I personaggi
Il cardinale Ludovico Trevisan nasce a Venezia nel 1401, figlio del medico Biagio Trevisan. Studia filosofia e medicina.
Divenuto medico del cardinale veneziano Condulmer, lo segue a Roma nel 1431, quando
viene eletto papa con il nome di Eugenio IV, e ne diventa l’assistente più fidato.
Fugge con lui da Roma in una delle tante turbolenze, stabilendosi a Firenze prima
e a Bologna dopo. Qui diventa amico di Cosimo de’ Medici, signore di Firenze, e di
umanisti come Poggio Bracciolini e Niccolò Niccoli. Viene nominato vescovo di Traù,
in Dalmazia, poi vescovo di Firenze nel 1437 e, due anni più tardi, patriarca di Aquileia.
Nel 1440, al riacutizzarsi delle guerre italiane, viene nominato comandante in capo
delle truppe pontificie. Combatte in questa veste la famosa battaglia di Anghiari,
vicino Firenze, dove fiorentini e pontifici coalizzati sconfiggono i milanesi. Lo
scontro sarà ritratto, 65 anni dopo, da Leonardo da Vinci nel colossale affresco che
ricopriva una delle pareti del Salone dei Cinquecento del Palazzo Vecchio di Firenze.
Nello stesso anno Trevisan è nominato cardinale e camerlengo, cioè responsabile delle
finanze dello Stato pontificio, il titolo più importante della gerarchia curiale.
Dopo aver ancora combattuto e reso sicuro il nord del Lazio, Trevisan riconduce il
papa a Roma dopo nove anni di assenza. Negli anni successivi il suo ruolo di braccio
destro del papa diventerà sempre più evidente, ma non sarà così con Niccolò V (succeduto
nel 1447 a Eugenio IV), che non gli rinnoverà l’incarico di comandante. Tornerà in
auge con il successivo papa, Callisto III – il primo papa Borgia, zio del più celebre
Rodrigo –, nel 1455. Da lui riceverà di nuovo il comando delle forze pontificie e,
a capo della flotta, partirà per la crociata contro lo stato islamico. Tornerà a Roma
solo nel 1459, dopo la morte di Callisto III. Accompagnerà il nuovo papa, Pio II,
a Mantova nel tentativo di indire una nuova, più efficace crociata. Perderà di nuovo
favore e incarichi con il papa successivo, Paolo II, eletto nel 1464.
Morirà l’anno dopo nella sua casa di Roma, attigua alla chiesa di San Lorenzo in Damaso
– il suo titolo cardinalizio –, dove si trova il suo sepolcro.
Il cardinale Francesco Gonzaga nasce a Mantova nel 1444. È il secondo figlio del marchese Ludovico III Gonzaga e
di Barbara di Brandeburgo, della casata degli Hohenzollern. Viene avviato subito alla
carriera ecclesiastica per eliminare conflitti di successione con il fratello primogenito
Federico. Grazie all’influenza della sua famiglia viene nominato cardinale, da papa
Pio II, alla giovanissima età di diciassette anni. Il ritorno a Mantova dopo la nomina
e l’incontro col padre a Bozzolo, nelle vicinanze della città, saranno ritratti, qualche
anno dopo, nel famoso affresco di Andrea Mantegna noto come La camera degli sposi, nel Palazzo Ducale di Mantova. Diventa in seguito vescovo di Bressanone e poi di
Mantova, dove ospita l’umanista Angelo Poliziano che ha lasciato Firenze.
Muore a Bologna, dove era legato pontificio, nel 1483. È sepolto nella chiesa di San
Francesco a Mantova.
Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, nasce a Piadena (da cui il soprannome), vicino Cremona, nel 1421. Si trasferisce
a Mantova, alla Casa Gioiosa, istituzione pedagogica fondata dal celebre umanista
Vittorino da Feltre nel 1423. Qui è allievo del successore di Vittorino, Ognibene
da Lonigo, e diventa in seguito precettore dei giovani della famiglia Gonzaga – tra
cui il futuro cardinale Francesco – così come Vittorino lo era stato dei loro genitori.
