Quando la gente ha smesso di credere in Dio si è messa a cercare il modo di esprimere
l’assurdità del mondo inventando il futurismo e l’espressionismo e il dadaismo e il
surrealismo e l’esistenzialismo e il teatro dell’assurdo.
Patrik Ourednik
Prima parte. Il senso mio soggettivo che do io alla parola disperazione
1.1. Un chilo d’oro
Ci son dei momenti, nella mia vita, che uno pensa Adesso posso anche morire. Ce ne
sono degli altri che invece sarebbe un peccato, morire in quei momenti lì. Quando
si è in mezzo a qualcosa che si vuol vedere come va a finire. Io adesso per esempio
sarebbe un peccato, morire in questo momento qui. Sono in mezzo a qualcosa che se
morissi domani, per dire, appena prima di morire penserei Che peccato.
Ho letto in un libro che gli arabi, i mussulmani, tra di loro un augurio che si scambiano
è Buona morte. Da noi, se qualcuno ti augura Buona morte, non ti vien neanche la prontezza
di dirgli Buona morte anche a lei.
Oggi dovevano consegnarmi il letto ho pensato Dài che stanotte si dorme in un letto.
Poi mi han telefonato stamattina che sono bloccati in autostrada me lo consegnan domani.
Vengon da Bologna. Io sto a Parma. Bologna Parma, novanta chilometri. Tutto il giorno
bloccati in autostrada.
Prima abitavo a Bologna anch’io. Il periodo che un editore mi ha commissionato una
guida di Bologna e io ho accettato. E adesso è venuto il momento di scriverla proprio
il momento che son venuto via, da Bologna.
Noi la nostra testa come funziona, qui in occidente, che noi non moriremo mai. È un
modo di ragionare che si potrebbe sintetizzare come Buttare il cervello oltre l’ostacolo.
Sono andato da mio fratello, mi son fatto prestare il sacco a pelo, dormo nel sacco
a pelo.
Gli arabi, a Baghdad, nel settimo secolo, Solimano il magnifico, che aveva fondato
il famoso centro di traduzione internazionale di Baghdad, settimo secolo, per ogni
libro tradotto i traduttori li pagavano a peso. Un libro di un chilo, ti davano un
chilo d’oro.
1.2. Il lavoro del tempo
Questa è una cosa che ho pensato tantissime volte quindi verrà giù un po’ fiappa,
come idea. I primi tempi che l’avevo pensata mi sembrava un’idea fulminante adesso
ho l’impressione che sia diventata un po’ fiappa. Solo che dovendo scrivere una guida
di Bologna, uno che non sta a Bologna è costretto a usare un po’ tutto quello che
ha, sia le idee fulminanti che quelle fiappe. Questa è un po’ fiappa.
Tempo fa un decennio fa se non addirittura un tredicennio, fa, a fare i calcoli giusti,
c’è stato un periodo che io ho abitato in una città moscovita della Moscovia sovietica,
la capitale, cioè Mosca.
In quel periodo all’inizio io come posto, a Mosca, io abitavo all’estrema periferia,
su su vicino alla tangenziale che per arrivare in centro dove lavoravo a una tesi
di laurea che chissà come mai mi è venuto in testa di fare una tesi del genere ma
non parliamo di questo parliamo d’altro, io quel periodo lì che abitavo nella Moscovia
sovietica, cos’è successo? Che tutti i giorni andare a lavorare in centro io facevo
piedi, autobus, metrò, piedi, ci mettevo un’ora, più o meno.
Allora poi quando sono tornato a Parma io pensare che andare a Bologna ci si mette
un’ora, in treno, io mi ricordo avevo pensato che Parma era una specie di quartiere
di periferia della città Bologna Modena Reggio Emilia Parma così come Medvedkovo,
che era il quartiere su su dove abitavo era un quartiere della capitale della Moscovia
sovietica, significa dell’orso, Medvedkovo, per dire, ma non importa.
