italiani, la domenica alle 18:00, introdotte da Paolo Di Paolo.

Un progetto ideato dagli Editori Laterza in coproduzione con la Fondazione Musica per Roma e in collaborazione con i teatri: Carcano di Milano, Regio di Torino, Grande di Brescia, Bellini di Napoli, Petruzzelli di Bari, Verdi di Firenze, Verdi di Padova – Comune di Padova, Arena del Sole di Bologna, Storchi di Modena.

Le lezioni sono realizzate grazie al contributo di UniCredit e Gruppo Unipol. Sponsor tecnico Agorà.

Video realizzato dalla Fondazione Musica per Roma.

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Info e costi

Pay per view: 5 euro per singola lezione, 40 euro per l’intera stagione 2021.

Acquista sulla piattaforma streaming www.auditoriumplus.com  accedendo alla sezione “Masterclass” o cliccando su “Lezioni  di Storia – La presa del potere” nell’home page dove potrai  visualizzare l’elenco delle lezioni.

Per acquistare clicca su una qualsiasi lezione, scegli se acquistare l’intera stagione o una singola lezione, registrati e procedi con il pagamento (al momento del pagamento clicca su “Paga con carta”).

Ogni lezione sarà online a partire dalla data indicata fino al 30 giugno 2021.

Informazione per gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020:
Fondazione Musica per Roma renderà i voucher degli abbonati spendibili per l’acquisto delle Lezioni di Storia in streaming La presa del potere. Invierà presto via email una comunicazione con le relative istruzioni.

La presa del potere

LA PRESA DEL POTERE

Lezioni di Storia in streaming

dal 7 marzo al 16 maggio 2021 su AuditoriumPlus

#LezionidiStoria

 

La presa del potere è il nuovo ciclo di Lezioni di Storia, un’edizione interamente on line in programma dal 7 marzo al 16 maggio sulla nuova piattaforma AuditoriumPlus, dieci lezioni trasmesse da dieci teatri italiani, la domenica a partire dalle 8:00, introdotte da Paolo Di Paolo.

Ogni Lezione sarà online a partire dalla data indicata fino al 30 giugno 2021.

 

Sono tanti i modi attraverso cui gli uomini hanno preso il potere: con la violenza o con la persuasione, in gruppi di pari o con la prevalenza di un leader, in nome di un ideale o per discendenza familiare, in un giorno o nell’arco di anni… In questa serie di dieci lezioni si ripercorrono i momenti decisivi in cui i protagonisti della storia sono arrivati al governo nelle più diverse latitudini, dall’Europa all’America Latina, dal Nord Africa alla Cina.

Un progetto ideato dagli Editori Laterza in coproduzione con la Fondazione Musica per Roma e in collaborazione con i teatri: Carcano di Milano, Regio di Torino, Grande di Brescia, Bellini di Napoli, Petruzzelli di Bari, Verdi di Firenze, Verdi di Padova – Comune di Padova, Arena del Sole di Bologna, Storchi di Modena.

Le lezioni sono realizzate grazie al contributo di UniCredit e Gruppo Unipol. Sponsor tecnico Agorà.

 

Il Programma

 

Domenica 7 marzo, a partire dalle ore 8:00

MILANO – Teatro Carcano

Zeus alla conquista dell’Olimpo                   

Laura Pepe

Zeus dovette combattere a lungo per occupare il trono degli dei. Attraverso il suo mito i greci si interrogarono sulle origini di tutto: del cosmo, degli dei, degli esseri viventi.

Laura Pepe insegna Diritto greco antico all’Università degli Studi di Milano.

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Domenica 14 marzo, a partire dalle ore 8:00

ROMA – Auditorium Parco della Musica

Agrippina, una donna al comando     

Andrea Carandini

Contro ogni regola, una donna desidera, conquista, esercita e dà il potere. Attraverso gli uomini, come il marito Claudio, da lei avvelenato, e il figlio Nerone che finirà per ucciderla.

Andrea Carandini è Professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’università di Roma la Sapienza.

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Domenica 21 marzo, a partire dalle ore 8:00

TORINO – Teatro Regio

Guelfi e Ghibellini, una guerra civile italiana

Alessandro Barbero

Il colpo di stato del 1301 in cui i guelfi ‘neri’ conquistano il governo di Firenze – ed esiliano Dante – è un esempio da manuale di come già nell’Italia medievale le spaccature tra ‘partiti’ erano crude e difficili da ricucire.