Dal 1457 è a Firenze, dove conosce e frequenta gli umanisti Marsilio Ficino, Poggio
Bracciolini, Francesco Filelfo, Leon Battista Alberti e molti altri.
Nel 1462, quando il suo ex allievo Francesco Gonzaga diventa cardinale, va a Roma
al suo seguito. A Roma entra subito nel circolo dell’Accademia Romana, che riunisce
gli umanisti guidati da Pomponio Leto, e ne diventa uno dei membri più in vista. Ha
pessimi rapporti con il pontefice veneziano Paolo II, ostile agli umanisti, e viene
imprigionato due volte a Castel Sant’Angelo. Ritrova tranquillità e riconoscimenti
con il pontefice successivo, Sisto IV, che nel 1475 lo nomina prefetto della rinnovata
Biblioteca Vaticana. La cerimonia di nomina, con il Platina inginocchiato di fronte
al papa, è ritratta in un celebre affresco di Melozzo da Forlì che adornava una delle
sale della stessa Biblioteca.
Muore a Roma nel 1481. È sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Maestro Martino, noto anche come Martino da Como o Martino de’ Rossi, nasce in Val Blenio, nell’odierno
Canton Ticino, intorno al 1425. Si trasferisce a Milano, dove è possibile sia entrato
al servizio della corte. Dalla metà degli anni Cinquanta è a Roma, come cuoco del
cardinale Ludovico Trevisan. Vi resta fino alla morte del cardinale, nel 1465, e in
quegli stessi anni scrive un libro di ricette noto come Libro de arte coquinaria. Tornato a Milano, entra al servizio del condottiero Gian Giacomo Trivulzio. La data
della morte, sconosciuta, si situa probabilmente verso la metà degli anni Ottanta.
Il luogo
L’antico monastero di San Paolo situato ad Albano, nei dintorni di Roma, caduto in
rovina, viene assegnato al cardinale Trevisan dal papa Niccolò V, per consolarlo della
perdita dei suoi incarichi curiali e, probabilmente, per tenerlo il più possibile
lontano da Roma. Il cardinale non si limita a restaurare il monastero, ma ne fa anche
una splendida villa suburbana contornata da un magnifico giardino.
È in questa cornice che siedono a tavola per il pranzo il cardinale e i suoi ospiti.
* * *
Trevisan Dovete assolutamente assaggiare questo, mio giovane amico. Si tratta della Peverata di selvaggina, una preparazione che il mio straordinario cuoco – maestro Martino – fa come nessun
altro e che è una vera festa di sapori. Credo che oggi l’abbia fatta a base di lepre.
Bisogna macerare a lungo la carne in acqua e vino rosso e cuocerla poi in pentola.
A parte si prepara la salsa, pestando insieme uva passa, pane abbrustolito ammollato
nell’aceto, le interiora degli stessi animali, e stemperando questo pesto con mosto
cotto e aceto; si aggiunge un bel po’ di pepe, cannella e chiodo di garofano e si
fa cuocere lentamente fino a ridurla. A questo punto si ripassa la carne già cotta
friggendola nel lardo e le si versa subito sopra la salsa. Ed eccola qui!
Gonzaga Pietanza assolutamente deliziosa, monsignore: come avete appena detto, una vera festa
per il palato. Ma bisogna dire che essa non è altro che il degno accompagnamento di
questo meraviglioso luogo che voi avete curato fino a farne un vero e proprio Eden;
direi quasi letteralmente, dato che nei suoi splendidi giardini si ha modo di incontrare
ogni sorta di strano animale, come il gallo d’India o la capra siriana, con quelle
lunghissime orecchie. Per non parlare dei bellissimi palazzi nuovi che avete costruito
e di quelli antichi che avete così mirabilmente restaurato, togliendo al suo triste
e secolare abbandono questa vetusta istituzione che è il monastero di San Paolo.
Trevisan Mio caro amico, e perdonatemi se continuo a non usare il termine appropriato per apostrofarvi,
ma la vostra giovanissima età – e anche la lunga familiarità che ho con voi – mi rende
difficile tener presente che voi siete un cardinale di Santa Romana Chiesa.
