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Marcella Emiliani - Purgatorio arabo. Il tradimento delle rivoluzioni in Medio Oriente

Particolare di copertina
Cosa è successo negli ultimi quindici anni nel mondo arabo?

Purgatorio arabo



Nessuno aveva presagito che scoppiassero nel 2011, nessuno sa come andranno realmente a finire. Parliamo delle Primavere arabe, che hanno messo in moto un rivolgimento epocale che alcuni definiscono addirittura “un inferno”. Io mi fermo ad uno stadio più interlocutorio e preferisco usare il termine “purgatorio” proprio perché l’esito ultimo è tuttora imprevedibile. Un mondo sta scomparendo e – come succede sempre nei momenti di transizione – si teme l’ignoto e il baratro che potrebbe aprirsi o si sta già spalancando sotto i nostri piedi. Nel caso della sponda sud del Mediterraneo in relazione all’Italia, il paragone è particolarmente calzante. Ma mentre continuiamo a chiederci cosa è andato storto, sulle Primavere arabe abbiamo solo due certezze e di quelle ci dobbiamo accontentare, per ora.

Innanzitutto i motivi per cui sono scoppiate sono ancora di estrema attualità in Medio Oriente: una crescita economica insufficiente a garantire una sopravvivenza decente a popolazioni con tassi di natalità ormai insostenibili; una sconfortante e irredimibile corruzione a qualsiasi livello dell’amministrazione pubblica e degli scambi economici; un divario sempre più marcato tra ricchissimi e poverissimi, che si traduce in una crescita esponenziale del settore informale dell’economia e in inarrestabili processi di spopolamento delle campagne col loro contraltare di inurbamenti incontrollati; tassi di disoccupazione che cancellano qualsiasi speranza di un futuro migliore per i giovani e li inducono a cercare fortuna nei paradisi totalmente immaginati dell’Europa, paradisi che finiscono però per consegnarli ad un’emarginazione certa.

E, soprattutto, un deficit cronico di democrazia a casa loro che tale rimane anche se la ritualità democratica con tanto di urne, osservatori e controlli viene ormai rispettata nella forma, non certamente nella sostanza. Troppo spesso poi queste democrazie “cosmetiche” vengono inscenate ad uso e consumo delle grandi agenzie di credito internazionali come la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale che, per erogare crediti e aiuti, pretendono feroci tagli di spesa e l’“adeguamento” al sistema democratico di stampo occidentale. In merito, di questi tempi sembra non essere più un assioma che democrazia significhi automaticamente benessere; inoltre la scarsità di risorse, in sé e per sé oppure indotta da Programmi di aggiustamento strutturale (Pas) delle agenzie di credito, in termini di democratizzazione spesso si traduce nella creazione di un numero abnorme di partiti che non hanno un reale respiro nazionale ma fanno riferimento a identità esclusive, localistiche, settarie o tribali, che possono innescare a loro volta instabilità sociale e conflitti.

Un caso a sé è rappresentato dalle monarchie ed emirati del Golfo che, dall’alto dei loro introiti petroliferi o gasieri, non hanno problemi di cassa (e comunque prima o poi le riserve di greggio e gas si esauriranno) ma proprio dal 2011 hanno cominciato ad intravvedere all’orizzonte disordini causati dall’assenza di rappresentanza e dal disprezzo dei diritti umani, civili e politici che riservano ai loro sudditi. Nella maggioranza dei casi re ed emiri hanno reagito alla vecchia maniera, comprando con elargizioni di vario tipo il consenso dei propri concittadini, ma in prospettiva l’antico rimedio non può più bastare. Ergo, l’Arabia Saudita insegna, hanno cominciato a varare programmi di modernizzazione che dovrebbero traghettarli nel Terzo Millennio non solo con la costruzione di grattacieli che hanno ormai stravolto lo skyline dei loro orizzonti, ma con riforme che – sebbene molto lontane dalla nostra idea di democrazia – hanno timidamente cominciato a lasciarsi alle spalle il medioevo istituzionale in cui sono vissuti fino ad oggi.

