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Christian Salmon - Fake. Come la politica mondiale ha divorato sé stessa

Christian Salmon - Fake. Come la politica mondiale ha divorato sé stessa
Quando la vita politica è ritmata dallo shock

Fake

Finiti i racconti capaci di ordinare gli avvenimenti, senza più eroi che fanno la storia, né storie in senso proprio, eccoci catapultati in un tempo in cui la vita politica è ritmata dallo shock.


Si fa campagna elettorale in poesia ma si governa in prosa, diceva Mario Cuomo, governatore dello Stato di New York. È possibile che questo vecchio assioma delle campagne elettorali sia stato confutato dalle ultime presidenziali americane. Donald Trump non ha condotto la sua campagna né in poesia né in prosa, ma in un misto di smorfie e borbottii, di slogan e anatemi. Colui che si è autodenominato lo Hemingway di Twitter si è rammaricato per il passaggio da 140 a 280 caratteri del suo media preferito. I lunghi discorsi di Barack Obama che entusiasmavano le folle paiono appartenere a un’epoca ormai tramontata. Una sensazione, questa, che corrisponde sicuramente alla realtà. Il “trumpese” non conosce né frasi lunghe, né articolazioni logiche: la grammatica e il lessico sono ridotti allo stretto necessario. David Denby, critico cinematografico del «New Yorker», ha prelevato un campione dal corpus dei suoi discorsi. Citazione: «La paura, il pericolo, la stupidità. Stupidità! Le sorti della nazione sono in gioco. La sicurezza personale della gente è in gioco. Accade qualcosa di “terribile”. Non possiamo vivere così. Andrà peggio. Vedrete dei nuovi World Trade Center. Andrà peggio. Non possiamo essere politicamente corretti, non possiamo essere stupidi, e andrà peggio».

Costruire delle frasi è inutile. I suoi discorsi non hanno un’apertura né una conclusione, scrive il critico; sono privi di forma, climax, tensione narrativa. Trump porta il linguaggio al livello più basso possibile. Negli anni Sessanta i discorsi di Barry Goldwater venivano definiti fascisti da Norman Mailer e da altri. A rileggerli oggi apparirebbero come trattazioni strutturate ed equilibrate al paragone con l’alluvione trumpista, che tutto travolge al suo passaggio. L’antisemitismo e l’anticomunismo degli anni Trenta hanno ceduto il passo alla xenofobia, all’omofobia e alla misoginia. Il nemico è l’Altro, assai più che Wall Street o Washington, con cui sarà sempre possibile trattare al momento opportuno. È il “diverso” sociale, non il capitale, ad essere minacciato nel mondo di Trump. Il candidato monosillabico comunica attraverso segnali verbali, fulmini, tuoni. Sceso dalla passerella dell’aereo, brandisce davanti alle folle ammassate sulla pista il talismano dell’odio, un amalgama di slogan e di insulti impugnati come un’arma di delegittimazione di massa rivolta contro stranieri, donne, immigrati, omosessuali, arabi, musulmani... Poi l’aereo di Trump decolla verso un altro Stato, spostandosi come un uragano e lasciando dietro di sé un’area di linguaggio collassato.

L’elenco di coloro che sono stati messi all’indice e delle calunnie è lungo. Il «New York Times» ne ha fatto l’inventario, che ha riempito una pagina, contandone non meno di 282! Un materiale indispensabile per quei Victor Klemperer del futuro che studieranno la “LTI” di oggi, la Lingua del Trumpismo Ignorante. «Il nazismo – scrive Klemperer – si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente». Trump dà prova di autentica creatività nell’insulto e nell’oltraggio - sottolinea il quotidiano –, variando i registri e modulando gli effetti in funzione di una sorta di spirale della calunnia. Ci s’ingannerebbe se si ravvisasse in questo degli eccessi, degli slittamenti, perché si tratta di un uso strategico della menzogna. Come ha dichiarato al «New Yorker» Tony Schwartz, ghostwriter di Trump, «Mente strategicamente. Su questo non si fa nessuno scrupolo. La maggior parte della gente si sente vincolata alla verità. Questo dà a lui un inconsueto vantaggio».

I media americani hanno coniato l’espressione post-truth politics, “politica della post-verità”, per definire quest’uso politico della menzogna. Secondo la loro analisi, i social net­works avrebbero creato un nuovo contesto, e un nuovo regime della verità, caratterizzato dalla comparsa di bolle informative indipendenti le une dalle altre: dei “silos” di informazioni, che è poi il modo in cui è configurato Facebook. Ormai gli individui possono scegliere le proprie fonti informative in funzione delle loro opinioni e dei loro pregiudizi senza preoccuparsi di cadere in contraddizione, in una sorta di segregazione informativa propizia allo svilupparsi delle voci più pazzesche, al complottismo e alla bugia, mai smentita all’interno della loro bolla. Il loro spazio informativo rimane inaccessibile al fact-checking della stampa e dei media della cultura giornalistica.