Allora Bologna, che è il centro della città Bologna Modena Reggio Emilia Parma, scrivere
una guida di Bologna stando nel quartiere periferico Parma forse non è così assurdo
come non sarebbe assurdo scrivere una guida di Mosca stando a Medvedkovo, ho pensato.
Se uno scrive una guida di Mosca Dove sei stato, a scriverla? gli chiedono, se lui
risponde A Mosca non stanno a guardare se era in centro o in periferia, Va bene, gli
dicono.
E niente, questa è la cosa che ho pensato tantissime volte, non quella della guida,
quell’altra della periferia, l’ho pensata così tante volte che ho l’impressione che
sia ormai un po’ fiappa, come idea, e difatti a rileggerla, mi sembra proprio un po’
fiappa.
Però magari poi dopo succede che tra dieci anni, diciamo, questa idea che oggi sembra
così fiappa sarà tornata ancora fulminante, chissà.
Che il tempo fa delle cose che noi non abbiam neanche idea, del lavoro del tempo.
1.3. Col chicco
Un mal di collo. Non siamo più abituati, alla durezza del mondo, qui in occidente.
Io perlomeno non son più abituato.
Io è da una vita che pensavo che l’università più antica del mondo era l’università
di Bologna, col chicco, l’università di Bologna. E l’università Azhar del Cairo? E
l’università Nizamiyha di Baghdad? E l’università fondata da Al Hakam II a Cordoba?
Neanche la più antica d’Europa, quella di Bologna. Col chicco, la più antica del mondo.
Sembrava tanto erudito, Giuseppe Balsamo, docente di biblioteconomia all’università
di Parma fondata tardissimo nel medioevo o anche dopo.
Devo andare a Bologna a far girare mia figlia in piazza Maggiore. A aspettare il letto
resta mia mamma. Dalle undici alle quindici, ci han detto.
Ho portato qua tutti i miei libri. Quelli di Bologna, quando stavo a Bologna, quelli
di Basilicanova, quando stavo a Basilicanova. È incredibile, certi libri che ho comprato,
nella mia vita. Per esempio L’islam spiegato agli infedeli, di Lucas Catherine. Non
mi ricordavo, di averlo comprato. Difatti mi viene il dubbio di averlo rubato a Giulio.
Giulio è mio fratello. Ha sei anni meno di me, ma è già grande lo stesso.
Col chicco, che arrivano dalle undici alle quindici. Arrivano alle diciotto e trenta
e il letto non lo montan neanche per via che sono in ritardo. Non c’è più serietà,
dice mia mamma. Non c’è più serietà, vecio Dio, dice.
Comunque dormire in un letto, ah, dormire in un letto. Però bisognerebbe trovargli
il suo posto, che il posto dove l’ho messo, testa a nord ovest, non va mica bene.
Comunque anche testa a nord ovest dormire in un letto, ah, dormire in un letto.
Adesso io dir che son povero, con tutta la gente nel mondo che vive di niente, faccio
fatica, a dir che son povero, però io ormai eran degli anni che prima di comprare
un libro non ci pensavo, che costava dei soldi, lo compravo e basta adesso invece
ci penso e il più delle volte poi non lo compro quindi direi che son povero.
Anche se rispetto a tutta la gente nel mondo che vive di niente, si fa fatica, a dir
che son povero. Lo si dice solo perché si sa che quella gente lì i romanzi non li
leggono mica, se no col chicco, che lo si diceva.
Io prima di smettere di fumare, coi soldi che spendevo io tutti i giorni a fumare,
sei euro, diciamo, la gente che vivon di niente ci campavano in sei. Coi miei cerini
e le mie sigarette. A me non sembra, normale. Su queste cose ha già scritto un libro
Lev Nikolaevic Tolstoj che si intitola E allora cosa dobbiamo fare che dimostra che
anche la beneficenza, col chicco, che serve, la beneficenza. Un libro che io a suo
tempo ho comprato ce l’ho qui a casa mia nella mia libreria nuova.
Metter su casa si può lavorar fino a tardi non si deve pensare, quei periodi che si
è dentro una cosa che da un lato si vuole vedere come va poi a finire, dall’altro
non ci si vorrebbe minimamente pensare.