Gonzaga (interrompendolo) Monsignore, io sono e sarò sempre un vostro allievo inspiritualibus, qualunque sia il titolo che porti, così come non dimentico di essere stato allievo
nelle arti e negli studi del nostro Bartolomeo Platina, e per questo ho piacere ancor
oggi di accompagnarmi a lui, specialmente in un tempio di raffinatezze come questo,
che la sua sensibilità e la sua cultura gli faranno particolarmente apprezzare. Esso
infatti molto somiglia alle residenze dei nostri antichi padri romani, che proprio
in questi luoghi ameni, fuori dalla calca dell’Urbe, costruirono le loro ville più
belle, e che il nostro maestro qui presente, e i suoi compagni dell’Accademia Romana
– o dovrei dire «sodali», come loro amano definirsi –, hanno a lungo studiato insieme
a tutti gli altri illustri resti della grandiosa architettura romana. Ed è grazie
a loro – non bisogna dimenticarlo – che noi oggi sappiamo quale era la villa di Lucullo
o quella di Mecenate, sappiamo riconoscere in quelle pietre i templi e le basiliche
e farli tornare in vita con le nobili attività che vi si svolgevano dentro – orazioni,
cerimonie –, anch’esse ritrovate negli antichissimi scritti e documenti a lungo sepolti
e tralasciati.
Trevisan Vi ringrazio e sono molto lieto di ospitarvi. In questi tempi così difficili, occuparmi
di tali bellezze rappresenta per me non solo un ameno passatempo, ma una vera e propria
consolazione: bellezze che si oppongono alle orribili brutture dei nostri tempi. Anche
Sua Santità, che mi ha fatto l’onore di soggiornare qui per qualche giorno, or è una
settimana, ne era del tutto compiaciuto e mi ha riempito di lodi per l’amenità di
questo luogo, in misura del tutto sproporzionata ai miei meriti.
Gonzaga E come ben sapete il nostro amatissimo Pio II del mondo antico e delle sue bellezze
è un vero esperto, essendo stato in gioventù molto più vicino al mondo del nostro
Platina che a quello dei curiali.
Trevisan Ne sono assolutamente consapevole: conosco bene anche le opere letterarie di quello
che è ora il nostro Santo Padre, ma che è stato poeta laureato dell’imperatore Federico
III, opere come la Storia dei due amanti o la commedia Chrisis o le poesie d’amore. Ma purtroppo breve è stato il periodo di godimento condiviso
durante la sua visita. Né le bellezze del luogo né le squisitezze di maestro Martino
hanno potuto essere apprezzate a lungo. Il clamore dei tempi che corrono ci invade,
non importa quanto distanti e appartati siamo, e ci costringe – che lo vogliamo o
no – ad occuparci di ciò che accade. E voi sapete, mio caro – non foss’altro perché
è sulla bocca di tutti –, che io e il pontefice non la vediamo alla stessa maniera
su queste cose. Tutt’altro.
Gonzaga È inutile negare che anch’io ho udito voci a questo proposito e debbo dirvi, francamente,
che ne sono rimasto tanto dispiaciuto quanto perplesso. Conoscendo entrambi, sia pure
nel mio piccolo, non riesco proprio a spiegarmi dove possa essere il disaccordo. Si
dice sulla questione della guerra ai turchi, ma questo mi pare proprio impossibile.
Si sa bene quanto il nostro Santo Padre tenga a questa guerra, tanto da averne fatto
la questione centrale del suo pontificato fin dalla sua elezione. Talmente importante
da fargli intraprendere viaggi lunghi e faticosi ed affrontare i pericoli di una sede
vacante, pur di avere la possibilità di smuovere a questa impresa i prìncipi cristiani.
Ma voi questa crociata l’avevate già intrapresa. Nessuno può dimenticare le vostre
gloriose gesta nel mare Egeo, al comando della flotta pontificia, già sotto il regno
del papa che ha preceduto questo, Callisto III. Io non ero a Roma, ma ancora oggi
si sentono i racconti della vostra partenza con la flotta direttamente da Roma: dieci
galee, allestite alla Ripa di Santo Spirito, che salpano dopo la grandiosa cerimonia
in cui il Santo Padre vi aveva consegnato il vessillo con la Croce. E poi, una volta
giunto a destinazione, la fila delle vittorie, con la riconquista di Mitilene, Lemno,
Taso, Samotracia, Naxos. E la difesa di Cipro e quella di Rodi, in aiuto ai travagliati
cavalieri Ospitalieri, già una volta cacciati dai fanatici dell’Islam da Gerusalemme.