Alessandro Barbero insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale di Vercelli.

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Domenica 28 marzo, a partire dalle ore 8:00

BRESCIA – Teatro Grande

Maometto II e l’assedio di Costantinopoli

Alessandro Vanoli

All’alba del 29 maggio 1453 i soldati ottomani, guidati da Maometto II, dopo un lungo assedio, entrano nella capitale dell’Impero d’Oriente. E la storia del mondo cambia.

 Alessandro Vanoli, storico e scrittore, è esperto di storia mediterranea.

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Domenica 11 aprile, a partire dalle ore 8:00

NAPOLI – Teatro Bellini

Cortés contro Montezuma

Luigi Mascilli Migliorini

Sbarcando sulle coste del Messico, Cortés e i suoi seicento uomini non hanno nulla da perdere. Mentre Montezuma e gli aztechi si affannano a difendere memorie e tradizioni, che verranno spazzate via.

Luigi Mascilli Migliorini insegna Storia moderna presso l’Università di Napoli l’Orientale.

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Domenica 18 aprile, a partire dalle ore 8:00

BARI – Teatro Petruzzelli

La rivoluzione giacobina

Luciano Canfora

Il 2 giugno 1793, dopo tre giorni di assedio del parlamento da parte dei dimostranti, i deputati girondini vengono arrestati. Inizia così la dittatura giacobina, che salva la Francia dall’aggressione esterna e instaura il Grande Terrore.

Luciano Canfora è Professore emerito dell’Università di Bari.

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Domenica 25 aprile, a partire dalle ore 8:00

FIRENZE – Teatro Verdi

La Repubblica Romana, sogno e realtà        

Alberto Mario Banti

Tra la fine del 1848 e gli inizi del 1849 prende forma un sogno: Mazzini, Garibaldi e un gruppo di giovani animati da forti passioni instaurano a Roma un governo repubblicano. Una esperienza straordinaria, destinata a durare poco.

Alberto Mario Banti insegna Storia contemporanea presso l’Università di Pisa.

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Domenica 2 maggio, a partire dalle ore 8:00

PADOVA – Teatro Verdi

Mao Zedong, dalla Lunga Marcia all’egemonia comunista          

Guido Samarani

Tra l’inizio della Lunga Marcia nel 1934 e la proclamazione della Repubblica popolare cinese il 1° ottobre del 1949 avviene un profondo rivolgimento nel sistema politico ed economico della Cina, che ha un leader indiscusso in Mao Zedong.

Guido Samarani insegna Storia della Cina e Storia e Istituzioni dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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Domenica 9 maggio, a partire dalle ore 8:00

BOLOGNA – Arena del Sole

Gamal Abdel Nasser e il colpo di Stato modello

Marcella Emiliani

Tutti i militari arabi – da Mu’ammar Gheddafi in Libia a Saddam Hussein in Iraq –  hanno tentato di imitarlo. L’ascesa al potere egiziano di Nasser con il colpo di Stato del 1952 ancora oggi, nel suo genere, rimane un modello.

Marcella Emiliani ha insegnato Storia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo, Sviluppo politico del Medio Oriente e Media & Conflict-Medio Oriente presso l’Università di Bologna.

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Domenica 16 maggio, a partire dalle ore 8:00

MODENA – Teatro Storchi

Fidel Castro e la rivoluzione cubana             

Loris Zanatta

All’alba del 2 dicembre 1956 Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e un drappello di giovani ‘barbudos’ sbarca sulle coste di Cuba. È l’inizio di un’avventura che gli stessi ribelli trasformeranno in leggenda.

Loris Zanatta insegna Storia dell’America Latina all’Università di Bologna.

 

Info e costi

Pay per view: 5 euro per singola lezione, 40 euro per l’intera stagione 2021.

Acquista sulla piattaforma streaming www.auditoriumplus.com  accedendo alla sezione “Masterclass” o cliccando su “Lezioni  di Storia – La presa del potere” nell’home page dove potrai  visualizzare l’elenco delle lezioni.

Per acquistare clicca su una qualsiasi lezione, scegli se acquistare l’intera stagione o una singola lezione, registrati e procedi con il pagamento.