Nella sua campagna elettorale Trump ha saputo rivolgersi, con l’intermediazione di Twitter e di Facebook, a queste piccole repubbliche autonome del risentimento, ed è riuscito a federarle in un’ondata frenetica. Non ha però atteso l’esplosione dei social networks per teorizzare l’uso strategico della menzogna. Nel suo libro The Art of the Deal, pubblicato nel 1987, spiegava già: «Gioco con la fantasia della gente [...]. La gente vuole credere che una certa cosa sia la più grossa, la più grande e la più spettacolare. Io chiamo ciò l’Iperbole veritiera. È una forma innocente di esagerazione e una forma efficace di promozione». Tony Schwartz, l’inventore di questa formula, l’ha poi rinnegata nella sua lunga intervista al «New Yorker»: «Truthful Hyperbole è una contraddizione in termini. È un modo per dire “È una bugia, ma chi se ne frega”».

Il sistema dell’informazione globalizzato ha raggiunto il suo punto di entropia, ormai produce solo incredulità. Il crollo della fiducia nel linguaggio non ha a che vedere solo con effetti strategici determinati da manipolazione, ma è dovuto alla comparsa di un nuovo regime di enunciazione che mantiene ogni enunciato in uno stato di volatilità. La questione non sta tanto nel fatto che la bugia sia divenuta la norma e che la verità sia vietata o emarginata, ma in quello che l’indifferenziazione rappresenti ormai la regola. Verità e bugia. Realtà e finzione. Originale e parodia. Normalità e patologia. Tutte queste opposizioni, e quindi queste stesse categorie, sono state fatte saltare in aria dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. È iniziata una nuova era politica caratterizzata dalla simulazione generalizzata, dal paranormale e dalla post-verità.

Su questo principio Steve Bannon, consigliere di Donald Trump nel corso della campagna per le presidenziali, ha condotto un’intensa battaglia culturale con il sito ultraconservatore «Breitbart». Nel suo libro Devil’s Bargain, Joshua ­Green spiega come Bannon si sia formato alla scuola di Andrew Breitbart, deceduto nel 2010. Giornalista che aveva partecipato alla nascita di «Huffington Post», Breitbart era stato redattore per il «Drudge Report» on line prima di fondare nel 2007 il proprio media, «Breitbart News Network». «Sapeva quali sono le storie che smuovono le masse», dice Alex Marlow, che fu suo assistente prima di diventare caporedattore del sito. Aveva capito perfettamente che i lettori non ricevono le informazioni come fatti, ma hanno di esse un’esperienza viscerale, come «un dramma perpetuo animato da diverse linee narrative, con degli eroi e dei cattivi». I racconti più popolari, secondo Andrew Breitbart, sono quelli di vittimizzazione e di violenza: con essi viene in primo piano la persecuzione frustrata che ha bisogno di legittimazione.

Wynton Hall, uno degli assistenti di Bannon che aveva partecipato nel 2011 alla stesura di uno dei best-seller di Trump, Time to Get Tough: Making America Great Again, ha il dono di trasformare i rapporti dei think tank di Washington o di altri luoghi in drammatizzazioni politiche. «Abbiamo lavorato a lungo – racconta Hall – per costruire una narrazione, uno storyboard, ci sono voluti mesi prima di renderli pubblici». Bannon, già banchiere alla Goldman Sachs, assume la presidenza di «Breitbart News» nel 2012, ed è colui che ha compreso meglio di chiunque altro l’organizzazione (declinante) dei media e la sua capacità di incidere: «Oggi non vedrete mai un Watergate o dei Pentagon Papers perché nessuno può lasciar indagare un giornalista per mesi su una questione. Noi invece possiamo», dichiara nell’ottobre 2015 al giornalista Joshua Green. Lo stesso anno Bannon creò a questo scopo un istituto di studi indipendenti che si proponeva di dar vita a lunghe inchieste suscettibili di rivelare affari capaci di attirare l’attenzione dei media mainstream. Quando un racconto viene ripreso dai media dominanti, la storia inizia a vivere di vita propria: assume una propria dinamica nella polemica tra i diversi vettori, che scelgono di mettere in primo piano un attore invece di un altro - emergono gli eroi e i cattivi –, e si fa portatrice del messaggio di «Breitbart». Hillary Clinton è così divenuta l’antieroe della narrazione politica lanciata dal sito «Breitbart» nel 2015-2016. Un fenomeno virale che ha contribuito a delegittimare la sua candidatura presso la sua base elettorale, come testimoniato dal successo della campagna di Bernie Sanders.


Christian Salmon, Fake. Come la politica mondiale ha divorato sé stessa



Christian Salmon, scrittore, è membro del Centre de Recherches sur les Arts et le Langage. 

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