Dunque se c’è una persona che è in prima linea nella battaglia per la difesa della
nostra fede con le armi in pugno, quella siete voi, e l’altra è senz’altro il nostro
pontefice. Quindi non riesco proprio a capire dove possano essere i motivi di disaccordo.
Trevisan Tutto ciò che avete detto è vero, ma non fatevi ingannare dalle apparenze. La mia
campagna nell’Egeo è stata tutt’altro che gloriosa, e non certo per lo scarso valore
dei combattenti. Passata la grande cerimonia della partenza, una volta arrivato a
Napoli ho atteso invano le quindici galee che mi erano state promesse dal re Alfonso.
Ho proseguito per la Sicilia, e anche lì ho atteso invano i contributi di navi promessi
dagli altri Stati. Sono arrivato in Grecia, a Negroponte, e lì i veneziani mi hanno
fatto il dono di una galea!
Cosa potevo fare con questa miserabile flotta, puntare alla riconquista di Costantinopoli?
Ma non scherziamo! I turchi sono ben armati, ben motivati a combattere e per di più
ci sovrastano di numero. Tutto quello che potevo fare era una guerra di corsa, più
che una vera guerra, per cui le forze erano impari. E così ho fatto. Ho attaccato
diversi presìdi, colpendo qui e lì, dove c’era meno difesa, e ritirandomi rapidamente
nel sicuro di Rodi. Che poi il mio ristabilire deboli presìdi cristiani – affidati
più alla Provvidenza divina che alla forza degli uomini – in qualche isola dell’Egeo
sia passato in patria per una «riconquista», lo si deve solo all’ansioso desiderio
di vedere, a tutti i costi, fermata l’avanzata dell’Islam.
Per due anni ho fatto il possibile, ma soltanto per rendermi conto di quanto tutto
ciò fosse inutile: con quelle forze potevo solo fare il solletico al turco, non certo
fermarne l’avanzata, e meno che mai riconquistare alcunché. Così, alla morte di papa
Callisto III, che mi aveva nominato e incaricato, deluso e sconsolato sono tornato
in patria. Ed è inutile, oltre che ingiusto, che il nostro attuale pontefice, succeduto
a Callisto, mi accusi – come ha fatto pochi giorni fa, sia pure velatamente – di aver
abbandonato la guerra ai turchi, di aver «sciolto la flotta» – non c’era nulla da
sciogliere, ahimè – e di aver «lasciato Rodi in disperazione», come se non ci fosse
già stata prima.
Gonzaga Sono turbato dalla gravità della situazione che descrivete e, francamente, ignoravo
questa vostra sfortuna nel ricevere aiuti.
Trevisan Sfortuna? Non si tratta di sfortuna, purtroppo. Si tratta di comportamenti deliberati,
ed è qui che sta il problema centrale della guerra ai turchi. Tutti i nostri cristianissimi
Stati si indignano e giurano di voler combattere la minaccia dell’Islam, che rischia
ormai molto concretamente di arrivare alle nostre case. Ma lo dicono e lo proclamano
a parole: nei fatti non fanno nulla. E per questo io sono stato lasciato solo. E sapete
perché non fanno nulla? Perché sono così impegnati a combattersi l’un l’altro che
la guerra ai turchi diventa una semplice pedina in questo gioco.
Così se Venezia partecipa alla crociata, Milano potrebbe approfittarne per attaccarla
e accaparrarsi i territori confinanti. E se Milano partecipa, magari con Venezia per
evitare colpi di mano, può approfittarne Firenze oppure il re di Napoli. E così via.