Una volta arrivati sulla schermata di pagamento è sufficiente cliccare sul pulsante giallo “Check out with PayPal” in basso a sinistra, anche se non si ha un account PayPal. A quel punto, nella schermata successiva dovrete cliccare sul pulsante “Paga con carta” e vi verrà data la possibilità di inserire i dati della carta per il pagamento e si completerà l’acquisto

Gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020 possono contattare il botteghino della Fondazione Musica per Roma per ricevere informazioni relative ai voucher.

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Pietro Spirito racconta “Gente di Trieste”

«Trieste, questo puntino all’estremità nordorientale del Mediterraneo, questo frammento di terra che è un po’ Europa e un po’ no, imbrigliato fra tre confini, incuneato nell’ansa di un piccolo golfo che non lo protegge né lo ha mai protetto dalle intemperie della Storia. Trieste città di mare, di meandri carsici, di montagne e di confine, e di persone – avventurieri, artisti, intellettuali, scienziati ed eroi.»

Pietro Spirito ci accompagna sul bordo del mare Adriatico, al molo audace di Trieste, per raccontarci il suo nuovo libro, Gente di Trieste.

 

 

Scopri il libro:

Climate change: cosa hai fatto quest’anno per il pianeta?

Siamo abituati a credere che modificare i nostri comportamenti individuali non abbia un impatto significativo sul riscaldamento globale. Ma la scienza ci dice esattamente il contrario: azioni semplici fanno la differenza.

E tu, cosa hai scelto di fare nell’ultimo anno per modificare il tuo impatto sul nostro pianeta?  

Ecco una sintesi delle idee contenute in SOS. Cosa puoi fare tu contro il riscaldamento globale di Seth Wynes: utilizza questa piccola, pratica checklist e scopri cosa puoi fare di più.


 

Scopri il libro:

 

“Gente di Trieste”: tre polaroid

Joseph Ressel

Il punto è che a Trieste le macerie, le tracce, i reperti, sono così mischiati e confusi che non è facile ricavarne un ordine lineare, per non dire pacificato. Ogni pezzetto di storia rimanda a un’altra storia, che spesso contraddice la prima, o costringe a ripensare il percorso che ha portato fino a lì. Pochi posti, come Trieste, esibiscono tante verità sfuggenti.  […]  Trieste è piena di personaggi che in qualche modo hanno avuto in sorte la sfortuna di rimanere imbrigliati in questi ingranaggi. Gente che grazie alle opportunità offerte da questa terra liminare avrebbe potuto avere un’esistenza brillante come un fuoco d’artificio, e che invece ha bagnato le sue polveri nelle pozze di una realtà sfuggente e contraddittoria.

Uno di questi signori ce l’ho davanti adesso, ritratto in una vetrina del Museo del Mare che espone una serie di prototipi di eliche per la propulsione navale. È Josef Ressel, lo sfortunato inventore che diede un contributo fondamentale alla realizzazione della prima elica navale.

[…] È dal 1857 che a Trieste si parla di erigere un monumento a Josef Ressel. […] Ma mentre scrivo queste righe ancora non c’è. Se ne parla seriamente da più di un secolo, ma niente da fare. Una statua di Ressel si trova già a Vienna, opera dello scultore Antonio Fernkorn, eretta con fondi raccolti a Trieste e inaugurata il 18 gennaio del 1863, davanti al Politecnico della capitale austriaca, alla presenza dell’imperatore in persona. Il Consiglio municipale di Trieste, invece, allora bocciò la proposta di erigere in città una statua dedicata a Ressel, con il pretesto che la paternità dell’elica in effetti non era chiara. In realtà la ragione era politica: in pieno fermento irredentista la municipalità a maggioranza italofona non aveva nessuna voglia di erigere un monumento a un tedesco. Il problema di Ressel, come di tanti altri triestini, in fondo è e rimane questo: figlio di una terra ibrida, si può considerare un senza patria. […] In più Josef Ressel ha incarnato in sé una di quelle contraddizioni tipiche delle terre segnate dalla modernità: lo stare in bilico tra passato e futuro. […] E questa specie di schizofrenia socio-esistenziale, a Trieste in particolare, era, e forse in parte lo è ancora, più diffusa di quanto si possa pensare.

