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Storia del mondo. Dall'anno 1000 ai nostri giorni

Dalla copertina:
Mille anni di storia del mondo in poco più di mille pagine

Storia del mondo


Un’opera innovativa, che prova a superare le storie tradizionali, fatte solo di Stati, assai spesso solo europei, di confini, di spazi circoscritti che non comunicano tra loro, di guerre. Una storia del mondo che oggi, con la proposta di punti di vista nuovi non legati necessariamente a ciò che noi già immaginiamo di sapere e di saper giudicare, è probabilmente l’unica storia possibile. Qui di seguito, l'introduzione di Luigi Mascilli Migliorini. 


Può quella che nel gergo del mestiere (tipografi, legatori, editori) viene chiamata una piegatura, il solco cioè che si crea tra due pagine di un’opera abbastanza voluminosa, aiutare a capire la storia del mondo e fissarne un centro? Ai tre autori di questo libro è accaduto. Dopo quasi tre anni di riflessioni, discussioni, letture, scritture (e spesso riscritture) qualche mese fa essi si sono trovati davanti alle mappe che, su due pagine, avrebbero dovuto rappresentare, di sezione in sezione, il mutamento del globo, dei suoi spazi, dei suoi popolamenti nell’arco di più di milleduecento anni. Si sono accorti, così, che a voler mantenere una rappresentazione tradizionale, con l’Europa al centro, la piegatura avrebbe reso difficile la lettura dei tanti riferimenti destinati tristemente a sprofondare nel minuscolo abisso creatosi tra le pagine. Con un leggero, ma significativo spostamento della mappa sulla sinistra, tuttavia, l’oceano Indiano e la vasta, ma poco popolata Siberia, a cui si aggiungevano i grandi deserti dell’Asia centrale, andavano ad occupare quel posto, lasciando alla propria destra i due grandi sub-continenti dell’India e della Cina liberi, a questo punto, di dialogare da un lato con l’Africa e l’Europa e dall’altro con lo sterminato Pacifico chiuso dalla costa occidentale del continente americano. L’Europa, poi, spinta verso la pagina di sinistra ritrovava la sua collocazione di grande, popolata e plurale penisola dello spazio antico, guardando al proprio occidente un vasto oceano che con il profilo della costa orientale dell’America le ricorda leggende lontanissime e assai più recenti avventure.

Un globo non ha un centro e, dunque, spostando la mappa lungo la piegatura, non è stata, in realtà, in nessun modo – né ideologicamente, né inconsapevolmente – ristabilita la verità, risarcendo, semmai, “centrismi” che nel corso dei secoli qualcuno aveva voluto, spesso con violenza, alterare. Non l’ideologia, né il caso, ma la necessità della contingenza ha fissato un punto di equilibrio, tutt’al più un centro di gravità che, però, per seguire la traccia di una canzone famosa, si è rivelato permanente. Riaggiustato, infatti, il planisfero, le prime mappe, quelle intorno al Mille e ai secoli che seguono, si sono scoperte assai più simili a quelle che costruiremmo, e costruiamo oggi, quando dobbiamo rendere conto della importanza della Cina, del ruolo del Pacifico, dello snodo fondamentale dell’Asia centrale nel momento in cui, abbandonate le ultime retrovie dello spazio mediterraneo, fa da cerniera tra l’India, il Caucaso, la Cina. Senza dimenticare che quell’universo pulsante di traffici tra l’oceano Indiano e il mare della Cina, Sumatra e gli stretti delle Molucche, ancora oggi smista scambi tra le quattro parti del mondo come impararono presto a capire i portoghesi, gli olandesi e gli inglesi che vi si affacciarono nel corso di quelli che noi continuiamo a chiamare i secoli della modernità.

Il mondo, insomma, è sempre stato rotondo, anche quando in parecchi si ostinavano a credere che fosse piatto e lo stupore di quanto, alla fine, fosse piccolo o, più esattamente, fosse possibile, addirittura facile, raggiungere tutte le sue terre, anche le più lontane, prese tutti coloro che, nel tempo, provarono a percorrerlo. La Rihla, la relazione che dei suoi viaggi scrive Ibn Battuta allarga, nel Trecento, al Mediterraneo gli spazi della meraviglia che il diario di Marco Polo aveva tracciato un secolo prima di lui. I galeoni che solcano l’Atlantico carichi di insolite mercanzie e di ancor più sorprendenti racconti provocano la stessa eccitazione che, qualche secolo più tardi, Jules Verne affida agli ottanta giorni durante i quali, viaggiando intorno al mondo con gli strumenti di una nuova, e all’apparenza invincibile, modernità, Phileas Fogg prova a vincere una scommessa giudicata, a quel tempo, impossibile. Ed è vero che quasi nei suoi stessi anni un “cuore di tenebra” sembrava celarsi dietro le storie e gli incontri di questo mondo ravvicinato. Ma un secolo dopo, mentre tramontava un Novecento che le tenebre avevano più e più volte attraversato, questo non ha impedito ad un’intera generazione di lanciarsi verso luoghi come Calcutta, Bombay, Kabul, rivestite di nuove e antichissime speranze.