Uno dice il rinascimento, Leonardo da Vinci. Però dopo delle volte si leggon dei libri,
che si scopre che quattro secoli prima di Leonardo da Vinci, Abbas ibn Firnas, oltre
a essere uno dei padri della musica andalusa e inventore del metronomo, inventò anche
il cristallo e fu il primo arabo a tentare di volare con l’aiuto di un abito particolare
dotato di ali fatte di piume.
Si dice che riuscì, a alzarsi in volo, ma atterrando si fece molto male. Secondo Al
Maqqari, ciò dipese dal fatto che non aveva previsto la coda.
Leonardo, quattro secoli dopo, aveva un aiutante che si chiamava Zoroastro, soprannome
Astro, che gli provava tutte le macchine volanti prima che fossero finite era sempre
ingessato.
E dalla radio parla della gente che fanno politica e facendo politica si salvan la
vita.
Certo che dover scrivere una guida su Bologna proprio il momento che son venuto via,
da Bologna. Forse potrei metterci dentro un po’ delle cose che scrivevo quando abitavo,
a Bologna, che anche allora mi avevano chiesto di scriverci sopra un romanzo, a Bologna,
avevo rinunciato perché dopo l’inizio non riuscivo più andare né avanti né indietro.
Mi ero come incastrato. Una cosa che ho scritto tanti anni fa che non avevo ancora
una figlia avevo una morosa, come si dice.
Un pezzo che leggerlo adesso, dico la verità, può sembrare un po’ fiappo.
1.4. Inizio di un romanzo che come inizio non c’è neanche male, solo poi non riesco
più andare avanti
A Bologna d’estate c’è un caldo che non si può stare, a Bologna, d’estate, c’è un
caldo. Parlami di Bologna, mi dice, A Bologna d’estate c’è un caldo che non si può
stare, di Bologna, gli dico.
Ignorante, mi dice, mi tira per la camicia e mi dice Ignorante, sotto i portici di
via Marsala, che sotto i portici di via Marsala d’estate c’è un caldo che non si può
stare, sotto i portici di via Marsala.
Ignorante, potrei anche esser d’accordo, che sono ignorante, non sono mica sicuro
al cento per cento, che non sono ignorante, solo dipende da chi me lo dice, Ignorante.
Se fosse Gilles Deleuze, a dirmi Ignorante, sarebbe poi un altro discorso, Gilles
Deleuze io non lo conosco, dicono tutti che è così acuto così intelligente, Gilles
Deleuze, non direi mica niente, se fosse Gilles Deleuze, che mi dice Ignorante.
Non è mica Gilles Deleuze, che mi dice Ignorante.
Se fosse Guattarì, a dirmi Ignorante, a Guattarì gli darei probabilmente ragione,
io Guattarì non lo conosco, dicon tutti che è così bravo così preparato, Guattarì
probabilmente non batterei ciglio, se fosse Guattarì, che mi dice Ignorante.
Non è mica Guattarì, che mi tira per la camicia mi dice Ignorante.
Ignorante, mi dice, mi tira per la camicia e mi dice Ignorante, sotto i portici di
via Marsala, che sotto i portici di via Marsala c’è un caldo che non si può stare,
sotto i portici di via Marsala a Bologna d’estate.
Derridà?
È forse Derridà che mi tira per la camicia mi dice Ignorante, sotto i portici di via
Marsala?
Non è mica Derridà, che mi tira per la camicia mi dice Ignorante sotto i portici di
via Marsala.
Era meglio se continuavo a dormire, mi vien da pensare, era meglio se non uscivamo
neanche, era meglio se restavamo a letto a dormire nel pomeriggio di giugno, era meglio
non leggerle niente, mi vien da pensare, era meglio se facevamo come la gatta, che
la gatta è ancora nel letto che dorme a Bologna, solo la stanza da letto nel pomeriggio
d’estate c’è un caldo che non si può stare, che la gatta si vede che lei ha un metabolismo
tutto diverso, Non suda, ha detto Francesca dopo che l’ha guardata dieci minuti con
attenzione, invece noi sudavamo.