[…] Se potesse uscire dal quadro, sono sicuro che quest’uomo mi prenderebbe a calci, deluso com’è da tutto e da tutti.

 

 

Alice Zeriali

Conobbi Alice Zeriali, o meglio ciò che rimaneva della sua memoria, il 2 marzo del 1993. Fu l’architetto Marianna Accerboni a telefonare in redazione per avvisare che era appena deceduta, all’età di 83 anni, una pittrice che era stata tra i protagonisti forse minori della grande stagione artistica del Novecento a Trieste, ma comunque una delle ultime testimoni di quel periodo.

Ma poi, chi era Alice Zeriali? […] Alice Elisabetta Luigia Zeriali nasce a Trieste l’11 dicembre del 1909. […] Nel 1928, a 19 anni, Alice prende la licenza alla Regia Scuola di tirocinio del Regio Istituto industriale, con una votazione di novantacinque punti su cento, ed entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Gli anni della formazione vedono sfilare anche i primi amori. […] Ma il rapporto più importante, anche per la sua fame di crescita intellettuale, è quello che la giovane Alice avvia dal 1926 con un suo coetaneo e compagno di scuola destinato a una lunga fama, Lionello Zorn Giorni, in arte Savioli. […] Il futuro pittore, sceneggiatore e critico, nonché futuro marito di Linuccia Saba, l’inquieta figlia del poeta Umberto Saba, ha studiato anche lui al Regio Istituto industriale e anche lui si iscriverà al liceo artistico di Venezia.

[…] Intanto, negli anni in cui intreccia la corrispondenza con Lionello Zorn Giorni, a Trieste Alice Zeriali si sta facendo conoscere. […] Per lei sono i primi timidi passi nel titolato mondo dell’arte. Nel 1931 Alice si iscrive all’Associazione delle Belle Arti di Trieste, e nello stesso anno partecipa con una natura morta, Pittura decorativa su panno lenci, alla sua prima mostra permanente. Allo stesso tempo inizia un’intensa attività di illustratrice: nel 1935 realizza scenari e bozzetti per il teatro del Circolo artistico di Trieste, e fra il ’34 e il ’35 illustra il giornale per ragazzi «Mastro Remo». Scrive e pubblica poesie su «Il Popolo di Trieste» e sulla rivista «Il Sagittario». […]  Il lavoro di illustratrice le permette di non perdere di vista il mondo dell’arte. Anzi, proprio grazie alla sua fama di brava disegnatrice entra in contatto con il gruppo culturale istriano d’avanguardia Domani, presieduto dal futurista Marinetti, che le offre un lavoro per la realizzazione di «bozzetti per mode femminili», pagati dieci lire l’uno.

[…] Nel 1937 la giovane pittrice ottiene il diploma di maturità artistica e, nel 1940, il diploma di disegno che la abilita all’insegnamento negli istituti medi. Poi, con altro concorso pubblico, nel 1947 riceve il diploma per l’insegnamento negli istituti classici. Sì, perché l’arte è l’arte, ma bisogna pur lavorare. E già dal 1938 Alice è impegnata come supplente nelle scuole medie. E continuerà a insegnare, entrando tardi in ruolo, per tutta la vita. Durante la seconda guerra mondiale Alice rimane al suo posto di lavoro come insegnante. […]

[…] Fra gli anni Settanta e Ottanta continua in sordina la sua attività di pittrice, pur raccogliendo premi e consensi, dal medaglione bronzeo del Sindacato artisti pittori, scultori e incisori del 1973 fino alla Coppa Premio della Provincia di Trieste del 1985. Schiva e appartata, cauta di fronte alle tendenze trainanti in atto, l’ormai anziana Alice Zeriali continua a seguire una strada in cui quello che il critico Renato Ambrosi ha definito «il tono spirituale di una devozione lieta» diventa – nel sorrisetto dei suoi fantasmini dipinti – la speranza di qualcosa che può ancora arrivare. Nel quadro di segno informale intitolato Canto della prigioniera, una figura di donna, o il suo ectoplasma, sembra costretta in un vaso che la racchiude e la stringe dalla vita in giù. Tuttavia l’espressione della donna dai capelli riccioluti è lieta, quasi ironica. Coraggio, sembra dire, forse il meglio deve ancora venire, la tua vita non è stata facile, questa città non ti ha aiutato, forse hai perso qualche occasione ma c’è ancora tempo per essere liberi e felici.