Tutto questo, ripetiamo, in Medio Oriente potrebbe causare altri disordini e il profondo scontento dei giovani, che costituiscono la maggioranza della popolazione, potrebbe riaffiorare come un fiume carsico per trovarsi nuovamente di fronte a brutali repressioni. Tanto per fare solo un esempio: nell’unico paese per cui ci si azzarda a dire che la Primavera del 2011 ha avuto successo, la Tunisia, il 2018 si è chiuso con scioperi, scontri con la polizia e manifestazioni di protesta contro il Fondo monetario internazionale il cui Pas – seguito all’erogazione di un prestito di 2,8 miliardi di dollari – starà pure risanando il debito, ma coi suoi tagli al welfare, alla sanità, all’impiego pubblico e alle sovvenzioni per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità come il pane e il carburante sta impoverendo ancora di più la popolazione. E l’icona di questa rabbia impotente è tornata ad essere l’immagine di un giovane, Abderrazak Zorgui, reporter precario in una tv locale, che si è dato fuoco il 24 dicembre a Kasserine, esattamente come fece Mohamed Bouazizi nel dicembre 2010, il cui sacrificio innescò la rivolta non solo in Tunisia ma in gran parte della regione.

La seconda certezza relativa alle Primavere arabe è che sono iniziate e si stanno ancora svolgendo sotto forma di conflitti in un momento storico di grande disordine internazionale. È finita nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra fredda dello scontro bipolare Usa-Urss bloccato solo dal terrore che incuteva l’eventuale uso della bomba atomica da parte delle due superpotenze. Ma è finita anche la successiva era dell’unipolarismo americano, che ha avuto una breve stagione innanzitutto perché Mosca con Vladimir Putin è resuscitata come Federazione Russa e ha cominciato a riconquistare le posizioni che aveva perso con lo sgretolamento dell’Urss, soprattutto nell’area del Mar Nero, in Medio Oriente e in Asia; in secondo luogo perché è decollata anche la Cina che ha acquisito una statura “economico-imperiale” in un mondo per ora multipolare che vede l’Europa sempre più in declino, gli Stati Uniti di Trump trincerati dietro i muri dell’America first e nuove potenze in ascesa in quello che una volta veniva chiamato Terzo Mondo. In Medio Oriente sono almeno tre gli Stati che sulle ceneri delle speranze accese dalle Primavere arabe hanno alimentato o strumentalizzato guerre solo per i loro fini egemonici: l’Arabia Saudita, l’Iran degli ayatollah e la Turchia.

A strumentalizzare le Primavere arabe, specie quelle degenerate in guerre civili, è stata anche un’“entità” che si aggira in tutto il mondo come un convitato di pietra: il terrorismo islamico nelle sue materializzazioni proteiformi da al-Qaeda del defunto Osama bin Laden al Califfato defunto di Abu Bakr al-Baghdadi. Anche se è stato sconfitto, il Califfato ha però imparato a sopravvivere non solo per avvelenare qualsiasi altra Primavera si manifesti nel mondo arabo e musulmano, ma anche per minare alla base la pacifica convivenza e la stessa ragion d’essere delle democrazie occidentali. Nel frattempo il medesimo terrorismo islamico è stato a sua volta strumentalizzato dai regimi mediorientali che hanno represso in maniera sanguinosa ogni opposizione usando come giustificazione proprio la lotta globale al terrorismo che in questo modo finisce per incidere anche sulla ridefinizione degli equilibri regionali in corso. In altre parole, la situazione in Medio Oriente oggi è talmente “liquida”, per dirla alla Bauman, che è difficile prevedere l’esito delle Primavere arabe, tanto più in quanto gli equilibri regionali si stanno ridisegnando in contemporanea a quelli internazionali.