Era meglio se stava in camera a guardare la gatta, Francesca, invece di dirmi Andiamo
da Feltrinelli International che c’è l’aria condizionata e poi fermarsi tirarmi per
la camicia dirmi Ignorante, sotto i portici di via Marsala che sotto i portici di
via Marsala Bologna d’estate c’è un caldo che non si può stare.
Bologna, fa l’editore, non senti com’è evocativo già questo titolo, Bologna, fa l’editore,
cosa ti vien da pensare sentire questa parola Bologna, fa l’editore.
Bologna è una grassa signora dai fianchi un po’ molli, mi vien da pensare, faccio
io all’editore, invece mi sono sbagliato, adesso ho cambiato parere. Adesso lo so,
cosa dirgli io all’editore quando mi chiede Bologna cosa ti vien da pensare a sentire
questa parola Bologna.
A Bologna d’estate c’è un caldo che non si può stare, mi vien da pensare a sentire,
questa parola, Bologna.
Ignorante, mi dice Francesca, mi tira per la camicia mi dice Ignorante, non una volta
qualsiasi, una volta che a Bologna c’è un caldo che non si può stare, non in un posto
qualsiasi, sotto i portici di via Marsala, non un giorno qualsiasi, il giorno che
devo cominciare questo romanzo che devo pensare chi devo chiamare sentirlo per questo
romanzo che devo iniziare e invece non ci posso pensare, chi devo chiamare, che mi
devo difendere che Francesca mi tira per la camicia mi dice Ignorante.
Chi conosci a Bologna, mi fa l’editore, conosci Eco? Non lo conosco. Conosci Bifo?
Non lo conosco. Conoscerai i nuovi scrittori, chi conosci, conosci Lucarelli? Non
lo conosco. Simona Vinci, la conosci? Non la conosco. La Mazzuccato, la conosci, la
Mazzuccato? Non la conosco. Conosci Brizzi, Enrico Brizzi, lo conosci? Non lo conosco.
Conosci i Blissett, conosci Fois, chi cazzo conosci, a Bologna? I Blissett e Fois
non li conosco, conosco Mimì. Mimì? E chi è, Mimì? Emidio Clementi, si chiama, è il
cantante dei Massimo Volume, non li conosci? Sono famosi, a Bologna, ho detto io all’editore.
Ignorante, mi dice Francesca, mi tira per la camicia Ignorante, mi dice, non dirmi
più che sono bellissima, Ignorante, mi dice.
Che io ho fatto lo sbaglio di leggerle una cosa che ho scritto due anni fa che il
protagonista diceva che la sua morosa era bellissima, Anche a me mi dici bellissima,
mi dice Francesca, Ignorante.
Sai quanti sono gli studenti del Dams? mi fa l’editore, Sai quante copie vendiamo
di un romanzo che si chiama Bologna che parla di loro? Editore, faccio io all’editore,
io non te l’ho detto, ma adesso io qui tra poco io vado in Russia, già comprato i
biglietti, cosa comincio a fare un romanzo che si chiama Bologna se qui tra poco io
vado in Russia già comprato i biglietti? In Russia? mi fa l’editore. In Russia? mi
fa. Sai quanti sono i comunisti in Italia? mi fa l’editore. Sai quante copie vendiamo
di un romanzo che si chiama Bologna che c’è dentro anche la Russia?
Ignorante, mi dice Francesca, te lo dici a tutte, Ignorante, mi dice, e mi tira per
la camicia sotto i portici di via Marsala a Bologna d’estate con il caldo che c’è,
Non dirmelo più, che sono bellissima, dice.
Va bene, le dico, non te lo dico.
1.5. Noi stessi
Qui ogni giorno arriva uno nuovo. Oggi c’è un altro nome sui campanelli uno che si
chiama Beceresjan. Che dal nome sembra un armeno solo che io non ne vedo, di armeni,
su per le scale. Un moldavo sì, un moldavo che si chiama Nikolaj che di cognome fa
Kompan che sembra più russo, che moldavo. Qui ogni giorno arriva uno nuovo.