«La mia testa – si legge in un quadernetto dei primi anni Venti alle cui pagine una giovanissima Alice affidava poesiole e pensieri – è una giostra irrefrenabile, il mio cervello una ruota che sorpassa l’attrito». Senza dubbio, e fino all’ultimo.

 

 

Gli argonauti patrioti

Oggi Trieste guarda al mare con crescente simpatia, lo considera un luogo di salvifica ricreazione e un possibile trampolino di crescita economica sulla scia dei nuovi traffici transeuropei. Quindi il mare disegna sempre con le sue correnti un progetto di rilancio, e la Barcolana, che per una settimana mette la città sotto gli occhi di mezzo mondo, ricorda alla gente di Trieste quanto il mare possa essere fonte di riscatto. Ne era certo anche Glauco Gaber, quando venne a trovarmi per farsi intervistare nel lontano 1988, a quarant’anni dal varo di quel progetto che per lui doveva essere la grande occasione di riscatto di Trieste e dei triestini di fronte alle conseguenze del secondo dopoguerra. Allora Glauco Gaber mi regalò la foto incorniciata della barchetta battezzata Trieste-Italia, ritratta in navigazione nella Baia di Guanabara, davanti a Rio de Janeiro, al termine dell’impresa che avrebbe dovuto far conoscere al mondo intero quanto era ingiusto il Trattato di Pace che toglieva a Trieste e all’Italia le sue terre più preziose per darle alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Ricordo questo signore settantenne, energico, dai modi cortesi, mentre, nel salottino della redazione del quotidiano «Il Piccolo» dove lavoro, mi raccontava la sua avventura, la traversata dell’Atlantico su una piccola scialuppa a vela e a motore assieme ad altri tre compagni. Impresa effettuata nell’arco di due anni, con partenza da Trieste la notte del 16 dicembre 1948, alle 23.30, dal Molo Audace, e arrivo a Buenos Aires la mattina del 24 maggio 1950, dopo un viaggio di 8469 miglia e 1752 ore di effettiva navigazione.

[…] Questo signore adesso mi stava davanti per raccontarmi la sua storia, con quell’aria un po’ fiera e un po’ perplessa di chi pensa di aver lasciato una traccia forse esile ma profonda, una solida memoria, e invece nessuno se lo fila più, la Storia cammina guardando avanti, e ciò che sembrava importante ieri oggi non lo è più né forse tornerà mai ad esserlo.

 

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Il lato violento dell’Italia

Dalla Grande guerra alle torture del G8, David Forgacs analizza il modo in cui la ferocia di Stato è usata come messaggio

Benedetta Tobagi, Robinson, 30 gennaio 2021

La violenza si intensifica quando il potere viene meno: questa massima, formulata da Hannah Arendt nel 1969, è la chiave di lettura principale attraverso cui David Forgacs, decano dei cultural studies, scandaglia corsi e ricorsi della violenza in Italia dall’Unità ai nostri giorni. Attraverso dodici capitoli, dalle esecuzioni dei disertori durante la Grande guerra alle squadracce fasciste, dalle atrocità coloniali alla guerra civile, dagli stupri di guerra alla violenza diffusa degli anni Settanta, dalle torture di polizia del G8 alle recenti aggressioni a sfondo razziale, Messaggi di sangue (Laterza) analizza il modo in cui gli atti di violenza pubblica sono usati come messaggi, come i mezzi di comunicazione li abbiano trattati e quale impronta abbiano lasciato nella memoria collettiva, lavorando, come nel precedente Margini d’Italia, su una vasta gamma di fonti tra cui spiccano fotografie, filmati, canzoni popolari, opere letterarie e cinematografiche.

Forgacs si concentra soprattutto sulle forme di violenza agite dallo Stato, dai suoi rappresentanti o con la sua connivenza, data la particolare frequenza e gravità con cui si sono manifestate nella nostra storia, rispetto ad altri Paesi europei. Pensiamo al terrorismo, per esempio: omologhi delle Brigate rosse sono apparsi anche altrove, mentre lo stragismo con coperture istituzionali resta una tragica specialità nostrana. La scarsa legittimazione dei poteri governativi ha radici profonde nel circolo vizioso ricorso per cui violenza è spesso la risposta a una debolezza del potere (come fu la repressione del banditismo nel Sud postunitario), ma l’abuso di potere alimenta la sfiducia, erodendo ulteriormente la legittimazione, Weber docet.