Né la situazione cambia se guardiamo ai non italiani. Il re di Francia e quello d’Inghilterra
sono impegnati in una guerra durissima, come possono contribuire alla crociata? E
se lo facesse uno dei due, l’altro resterebbe in condizioni di inferiorità. Mi dispiace
dirlo, ma la proposta del nostro Santo Padre è ingenua al punto da sfiorare il ridicolo:
far contribuire entrambe le potenze con un ugual numero di soldati in modo da non
alterare l’equilibrio delle forze in campo! Ma come potrebbero truppe che si stanno
reciprocamente scannando mettersi a collaborare, marciare sotto la stessa bandiera
e aiutarsi l’un l’altra?
E così lo stato islamico diventa ogni giorno più forte e presto o tardi – ma più presto
che tardi – attaccherà la nostra Italia meridionale o addirittura la stessa Vienna,
visto il ritmo con cui va risalendo la penisola balcanica. E i nostri cristianissimi
prìncipi resteranno lì a guardare invocando la crociata, o al massimo invieranno qualche
contributo tanto simbolico quanto ipocrita.
Gonzaga Via, monsignore, mi sembrate davvero pessimista. E poi il nostro Santo Padre si è
dato così tanto da fare, spendendosi in prima persona. Ha affrontato un lungo e impervio
viaggio verso Mantova per facilitare il convegno degli Stati cristiani e il loro impegno
nella guerra santa.
Trevisan E cosa ha ottenuto, a parte la cortesissima accoglienza del vostro augusto genitore?
Voi dovreste saperlo meglio di chiunque altro, dato che tutto ciò si è svolto a casa
vostra. Dapprima l’umiliante attesa delle delegazioni, protrattasi per mesi, per vederle
poi arrivare alla spicciolata e spesso anche di un rango quasi offensivo nei confronti
del capo della cristianità, come quella dell’imperatore, giustamente rimandata indietro.
Finanche Francesco Sforza, duca di Milano, che da Mantova dista assai poco, si è fatto
aspettare ben quattro mesi prima di presentarsi, per poi andarsene in fretta e furia.
E alla fine è stato anche l’unico principe a intervenire di persona. E che dire di
Venezia – la potenza più importante di tutte se si vuole condurre una guerra per mare
nell’Oriente mediterraneo –, i cui legati sono arrivati per ultimi e proprio quando
non se ne sarebbe più potuto fare a meno! Già, ma Venezia aveva addirittura un’intesa
‘segreta’ – nota però a tutti – con i turchi, motivo per cui non solo era restìa a
partecipare al convegno, ma ha fermamente impedito che si tenesse sul suo territorio,
in Friuli, come il Santo Padre aveva desiderato. I turchi diventano persino alleati,
per poter meglio combattere i propri avversari cristiani: ecco dove è finito lo spirito
di crociata! E così, dopo infinite riunioni piene di dichiarazioni altisonanti, tutto
finiva con lo stesso ritornello: ci stiamo se ci stanno pure gli altri, ma non si
sa chi deve cominciare.
Io conoscevo bene tale situazione e per questo ho cercato con ogni mezzo di evitare
che Sua Santità prendesse questa strada, che avrebbe portato solo a uno svilimento
del suo prestigio e del suo potere. Ho provato in tutti i modi a fermarlo, a non farlo
partire per Mantova, ma non c’è stato niente da fare. Tutto quello che ne ho guadagnato
sono state le sue accuse di essere sprezzante nei suoi confronti, di considerarlo
inesperto e improvvido; ingenuo nei confronti dei prìncipi e re cristiani che sperava
di convincere, e volutamente ignorante della reale forza dei turchi.
Se non fosse stato per lo splendido ritratto che, profittando delle lunghe more del
convegno, sono riuscito a estorcere ad Andrea Mantegna, davvero un ben misero bilancio!
Gonzaga Ma alla fine la crociata è stata proclamata col concorso di tutti. Sono state imposte
le decime in tutti gli Stati per raccogliere il denaro necessario ad armare gli eserciti.