Io ormai è quasi un mese, che sono qua. Un mese tra quindici giorni.
L’altro giorno mi chiaman da Genova dicono Perché non vieni a trovarci che ti offriamo
la cena? Io ormai mi muovo solo per lavoro, gli dico. E poi dopo penso Son diventato
un impiegato.
Da quando son qui ho un sacco di tempo. Non solo i miei lavori, quando finisco i miei
lavori di sera leggo anche i lavori degli altri. Son diventato un impiegato. Da quando
son qua, tra quindici giorni è già un mese, non sono uscito una sera. Sono solo andato
una volta allo stadio.
Ma lo stadio è vicino. Si va in bicicletta.
I russi loro quello che dicono spesso, la parola che usan più spesso, forse non più
spesso, ma spesso, una parola che usano spesso, i russi, è uzas, orrore.
C’era un freddo, veder la partita. Soprattutto il secondo tempo dopo che ho cambiato
posto.
Son diversi da noi, i russi. Non che non mi piacciano, a me piacciono.
Ho cambiato posto dopo che al Parma gli avevan dato un rigore, il primo rigore che
gli danno quest’anno, credo, non va molto bene, quest’anno, il Parma. Se poi dopo
non gli danno i rigori. E se poi quando gli danno i rigori li sbaglia.
Io le due città che mi commuovono, nella mia vita, una è la città dove son nato e
sono vissuto di più e vivo ancora adesso, cioè Bologna Modena Reggio Emilia Parma
in particolare il quartiere di Parma, l’altra è una città dove ho vissuto a varie
riprese per circa un anno e che è il posto nella mia vita dove forse ho più amici
di tutti sicuramente molti più amici di quelli che ho a Bologna che ci ho vissuto
sei anni probabilmente anche più amici di quelli che ho a Parma, se ci mettiamo d’accordo
sul senso della parola amici e li contiamo, gli amici.
Comunque l’ha vinta, poi il Parma, quella partita. La poteva vincere senza patemi
d’animo, come hanno scritto i giornalisti, invece l’ha vinta con patemi d’animo.
Allora, in questa seconda città dove ho vissuto a varie riprese che sarebbe poi Pietroburgo,
o San Pietroburgo, qualcuno la chiamano Leningrado, ancora, qualcuno confidenzialmente
la chiamano Piter, qualcuno anche Petropol’, quelli vogliono fare i raffinati, c’era
anche una rivista, così raffinata che non si leggeva, io ce l’ho, una copia, guai
al mondo se l’ho mai letta. Col chicco, che la leggo, Petropol’, con un titolo così.
A un bel momento, metà circa del secondo tempo, calcio d’angolo per il Parma, fischio
dell’arbitro, incertezza generale, io mi volto verso il mio vicino Rigore per il Parma,
gli dico. Non ci posso credere, mi dice lui.
Io oggi intanto che camminavo pensavo che adesso quello che mi è successo nella mia
vita, io magari quest’anno ci torno, a Leningrado. O a San Pietroburgo. Magari mi
è utile anche. Magari sto là anche un paio di mesi, ho pensato, adesso dopo quello
che mi è successo nella mia vita.
Mi piace moltissimo, a me, camminare, nel pomeriggio, all’inizio magari c’è freddo,
dopo dieci minuti camminando ti scaldi, mi piace moltissimo, a me, camminare, in questo
periodo, dopo quello che mi è successo nella mia vita.
Dopo il Parma ha tirato il rigore, Simplicio, l’ha tirato, il portiere del Cagliari
l’ha parato. Allora il mio vicino si volta verso di me Non ci posso credere, mi dice.