Alcune note di chiarimento su come è organizzato questo volume. Sebbene nel 2011 manifestazioni di protesta e rivolte abbiano investito diversi paesi, abbiamo scelto di trattare solo quelli in cui le cosiddette Primavere hanno allontanato dal potere dittatori di lungo corso, come Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto, o dove hanno scosso lo status quo fino alle più drammatiche conseguenze, come è avvenuto in Libia, Yemen e Siria, passando per il Bahrein dove il re Hamad bin Isa al-Khalifa è stato salvato dall’intervento armato dell’Arabia Saudita. Per amor di cronaca segnaliamo comunque che dimostrazioni contro i governi in carica si sono verificate anche in Marocco, Algeria, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Oman e Kuwait. Inoltre, per quanto la fuga del dittatore tunisino Ben Ali abbia sortito un innegabile effetto domino in tutta la regione, quello delle Primavere non è stato un movimento unitario, ma una sequela di rivolte diverse da paese a paese che consentono analisi comparate, ma solo fino a un certo punto. Nell’esposizione, perciò, abbiamo seguito un criterio grosso modo cronologico ma abbiamo esaminato soprattutto la peculiarità di ogni singola protesta quanto a cause ed effetti e come si è inserita nel contesto mediorientale e nella sua conflittualità pregressa.

Sotto questo profilo sottolineiamo fin da subito che la scelta di partire dagli Stati della sponda sud del Mediterraneo, Tunisia, Egitto e Libia, oltre che da motivi cronologici e di contiguità geografica, è stata suggerita dal fatto che sono estranei al mega-scontro settario sunniti-sciiti in atto ad est del Canale di Suez dove le guerre civili in Yemen e Siria, e quella sfiorata in Bahrein, sono invece pienamente inscritte nella guerra per procura tra l’Arabia Saudita, che si presenta come l’incarnazione statuale del vero sunnismo, e l’Iran, che ambirebbe a diventare il Vaticano dello sciismo. Sempre ad est del Canale di Suez si stanno giocando altre partite che riguardano gli Stati dell’Africa settentrionale solo tangenzialmente, ovvero le mire espansionistiche dell’Iran ma anche della Turchia del presidente Erdoğan, non a caso due paesi che hanno alle spalle i fasti di grandi imperi del passato.

Questo il calendario delle Primavere analizzate:
Tunisia, 14 gennaio 2011: fuga del presidente Zine el-Abidine Ben Ali a seguito delle manifestazioni per la morte – avvenuta il 4 gennaio 2011 – di Mohamed Bouazizi, il giovane che si era dato fuoco per protestare contro la miseria in cui era costretto a vivere da un regime dittatoriale e corrotto.
Egitto, 25 gennaio: prima grande manifestazione in piazza Tahrir al Cairo; l’11 febbraio Hosni Mubarak viene costretto dagli ex “colleghi” militari a lasciare la carica di presidente della repubblica.
Yemen, 27 gennaio: prima grande manifestazione di protesta nella capitale Sana’a.
Bahrein, 14 febbraio: prima grande manifestazione di protesta nella capitale Manama.
Libia, 15 febbraio: manifestazioni di protesta e scontri fra dimostranti e polizia a Bengasi, capoluogo della Cirenaica.
Siria, 15 marzo: anche a Damasco, la capitale, iniziano grandi manifestazioni di protesta, ma è l’arresto e la tortura di alcuni giovani a Dar’a, nella “Siria profonda” rurale ai confini con la Giordania, a scatenare le piazze il 18 marzo. I giovani erano stati incarcerati per aver scritto sui muri: «Il popolo vuole la caduta del regime».

L’arco temporale preso in considerazione va dal 2011 al 2018 compreso. Nel capitolo Gli ultimi sviluppi vengono analizzati a grandi linee gli avvenimenti del primo semestre del 2019 negli Stati teatro delle Primavere, a eccezione della Tunisia, la cui situazione è aggiornata fino ai risultati delle elezioni politiche e presidenziali.


Marcella Emiliani, Purgatorio arabo. Il tradimento delle rivoluzioni in Medio Oriente



Marcella Emiliani ha insegnato Storia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo, Sviluppo politico del Medio Oriente e Media & Conflict-Medio Oriente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna e Storia e istituzioni del Medio Oriente, Relazioni internazionali del Medio Oriente e Politica delle risorse energetiche presso la Facoltà di Scienze politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna.

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