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Emma - Bastava chiedere!

Emma, Bastava chiedere!
Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano

Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano

10 storie a fumetti, esilaranti e insieme terribilmente serie, che ogni donna (e uomo) dovrebbe leggere: raccontano la vita delle donne contemporanee al lavoro, in coppia, in famiglia, in società. 

Qui l'introduzione di Michela Murgia, buona lettura.


Sono stata cresciuta da due famiglie che, in sequenza, si sono occupate della mia crescita e della mia formazione, ciascuna con i suoi mezzi. Nonostante il fatto che una delle mie due mamme facesse un lavoro imprenditoriale che la portava fuori casa e l’altra fosse una casalinga, entrambe erano sposate a uomini che non avevano idea di dove fossero riposte le loro mutande.

Intorno a me, ma anche in ogni nucleo familiare che frequentavamo, l’intera organizzazione della vita familiare era in carico alle donne e questa pesante forma di managerialità imposta l’ho sentita definire molte volte con orgoglio «matriarcato», spacciato per di più come prodotto tipico con la scusa che eravamo in Sardegna, un luogo considerato «altro dal mondo» anche nella testa di molti sardi e sarde. Il maschilismo qui è un’apparenza. Sono le donne a comandare davvero in Sardegna, ripetevano continuamente le donne che conoscevo, mentre i maschi annuivano sornioni come se fosse vero. Se la donna si ferma non funziona più niente. La vera padrona è lei.

Per molto tempo questa narrazione dei rapporti di potere mi è bastata perché aveva una sua autoevidenza, sebbene sentissi che conteneva anche qualcosa di radicalmente falsato. Se infatti era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai. Ci sono voluti anni di femminismo letto, condiviso e agito per capire che quello che avevo sempre sentito chiamare benevolmente matriarcato era in realtà semplice matricentrismo e non descriveva per nulla il comando occulto delle donne, ma la responsabilità palese che esse erano costrette ad assumere per reggere un sistema di potere che era e rimaneva profondamente patriarcale.

Era senza dubbio vero che se le donne nelle mie famiglie si fossero fermate niente avrebbe più funzionato, ma questo non faceva di loro le padrone; piuttosto le rendeva l’ingranaggio fondamentale di un meccanismo creato apposta perché padrone non lo diventassero mai, nemmeno di se stesse, se non al prezzo di sensi di colpa e solitudine. In quel sistema non è la persona-donna il fulcro, ma la funzione materna (e dunque generativa e curativa) che agisce anche a prescindere dal fatto che ci siano figli o meno.


La donna la assume su di sé perché è educata a pensare di esservi naturalmente più portata e lo fa prendendosi anche il carico emotivo di sapere che – se per caso non lo facesse o volesse smettere di farlo – l’intero sistema dei suoi rapporti verrebbe giù, dato che è costruito usando proprio quella funzione come punto di scarico di tutta la struttura. Una volta compreso questo, non ho mai più accettato di sentire l’affermazione secondo la quale il matriarcato è quella cosa per cui in casa c’è una persona che sa dove sono le mutande di tutti.

Ho anzi cominciato a discutere con chi, donne comprese, ancora crede che quella dinamica sia un potere delle donne e vada mantenuto, magari costruendoci sopra qualche altra leggenda apparentemente lusinghiera, come quella che vorrebbe le donne migliori degli uomini, descritti tutti come poveri inetti incapaci di badare a sé stessi. (Fallo tu che sei molto più brava. Fallo tu che a te viene meglio. Fallo tu che a te queste cose piacciono.).

Quando i miei genitori adottivi sono invecchiati, mia madre mi confidava che nelle sue preghiere chiedeva a Dio una sola grazia: di non morire prima del marito, perché senza di lei sarebbe stato un uomo perso. Io replicavo che a farsi da mangiare era capace e che a pagare le bollette e a sbrigare le incombenze domestiche avrebbe imparato, come tutti. Lei scuoteva la testa e diceva: «Non capisci. Non è che non saprebbe farle. Non saprebbe proprio pensarle».

Quel che voleva dire è che se lui fosse morto prima, lei sarebbe rimasta vedova; ma se a morire per prima fosse stata lei, lui sarebbe rimasto orfano, un eterno bambino che aveva attraversato la vita come un parco giochi che qualcun altro ogni sera aveva rimesso silenziosamente in ordine per lui, perché non dovesse preoccuparsi di altro che ricominciare da dove aveva interrotto.