Se andassi a Pietroburgo anche per due o tre mesi o anche di più, ho pensato al sole
di fine dicembre intanto che tornavo a casa da casa di mio fratello dove avevo preso
dei dischi e dei libri che secondo me sono miei anche se non sono proprio sicuro di
tutti e a lui non posso chiedere che è andato in Africa in Burkina Faso, se non sbaglio,
se andassi a Pietroburgo anche due o tre mesi ogni giorno scriverei all’Irma per esempio
le scriverei Cara Irma, qui c’è un freddo che tu non ti puoi immaginare e stamattina
sono andato in biblioteca prestissimo che c’era un buio, in giro, c’era buio come
le caccole del naso. Stai bene e salutami tua mamma, firmato Il tuo babbo.
Quando la squadra di casa è ultima in classica e sta giocando contro la quintultima
in classifica e sta vincendo uno a zero e ha un rigore a favore e lo sbaglia, dopo
nello stadio dove ci sono tutti spettatori di casa tranne una trentina di spettatori
cagliaritani che sono comparsi dopo mezz’ora che era cominciata la partita dietro
uno striscione Sconvolts, sembravano finti, a fare i cori in trenta dietro lo striscione
Sconvolts, quando la squadra di casa è ultima in classifica e le danno un rigore che
potrebbe far finire la partita senza patemi, dopo quando sbaglia il rigore, la squadra,
dopo tutto lo stadio di casa cercano di non pensarci, che c’è stato un rigore.
In tutto lo stadio dopo unanimemente si diffonde questo pensiero Pazienza, facciamo
finta che il rigore non c’è neanche stato. Tanto vinciamo. Pazienza. Non pensiamoci
più.
Questo pensiero Pazienza, facciamo finta che il rigore non c’è neanche stato tanto
vinciamo pazienza non pensiamoci più, si diffonde in tutto lo stadio tranne che in
un gruppo di Sconvolts sardi che esultano come se erano in tanti e in uno di fianco
a me che subito dice Non ci posso credere. E un minuto dopo dice Nooo, hanno sbagliato
un rigore, non ci posso credere. E dopo due minuti dice Noo, hanno sbagliato un rigore,
non ci posso credere. E dopo tre minuti dice Ben ma, sbagliare un rigore, non ci posso
credere.
Dopo un’altra lettera, penso, potrebbe essere Cara la mia Irma, qui c’è ancora più
freddo di ieri e quando sono uscito dalla biblioteca stasera c’era un buio, non come
le caccole, adesso ti insegno, fai aprire la bocca a tua mamma, avvicinati, guardaci
dentro, più dentro, più dentro, più dentro ancora, hai visto? Ecco, così. Adesso allontanati,
fai chiudere la bocca a tua mamma, salutamela, stai bene. Il tuo babbo.
E dopo cinque minuti Nooo, sbagliato un rigore. Non ci posso credere. E dopo sei minuti
Pensa, sbagliare anche un rigore. E dopo sette minuti Ma pensa se una volta che ci
danno un rigore bisogna sbagliarlo, noooo.
E un’altra lettera, ho pensato nel sole, scriverei Cara Irma, ti ha spiegato tua mamma
come ti abbiam messo il nome che ti abbiam messo? No? Ti spiego. Noi prima ti volevamo
chiamare Leone, poi abbiam cambiato idea volevamo chiamarti Lupo, poi abbiam cambiato
idea volevamo chiamarti Renzo, poi abbiam cambiato idea l’ultima volta abbiamo deciso
di chiamarti Pacchetto di sigarette. Ci piaceva moltissimo, Pacchetto di sigarette,
per noi era deciso che tu ti saresti chiamata Pacchetto di sigarette. Solo che poi
l’impiegata dell’anagrafe ha sbagliato a trascrivere, e allora te ti sei chiamata
Irma. Chiedi pure a tua mamma, se non ci credi, e salutamela, anche. Firmato: Il tuo
babbo che ti scrive da un paese lontano.
Dopo otto minuti Nooo, non ci posso credere. Dopo nove minuti Ma dài, sbagliare un
rigore. Nooo. Dopo dieci minuti Nooo, non ci posso credere, sbagliare un rigore.
Dopo undici minuti voi cambiate posto e vi accorgete che sedervi in un posto nuovo
...