Trevisan Già, questo avveniva ben tre anni fa. Ma quanti Stati hanno applicato e riscosso queste
decime? Nessuno, al di fuori del nostro. Dove sono le flotte e gli eserciti pronti
a prendere il vessillo della croce e partire? L’unica flotta armata per questo scopo,
a mia conoscenza, è quella di Giovanni d’Angiò, che ha fatto costruire ad Avignone
24 triremi, ma essa, come ben sapete, si è persa lungo la strada, per così dire: non
è mai arrivata nell’Egeo per combattere i turchi. Si è fermata davanti alle coste
del Regno di Napoli, per attaccarne il cristianissimo erede al trono, Ferrante d’Aragona!
Gonzaga Non nego che ci siano stati dei ritardi, dei contrattempi, e persino delle vere e
proprie defezioni. Ma tutto ciò, lungi dall’abbattere il Santo Padre, sembra aver
fortificato la sua determinazione e, da quanto si sente dire, mi pare che siamo alla
vigilia di eventi importantissimi per questa causa.
Trevisan E questa, purtroppo, è la parte più triste, o forse dovrei dire più tragica. Voi non
avete idea di cosa ha in mente di fare ora Sua Santità! Dopo aver atteso inutilmente
in questi tre anni, ha infatti capito il totale fallimento della sua missione a Mantova.
Ha confessato di essere piombato in uno stato di disperazione, di non avere più alcuna
risorsa di fronte all’ingordigia e all’egoismo degli Stati cristiani. E allora – sicuramente
ispirato dalla Divina Provvidenza – ha partorito un’idea incredibile: mettersi a capo
delle sue truppe e partire lui stesso per la crociata.
«Questa decisione, una volta resa nota, sarà simile a un tuono che risveglierà le
menti da un sonno profondo e spingerà i fedeli a prodigarsi per difendere la religione.
Chi potrà, appresa l’iniziativa del papa in persona, restare indietro? Questo è l’unico
modo per svegliare i cristiani addormentati e i loro re: mostrare che il papa è disposto
a sacrificare, per il nome di Cristo, il suo stesso corpo. Forse ascolteranno più
volentieri un ‘venite’ anziché un ‘andate’».
Così mi ha parlato pochi giorni fa. Vi rendete conto? E purtroppo le nuove miniere
di allume scoperte alla Tolfa – che lui dice essere un eloquente segno divino – gli
permettono, con i loro proventi, di armare una flotta: non sufficiente – nemmeno lontanamente
– a sconfiggere i turchi, ma sufficiente a partire. Renderà pubblica questa sua decisione
tra poco, e con l’inizio della prossima buona stagione si recherà ad Ancona e da lì
salperà per l’Oriente.
Gonzaga Ma Sua Santità è un uomo anziano e anche abbastanza malandato nel fisico. Non è assolutamente
in grado di sostenere una campagna militare! Forse il suo sarà solo un gesto simbolico:
appena più validi condottieri, spronati dal suo esempio e per tema di vergogna, accorreranno
– e dopo un tal gesto non potranno non farlo – vedrete che si farà da parte.
Trevisan Permettetemi di dissentire. Innanzitutto, Sua Santità mi è apparso assolutamente determinato
a fare quanto dichiara, a maggior ra gione quando gli si fa notare l’assoluta sproporzione
tra il compito da affrontare e la sua persona fisica: si sente allora in lui la voce
del martirio. Inoltre, se vuole ottenere l’effetto desiderato deve essere assolutamente
credibile, e ciò riesce bene solo se veramente si crede. Nonostante ciò, io continuo
a pensare che non servirà. Non ci sarà alcun concorso di re e prìncipi a seguire il
Santo Padre sotto il vessillo della croce, come avvenne quattro secoli fa. Ormai i
tempi e gli spiriti sono assai diversi.
Gonzaga E io, se me ne date il permesso, spero proprio che voi vi sbagliate. E mi piacerebbe
sentire come la pensano altre persone su questo importantissimo tema, magari persone
che non siano direttamente implicate, come noi, nel governo della Chiesa. E quale
migliore occasione abbiamo qui, mentre a questa tavola siede un colto pensatore come
messer Bartolomeo Platina?