In quella surreale preghiera di morte mia madre mi dimostrava di avere già capito quello che l’autrice di questo libro ha, con grande intelligenza, messo in forma di vignetta: il concetto di carico mentale, quel processo per cui si chiede alle donne di complicarsi la vita per semplificare quella di chi amano. Il sottinteso ricattatorio, che resta ai miei occhi la forma peggiore di manipolazione emotiva mai inventata, è che se si rifiutano di assumere questo ruolo allora non è vero amore.

O non è vera donna.

Così, mentre la donna di quella famiglia si preoccupava di come provvedere all’accudimento del marito anche post mortem, nell’altra mia famiglia anche la madre che lavorava fuori casa si alzava alle quattro del mattino per stirare, pulire e avviare i pasti, lasciandoci le liste ordinate delle sequenze da compiere in sua assenza.

Per lei non smettere di fare il «lavoro delle donne» era il solo modo per guadagnarsi il diritto di fare il proprio, e per molte di noi – figlie annichilite dal martirio di queste mamme wonderwoman – l’emancipazione si è fermata a quella falsa rappresentazione, al punto tale che l’unico modo per uscirne che abbiamo trovato è stato pagare qualcun’altra per fare al posto nostro almeno le faccende.

Affrontare il discorso dello squilibrio di carico mentale è ancora un fronte poco battuto del dibattito mainstream sul dislivello di genere ed è anche uno dei più rischiosi, perché tocca direttamente la struttura dei rapporti personali. Tutti sono d’accordo sul fatto che la differenza salariale tra i sessi sia inaccettabile in un paese civile dove uomini e donne dovrebbero avere gli stessi diritti, ma pochissimi sono disposti ad ammettere che anche a parità di salario quello tra i sessi rimarrebbe un dislivello, perché allo stato attuale della consapevolezza sociale tutte le migliori energie degli uomini sono dedicate al loro lavoro e alle loro passioni, mentre quelle delle donne devono continuamente defluire verso l’organizzazione dell’accudimento degli affetti.

Se gli uomini nella vita vengono sospinti verso un «perché», alle donne si insegna ancora ad agire motivate da un «per chi», senza il quale viene loro detto che le loro vite saranno incomplete, che i loro cuori si inaridiranno, che vivranno egoiste e moriranno sole senza mai sperimentare la pienezza della femminilità. Molte, troppe, hanno creduto a questa favola nera e continuano a crederci ogni giorno, mettendo la loro concentrazione, la loro competenza relazionale, la loro creatività e il loro tempo a disposizione dello sviluppo delle vite altrui.

Non sapremo mai quante di noi hanno detto di no alla politica, all’arte, alla responsabilità di una promozione o a un ruolo di comando perché spaventate dall’ipotesi di far convivere il carico mentale di un lavoro complesso con quello che stavano già gestendo all’interno delle loro relazioni. La perdita in termini di valore sociale di questa continua mutilazione delle energie creative e fisiche di un solo sesso è forse calcolabile in termini di PIL, ma inestimabile in quelli della sofferenza e della frustrazione che tante persone attraversano quotidianamente a causa del fatto che sono state simbolicamente indotte a credere che il solo modo per essere interamente donne fosse spezzarsi per gli altri.

Per molte di noi vedersi in questo libro sarà una rivelazione, per altre un dolore, per tutte un’opportunità preziosa: diventare più consapevoli dell’esistenza del dislivello per poterlo affrontare per quello che è, cioè un dato sociale storicizzato e modificabile, non una condizione di natura senza possibilità di scampo. È tuttavia agli uomini che questo testo va fatto leggere, perché mette bene in chiaro dentro a quale enorme vantaggio sociale si trovino a vivere per il solo fatto di essere figli, compagni o fratelli di donne che sono state cresciute per pensare a loro prima che a sé stesse.

Regalatelo a tutti: colleghi, padri, compagni, amici, fratelli, mariti delle vostre amiche, tutti. Mettetelo in mano a ogni singolo uomo che conoscete, perché la rivoluzione della reciprocità non sarà compiuta fino al giorno in cui ci metteremo a desiderarla tutti insieme.

Michela Murgia



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Emma (1981) è blogger, fumettista, ingegnera informatica francese. 

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