Il contesto “significa” le immagini e determina l’impatto che hanno sul pubblico. L’esibizione sulle prime pagine dell’Ora di Palermo degli scatti di Letizia Battaglia sulla scena dei delitti mafiosi alimenta l’empatia per le vittime e lo sdegno verso Cosa Nostra, di cui mette a nudo la natura feroce, contro ogni mitizzazione romantica: una dinamica del tutto diversa rispetto al voyeurismo morboso che caratterizzava la pubblicazione di immagini analoghe nella cronaca nera statunitense negli anni Quaranta.

La propaganda per immagini diventa anch’essa terreno di battaglia. Nel 1865, alle cartoline della fiera brigantessa Michelina Di Cesare in costume tradizionale che brandisce il fucile (antesignana dell’affascinante dirottatrice palestinese Leila Khaled in kefiah e mitra), il Regno rispose diffondendo dopo la cattura immagini degradanti del suo cadavere martoriato a seno nudo. Questa lotta si serve anche della “risignificazione” delle immagini diffuse dal nemico: quando il regime espone i cadaveri degli antifascisti, allo scopo di degradarli e insieme incutere terrore, la stampa clandestina li trasforma in martiri.

L’ampiezza dell’arco temporale consente di mettere in evidenza analogie tra eventi lontani, per esempio tra gli eccessi nella gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001 e la repressione cruenta dei moti di piazza milanesi nel 1898, in cui, tra l’altro, si osservano all’opera le prime embrionali forme di “controinformazione” e di reportage fotografico di denuncia sociale.

Forgacs gestisce una materia vasta e complessa con grande chiarezza argomentativa e concettuale. Inoltre, nella migliore tradizione della storiografia anglosassone, scrive in modo limpido e insieme coinvolgente. Dato la centralità della dimensione comunicativa, il libro si chiude con una nota sulla pericolosità dei nuovi strumenti informatici, che ampliano a dismisura la possibilità di diffondere e amplificare i “messaggi di sangue” a costo zero. E in verità, seguendo il dipanarsi di alcuni fili nel lungo periodo, sono molte le riflessioni su temi d’attualità, non solo italiana, stimolate da questo saggio. L’ondata di azioni contro statue e monumenti, per esempio, mostra come, sebbene spesso ci voglia molto tempo perché ingiustizie e abusi di potere siano riconosciuti come tali, un potente bisogno di riconoscimento, seppur tardivo, del significato e delle implicazioni di ciò che è accaduto sopravviva intatto. La violenza è culturalmente variabile, nello spazio e nel tempo, ma ciò non deve impedire di riconoscerla comunque come tale, a posteriori (triste leitmotiv, agli abusi di norma segue invece un lungo oblio, e lo Stato non chiede mai scusa, né tantomeno si assume le responsabilità).

L’enfasi sul nesso tra perdita di potere e ricorso alla violenza, infine, invita a guardare da una diversa prospettiva fatti come il recente assalto a Capitol Hill. Senza sminuirne la gravità, questa poderosa fiammata è un’implicita manifestazione di debolezza, che non deve distoglierci dall’osservare con speranza le poderose, pacifiche mobilitazioni democratiche in Georgia e nel resto del Paese. Perché, come insegnava Gandhi, la non violenza non ha nulla a che vedere con l’impotenza, bensì è la suprema virtù del coraggioso.

 

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John Foot – Una città nel pallone: il mito Maradona

Il 29 aprile 1990 il Napoli di Maradona conquista il suo secondo scudetto. Due mesi dopo, il 3 luglio del 1990, l’Argentina di Maradona vince ai rigori una lunghissima semifinale che si gioca a Napoli… Due date memorabili nella storia di un mito moderno.

Una lezione di John Foot per la seconda edizione del Lezioni di Storia Festival.

Il festival, che si è tenuto tra il 27 febbraio e il 1 marzo 2020 a Napoli, è stato ideato e progettato da Editori Laterza con la Regione Campania.