Trevisan Oh, certamente. Sarà un vero piacere ascoltarlo. Ma prima fermiamoci un istante e
consoliamoci un po’ da questi tristi pensieri – se possibile – godendo di un’altra
delle prelibatezze che il nostro maestro cuoco ci ha appena mandato in tavola. Questo
si chiama Mirrause ed è di origine catalana, a quanto dicono. Si arrostiscono dei capponi allo spiedo,
ma solo a metà, e si tagliano in pezzi. Si prendono poi delle mandorle ben tostate
e si pestano insieme a pane abbrustolito e qualche rosso d’uovo e si scioglie il tutto
in aceto e brodo. Si aggiunge zenzero, e un bel po’ di zucchero e cannella, e si versa
questa salsa sopra i pezzi di carne semiarrostiti. Si fa poi stufare a fuoco lento
fino a completare la cottura, ed ecco il risultato. Assaggiate.
Gonzaga Anche questo è assolutamente delizioso. E vedo pure che non vi limitate a gustare
i vostri piatti, ma sapete addirittura come si preparano e quali sono gli ingredienti.
Trevisan Avete ragione, caro amico. Vi devo confessare che ho una vera passione per i buoni
cibi e non posso fare a meno di essere curioso di capire attraverso quali procedimenti
essi vengano creati. Il mio cuoco, maestro Martino, non soltanto è uno dei migliori
– per me, sicuramente il migliore –, ma ha anche la grande pazienza di mostrarmi e
spiegarmi come si realizzano queste prelibatezze, che non bisogna temere di annoverare
tra le delizie della nostra vita.
Ma torniamo ai nostri gravi argomenti. Dunque, messer Platina, qual è il vostro pensiero
in merito?
Platina Vi prego di perdonarmi, mio signore, ma io non risponderò a tale quesito. Innanzitutto
perché sarebbe temerario argomentare con voi su temi che riguardano la guerra. Io
sono stato soldato negli anni della prima giovinezza e già allora il vostro nome era
temuto e rispettato: nessuno meglio di voi sapeva organizzare e guidare condotte alla
guerra. Avevo solo diciannove anni – ma il ricordo è vivido come se fosse ora – quando
vi vidi sul campo di battaglia. Chiuso nella vostra lucida armatura incutevate terrore
al solo passaggio: «il Patriarca di Aquileia!». Assistetti alla vostra splendida vittoria
– dopo un durissimo scontro – su Niccolò Piccinino, nella battaglia di Anghiari, in un caldissimo giorno di fine giugno di più di vent’anni fa. Io militavo, da semplice
soldato, proprio con le truppe milanesi del Piccinino, mentre voi comandavate quelle
papali e fiorentine alleate.
Da lì avete proseguito di vittoria in vittoria, riconquistando la sicurezza nelle
terre della Chiesa e riconducendo il papa Eugenio IV nella legittima dimora di Roma,
da cui, costretto a fuggire, era rimasto lontano per nove anni. E chi non ricorda
il trionfo che avete celebrato a Roma al Natale di due anni dopo, proprio come un
antico condottiero romano? Da allora le vostre campagne e le vostre vittorie non si
possono nemmeno contare, fino a quelle in Oriente che il cardinale Gonzaga ricordava
poco fa, le cui difficoltà non hanno fatto altro che mettere ancora più in luce le
vostre capacità e il vostro valore.
Io, invece, monsignore, dopo quelle prime esperienze giovanili ho abbandonato del
tutto il mestiere delle armi e mi sono dedicato, come ben sapete, agli studi, soprattutto
quelli del nostro antico e splendido passato. L’esperienza militare, però, è stata
tutt’altro che irrilevante ai fini di questa mia decisione, anzi. Mi ha costretto
a riflettere sempre di più che doveva esserci un altro modo, più ‘umano’ e meno bestiale,
per risolvere le divergenze, che non lo scontro armato. È così che mi sono accostato
inizialmente agli «studi umani». E questo mio ‘rigetto’ rappresenta l’altro motivo
per cui non posso rispondere al vostro quesito.
Gonzaga Ah, messer Platina, volesse il cielo che i problemi di cui stiamo discutendo potessero
essere risolti nelle auliche stanze dei vostri studi, immersi in amene letture e pacate
discussioni; che i libri del passato, veri pozzi di conoscenza da voi sodali così
amorevolmente recuperati, contenessero un’impossibile risposta!
Platina Avete perfettamente rag
...