È superfluo osservare che l’intrinseca mondialità della storia del mondo ha sempre viaggiato attraverso conflitti, rotture, assai più che attraverso interazioni e continuità. La pax mongolica destruttura e ricostruisce lo spazio asiatico al prezzo di enormi violenze. La bellezza molteplice della civiltà mediterranea vive del sale sparso sulle rovine di Cartagine, come sul pianto degli ultimi abitanti di Costantinopoli e sui rastrellamenti nella casbah di Algeri. L’America diventa una terra promessa, una terra di libertà, per comunità religiose che vi trovano rifugio scappando dalle persecuzioni dei loro luoghi d’origine, ma non vi era nessuna promessa per gli uomini che vi giungevano schiavi, in catene. La mondialità è il frutto faticosamente, amaramente distillato dai disegni di conquista, di egemonia, di chi vi ha mosso i primi passi. È la gioia agrodolce di chi, resistendo a quei disegni, vi ha scoperto poi le stimmate di una nuova, più ampia fratellanza umana.

Così come accade oggi, all’interno di una globalizzazione che mostra già le fissure di un terremoto futuro, figlio dello scontro tra nuove e vecchie egemonie planetarie, ognuna delle quali rivendica per sé il “centro” del planisfero (non accorgendosi, forse, che esso nasconde le insidie di una “piegatura”), e si dichiara sovrana di un passato “universale”. Una pretesa alla quale può opporsi solo una mondializzazione “democratica”, il cui primo gesto non può che essere – come è sempre accaduto – una appropriazione del passato, in nome, stavolta, di una civitas globale alla cui storia i cittadini globali rivendicano il diritto.

Queste pagine non sono, perciò, una storia globale, ma vogliono essere una storia del mondo, imposta non da discussioni metodologiche fin troppo esigenti, ma dalla condizione del tempo in cui viviamo. Un tempo che ci fa vivere con naturalità in uno spazio-mondo dove è possibile raggiungere in poche ore luoghi molto lontani, comandare oggetti che in poche ore arriveranno da magazzini informatici smisurati, ma non molto diversi da quegli empori che a Venezia, a Lisbona o sulle coste dell’oceano Indiano accatastavano alla rinfusa ogni sorta di merci. Un tempo che ci permette di sapere, in pochi istanti, quale film si proietta in un cinema al centro di Shangai o quale spettacolo va in scena nei teatri di Buenos Aires, di riservare un posto se vogliamo e comprare un biglietto di trasporto se possiamo. A questa naturalità dello spazio, alla bellezza di individui e comunità che si intrecciano, si sposano, si meticciano tra di loro e nelle loro discendenze, non corrisponde, se non con molta fatica, una naturalità della storia, che sempre più viene percepita, al contrario, come un sapere divisivo, più adatto a esasperare identità che a far da sorridente levatrice dell’incontro delle diversità.

Anche senza spostarci, anche quando siamo nelle nostre case raggiunti in tempo reale da notizie lontane, nelle nostre scuole frequentate in sempre maggior numero dai “nuovi italiani” carichi di memorie molto diverse dalle nostre, nelle nostre strade sempre più variopinte, anche quando assaggiamo o proviamo perfino a cucinare cibi dai nomi un po’ respingenti, ma che amici, colleghi, figli, nipoti ci raccomandano gli sconosciuti sapori, capiamo, però, che avremmo il diritto e anche il dovere di sapere molto di più delle storie che, in una sottile filigrana, riusciamo solo a intravedere. Se c’è, allora, un’ambizione in questa Storia del mondo e nei suoi autori, è quella di mettersi sul filo del “diritto alla storia”, della storia – è l’appello lanciato di recente – come “bene comune”, esperienza che appartiene a tutti non per obbligo, ma perché ognuno di noi ha il diritto di possederla, nelle sue dimensioni più strettamente private come in quelle collettive. Una storia del mondo, insomma, antigerarchica, priva di alti e di bassi, di centri e di periferie, una storia connessa, una storia senza angoli, come avrebbe detto Antonio Genovesi.

Nella sua Napoli, dove per lui era stata aperta la prima cattedra in Europa di economia pubblica, egli si era stancato dei troppi giudizi negativi di cui gli stranieri infarcivano i loro libri di viaggio in Italia. Vi ci si era messo persino il grande Montesquieu che, arrivato nella penisola e trovatala nel pieno di una decadenza riprovevole ai suoi occhi di figlio dei Lumi, aveva scritto di averla sorpresa «au coin du monde», all’angolo del mondo. Non era così, spiegava Genovesi, mentre con il suo Ragionamento sul commercio universale raccontava, nel 1758 (quasi venti anni prima di Adam Smith), di un mondo assai più vasto e plurale della ricca e colta Europa del tempo, di un mondo reso globale dal grande traffico di merci e soprattutto dall’operosa fatica degli uomini, concludendo nelle sue ultime righe: «Quanto poi a dire che noi siamo così come in un angolo del mondo confinati, se pure ci ha chi il dica, è come ciaramellare ad occhi chiusi e non sapersi che dire; perché io credo bene che in questo globo che chiamiamo terra, niuno non ci sia come confinato in un angolo».


F. Canale Cama - A. Feniello - L. Mascilli Migliorini, Storia del mondo. Dall’anno 1000 ai giorni nostri



Francesca Canale Cama insegna Storia contemporanea, Storia d’Europa e del Mediterraneo e Global History all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.
Amedeo Feniello lavora presso l’Isem-CNR di Cagliari e insegna Storia medievale all’Università dell’Aquila.
Luigi Mascilli Migliorini, studioso dell’età napoleonica e della Restaurazione in Europa, insegna Storia moderna all’Università L’Orientale di Napoli. È membro dell’Accademia dei Lincei.

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